Spiegami le Europee: intervista a Gardini di FdI

Intervista di Francesco Chiappini e Sara Bianchi
Inviato: Kevin Carboni

Proseguiamo ora il nostro ciclo di interviste ai candidati italiani per le elezioni europee 2019, rivolgendo lo sguardo verso una ex parlamentare di Forza Italia, passata per queste elezioni con Fratelli d’Italia. Secondo i dati forniti da POLITICO.EU, FI potrebbe ottenere il 9,25% dei consensi, aggiudicandosi 7 dei 73 seggi assegnati all’Italia, mentre FdI il 5,46%, con 4 seggi.

Stiamo parlando di Elisabetta Gardini, eurodeputata dal 2008, che recentemente è passata da Forza Italia a Fratelli d’Italia e, quindi, a livello europeo dai Popolari ai Conservatori.

Il suo passaggio a Fratelli d’Italia è emblematico della ridefinizione dei rapporti di forza all’interno del centrodestra italiano, ma a livello europeo cosa chiederebbe ai suoi ex colleghi del PPE? Costruirebbe una commissione con loro?

Ai colleghi del PPE chiedo di fare quello che molti di loro vorrebbero fare, anche se in questo momento di campagna elettorale magari non lo ammettono pubblicamente: abbandonare l’alleanza con i socialisti e i liberali che in questi anni è stata una camicia di forza per il PPE, e stringere un’alleanza con la famiglia dei conservatori e con quella che poi sarà la destra nel PE. Nel corso degli anni, quando il PPE è riuscito a vincere le sue battaglie – come quella per lo sviluppo sostenibile – è riuscito a farlo solamente alleandosi con la destra. 

Dovrebbero, poi, ritrovare un equilibrio al loro interno, dove tutti i Paesi siano rappresentati e abbiano pari dignità. Non ci può essere lo strapotere dei tedeschi – in particolar modo della CDU – che schiaccia gli altri Paesi. Per cui io mi auguro davvero che si possa lavorare insieme e penso anche che la famiglia dei conservatori avrà un ruolo strategico nella creazione di questa alleanza. I politici del PPE sono politici di centro-destra e i loro elettori, osservando come stanno votando a livello nazionale, hanno espresso una chiara volontà politica di destra, contraria ai compromessi con la sinistra. Ciò si può vedere in Spagna, dove il travaso del partito popolare è andato tutto a favore di Vox. In generale, c’è voglia di un’identità chiara che non scenda a compromessi con la sinistra: è finita l’era delle grandi coalizioni, di qualunque specie siano.

Quale ruolo dovrebbe avere il Parlamento europeo per il quale stiamo votando? A proposito degli elettori italiani, secondo lei possiamo definirci ancora un Paese in maggioranza europeista?

Il PE è un’eccezione nel mondo perché è l’unica assemblea democraticamente e direttamente eletta dai cittadini che non ha potere di iniziativa legislativa. Questo dice molto sulla carenza di democrazia all’interno dell’Unione ed è chiaro che ciò costituisca un problema molto grave. Il Parlamento deve diventare più forte e acquisire l’iniziativa legislativa: solo così avremmo un riequilibrio tra le istituzioni.

Un’Europa delle nazioni non è un’Europa più debole nei confronti delle sfide globali?

Per quanto riguarda l’Europa delle nazioni, vi invito a leggere l’ultimo numero di Limes che descrive l’Europa principalmente come uno spazio commerciale. Questo fa sì che l’Europa non conti nulla dal punto di vista geopolitico, perché non sarà mai uno spazio di libero scambio a conferirci una valenza geopolitica: siamo un vaso di coccio tra vasi d’acciaio. Non possiamo competere in nulla, non contiamo nulla e infatti i rapporti internazionali sono ancora gestiti dai singoli governi e dai singoli ministri degli esteri degli Stati membri. L’Europa soffre quindi di una grande debolezza strutturale e per questo dobbiamo cambiarla completamente, instaurando una difesa comune, una politica estera comune, un controllo comune dei confini esterni. Dopodiché esisteremo davvero come Europa. Ad oggi, proprio quelli che difendono questa Europa vogliono che non conti nulla. La Francia e la Germania vogliono infatti gestire in prima persona il loro potere geopolitico, per quanto piccolo, e usare l’Europa come il proprio cortile. Questo non può continuare. O l’Europa diventa un’aerea geopoliticamente forte, all’interno della quale i diritti e i doveri sono equamente distribuiti, oppure imploderà.

