Misure igieniche contro l’epidemia di razzismo

Io potrei avere il coronavirus*. Eppure non sono asiatico. Il prossimo passante o la prossima lavoratrice asiatica che vedrete andare a pranzo o prendere il treno con voi potrebbe non avere nemmeno l’herpes.

La commozione che è stata condivisa sui social media dopo il discorso di Liliana Segre al Parlamento Europeo, ricordando l’orrore dei campi di sterminio nazisti, si è unita alla paura di un nuovo nemico molto meno visibile del totalitarismo che striscia nei polmoni. Il disgustoso livello della campagna elettorale di Salvini in Emilia-Romagna che ha calpestato i diritti fondamentali alla privacy dell’individuo si sono sovrapposti agli sputi sul treno in Veneto a una ragazza cinese. Figli della stessa madre, il razzismo nei confronti degli immigrati che scappavano da Est o da Sud, oggi lo troviamo anche affacciato a una finestra più alta da dove si può vedere quello che in Europa viene chiamato l”Estremo Oriente”.

Se le misure preventive prese da un governo autoritario nei confronti della capitale dell’Hubei, Wuhan, pongono una questione su cui dobbiamo (e dovremo) confrontarci nei prossimi mesi, l’odio italiano nei confronti dei cinesi deve essere anestetizzato ora. In questa crisi sanitaria mondiale. Più volte mi sono chiesto perché tra tutti i popoli del mondo gli italiani sono sempre risultati al terzo posto per odio nei confronti dei cinesi. I primi sono i giapponesi, i secondi i vietnamiti. Entrambi questi Paesi hanno avuto una o più guerre. Uno o più scontri culturali. Una o più lingue intrecciate le une alle altre con radici secolari. L’Italia è a quasi diecimila chilometri di distanza. Dietro di noi l’India, storie di vicini scomodi, imperi e contese territoriali.

Il nostro atteggiamento un po’ scherzoso è spesso un velo che cela il non-detto. Lo facciamo per smorzare quando si parla di tematiche socio-politiche; lo facciamo per rimanere sui binari di un dogmatico “politically correct” più che un comportamento assorbito; lo facciamo per nascondere ulteriore razzismo, quando non si parla di noi. Grande popolo italiano. Dovremmo forzare questo velo e affrontare la nostra fragilità di non aver capito le lezioni sulla parità di genere; quelle sulla necessità di conflitto per muovere un passo avanti nel nostro sviluppo di esseri politici; quelle sull’antirazzismo.

La creazione di identità può prendere la forma di nazionalismo, l’affermazione della diversità attraverso simboli, caratteristiche fisiche, comportamenti. Dall’altra parte però l’identità ha la possibilità di unire, di creare un percorso comune attraverso il ribaltamento dell’esclusione per arrivare all’inclusione come mezzo di organizzazione. A Wuhan – 9 milioni di abitanti nel 2018 – è esplosa una nuova forma di coronavirus (in precedenza, le più famose erano la SARS e la MERS), ma questo non ci deve permettere di guardare ogni asiatico in maniera sospettosa. Oltre il 90% dei contagiati è cinese e questo è dovuto anche (soprattutto, se non esclusivamente) al fatto che il governo centrale di Pechino ha preso la decisione di bloccare le vie d’accesso e d’uscita della capitale. Delle città limitrofe. Dell’intera Provincia.

La paura dell’espansione del virus ci ha portato a non valutare queste misure nella loro dimensione politica né ci siamo ancora chiesti se i nostri governi avrebbero bloccato città come Bologna – 350 mila abitanti -, Marsiglia – 890 mila abitanti -, Manchester – 510 mila abitanti -, o Amburgo – 1,8 milioni di abitanti. Ricordate che si sta scappando dal virus, non dai cinesi. Che di tutta la popolazione cinese lo 0,1% è stato colpito (12000 individui al 31 gennaio 2020). Che il 59,5% di tutti i casi rilevati si trova nell’Hubei. Che la corsa a trovare un vaccino per curare questa epidemia vede come leader cinesi o asiatici. Che chi sta curando l’oltre 99% dei casi è cinese.

Inoltre, è necessario ricordare che tutto questo sta avvenendo durante il capodanno cinese, simile al nostro Natale, che ha molto più valore del nostro ultimo dell’anno. E qui c’è bisogno di prendere una prospettiva diversa, pensando a noi espatriati mentre aspettiamo che arrivi il 22 dicembre per tornare a casa o i genitori e le famiglie che aspettano gli espatriati che tornino a casa per Natale. Oltre a essere un problema a livello internazionale è anche un misto tra rabbia e tristezza per il periodo che viene definito “la migrazione annuale più grande al mondo”. Quando questa migrazione finirà, non alimentiamo l’odio attraverso il sospetto, creando maggiore tensione sociale e alimentando un razzismo inconscio. La prevenzione all’odio è un rimedio necessario per combattere il razzismo, così come la prevenzione sanitaria è necessaria per ognuno di noi a combattere l’espansione dei virus.

Se non vi sentite sicuri nell’ambiente in cui vivete o lavorate, queste sono alcune linee guida rilasciate dalle task force dei dipartimenti di medicina delle Università di Hong Kong:

  • Lavarsi le mani frequentemente, in particolare prima di toccare la bocca, il naso e gli occhi; dopo aver toccato istallazioni pubbliche come corrimano e maniglie delle porte; o quando le mani sono state contaminate da secrezioni respiratorie dopo aver tossito o starnutito
  • Lavarsi le mani con sapone liquido e acqua, e strofinare per almeno 20 secondi. Dopodiché sciacquare con acqua e asciugare con fazzoletti da bagno o asciugamani. Se i lavandini non sono disponibili o quando le mani non sono visibilmente sporche, lavarle con una base d’alcol al 70 o 80% è un’alternativa efficace
  • Coprire la bocca e il naso con un fazzoletto quando si starnutisce o tossisce. Buttare il fazzoletto in un cestino e poi lavare bene le mani
  • Quando in presenza di sintomi respiratori, portare la mascherina, non andare a lavoro o a scuola, evitare posti affollati e chiedere subito consigli medici al proprio dottore

 

 

*questo articolo è stato scritto a Hong Kong, dove abito da

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