Quindi una soluzione per evitare questa implosione e il perpetrarsi di questi accordi bilaterali potrebbe essere una maggiore competenza del Parlamento europeo e una maggiore divisione delle responsabilità. Ma questo secondo lei non andrebbe a togliere ancora più competenze e sovranità ai singoli Stati?

Noi vogliamo che i Paesi si riapproprino delle competenze sulle quali l’Europa è diventata troppo invadente. La regolamentazione eccessivamente dettagliata, dove un’unica regola deve andar bene dalla Svezia alla Sicilia, è inutile e deleteria: siamo arrivati a un punto in cui le misure delle reti da pesca sono decise da chi fa la pesca nei mari del nord e non vanno bene per i nostri. Tutto ciò sta facendo perdere competitività alle nostre aziende, caricandole di costi che le altre imprese nel mondo non devono sobbarcarsi. In questo campo l’Europa deve fare un passo indietro. Dall’altra parte, invece, bisogna fare a livello europeo quello che può essere fatto meglio a livello sovranazionale – difesa, protezione dei confini esterni, politica estera – e dove l’Europa è oggi completamente assente. Quasi sempre, questo è dovuto alla Germania che non vuole fare né un passo avanti né un passo indietro, ma preferisce decidere regole e politiche a sua misura. Tutto ciò fa crescere la rabbia nei confronti di Bruxelles e se non arriviamo a una distribuzione di diritti e doveri, dove non c’è qualcuno che ci guadagna e qualcuno che ci rimette, questa Europa non avrà lunga vita. Quindi per assurdo, chi ama l’UE la vuole cambiare profondamente, mentre chi la vuole mantenere così com’è la distrugge soltanto. Personalmente penso che gli italiani amino l’Europa e detestino l’Unione europea.

Onorevole, lei è attiva anche nei rapporti con il Sud America. Cosa pensa della crisi venezuelana e del ruolo che dovrebbe avere l’Unione europea a tal riguardo?

L’UE dovrebbe fare qualcosa in più  dei soliti proclami di solidarietà al popolo venezuelano. Perché molti venezuelani hanno la doppia cittadinanza, di cui tanti quella italiana. Purtroppo, invece, ci sono troppe parole e pochi fatti. Oggi, tutti si preoccupano delle persone che vengono qui in maniera illegale, senza alcun diritto a restare sul nostro suolo, mentre invece i venezuelani che vengono qui, non si vedono riconosciuti né lo status di rifugiato né i loro titoli di studio. Molti venezuelani scappano a nuoto attraverso lo stretto di mare che porta alle isole Curacao e muoiono durante la traversata. Per qualche motivo, però, le morti nel Mediterraneo fanno grande notizia, mentre le morti dei poveri venezuelani non vengono nemmeno menzionate. In Europa prevale la solidarietà solo quando rappresenta il braccio armato di politiche ideologiche e questo a me non piace. L’UE dovrebbe dare una mano concreta ai venezuelani che potrebbero integrarsi senza problemi nelle nostre società e offrire un contributo reale allo sviluppo delle nostre società. Con il cambiamento in atto nel mondo del lavoro, tra intelligenze artificiali, digitalizzazione, tecnologie, noi abbiamo bisogno di persone specializzate e formate. Quindi ben venga l’immigrazione specializzata, legale, regolare, sviluppata in base a quello che ci serve. Ma ripeto, si vede chiaramente che dietro a ciò che accade ora c’è solo ideologia e non vera solidarietà: se l’Europa fosse veramente solidale, infatti, si occuperebbe dei venezuelani.

Il ritardo del nostro Governo a unirsi alle posizioni degli altri partner europei è significativo di una politica estera in via di trasformazione o semplicemente confusionaria?

Di una politica estera inesistente. Credo che uno dei lati più deboli di questo governo sia proprio la politica estera. Perché abbiamo in pratica due governi che esprimerebbero due politiche estere contrapposte e che, di conseguenza, si annullano a vicenda. Non stiamo né con Haftar né con Sarraj, non stiamo né con Maduro né con Guaido. Sembriamo la Pizia. Un conto, poi, sarebbe fare attivamente politiche per superare delle contraddizioni, un conto è fare Ponzio Pilato che se ne lava le mani. Perché, alla fine, al di là delle dichiarazioni non vedo alcun tipo di azione reale.

La reazione dei Gilet Gialli a tassazioni ambientali ha dimostrato la rischiosità sociale e politica di strategie economiche e ambientali che mirino a una transizione ecologica. Se è vero che tutte le classi sociali dovranno partecipare a tale transizione è altrettanto vero che senza una strategia sociale nessuna transizione ecologica avrà seguito. Quali politiche adottare a livello europeo?

Bisogna applicare il buon senso. Quando ho cominciato a occuparmi di sviluppo sostenibile ho capito che parliamo di salute animale, umana e ambientale. Ma ho anche capito che l’aspetto socioeconomico deve essere valutato: non posso assumere ciecamente delle posizioni ambientaliste che non tengano conto dell’impatto delle scelte che vado a compiere, perché così facendo non ho più uno sviluppo sostenibile, ma lo faccio pagare a classi intere di persone che già pagano un prezzo altissimo a causa di crisi e globalizzazione.

L’Europa deve smettere di avere la mania di calare dall’alto delle regole studiate e pensate in stanze chiuse da quattro burocrati che giocano con i dati scientifici e con i modellini. Il mondo e la vita reale hanno una quantità di variabili tali che non è possibile inquadrarle in teorie pensate su una scrivania. Questa burocrazia non ha l’umiltà né la sapienza di mettersi accanto a chi sta sul campo – come ad esempio gli agricoltori – e capire insieme a loro quali sono i sacrifici da fare e come metterli in pratica.  Per queste ragioni credo che l’UE, quando parla di queste cose, sia molto più simile alla programmazione quinquennale dell’Unione Sovietica piuttosto che a un qualcosa di moderno basato sulla scienza, sulla conoscenza e sullo sviluppo sostenibile. Bisogna che non siano i burocrati a imporre i loro modellini, bisogna che il Parlamento europeo abbia più forza e che i governi siano più attenti e che si parta dal rappresentare i territori, le attività produttive e il mondo reale.

Veniamo infine al tema dei migranti. La proposta di revisione del regolamento di Dublino è naufragata anche a causa della posizione tenuta dal nostro governo. Quale è la sua posizione sulla riforma mancata e quale pensa che sia la strada da dover intraprendere per far fronte, a livello europeo, a un problema come quello dei migranti?

Secondo me Lega e M5S hanno sbagliato a negare l’appoggio a questa riforma in Parlamento, ma anche se lo avessero fatto non sarebbe cambiato nulla. Certo, avere un meccanismo di redistribuzione automatica poteva essere un inizio, però io sono convinta che questa non sia la soluzione. La soluzione vera è non fare entrare immigrati. Noi dobbiamo, come dice FdI, instaurare dei blocchi navali – come aveva fatto Prodi a suo tempo nei confronti dell’Albania. Perché l’immigrazione attuale è irregolare, illegale e gestita dai trafficanti di esseri umani. Sembra che, alle volte, ci dimentichiamo di cosa stiamo parlando: stiamo parlando di un nuovo tipo di schiavismo, che sta diventando un business più importante di quello della droga e delle armi, e si sviluppa tutto sulla pelle delle persone. 

Credo che sia una vera ipocrisia pensare di essere solidali solo perché si aprono i porti, così come credo sia da ipocriti affermare che solo i Paesi di Visegrad non vogliono aprire all’immigrazione – perché anche la Francia tiene sigillati i suoi confini a Ventimiglia. Noi dovremmo prenderli come esempio. I Paesi europei non vogliono farsi carico di immigrati – punto – e noi non possiamo più farci carico di tutti quelli che arrivano, perché non è più sostenibile. Noi abbiamo un Paese che ha fatto già troppo e dobbiamo, come Europa, decidere di proteggere i confini europei esterni – in primis quello confine italiano, dando vita ai blocchi navali. Chi dice che ciò non è possibile è smentito dalla storia e dalla cronaca, perché come dicevo prima è già stato fatto da Prodi.

Questo discorso lo applicherebbe a tutte le categorie di migranti?

No. Per chi è titolare dello status di rifugiato devono essere predisposti dei meccanismi per il trasporto aereo e per un’accoglienza decorosa. Per quanto riguarda i migranti economici, invece, devono essere fatte entrare tutte quelle persone di cui il nostro Paese ha bisogno e che si muovono in modo legale. Perché quando parlano di noi italiani come ex popolo di migranti, dobbiamo ricordare a tutti che partivamo con i documenti e con un contratto di lavoro, mai in modo illegale.

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