UE e uguaglianza di genere: lontana dal traguardo

Lo scoppio della pandemia COVID-19 ha sconvolto il programma di lavoro della Commissione, che alla soglia dei suoi primi 100 giorni di mandato ha dovuto accantonare, almeno temporaneamente, alcune delle sue priorità. Tra queste l’uguaglianza di genere, che era stato un tema centrale per l’allora candidata presidente Ursula von der Leyen.

I programmi a sostegno delle economie negli Stati membri necessitano di ingenti risorse, che saranno presumibilmente sottratte ad altri progetti e priorità. Secondo alcune ipotesi di lavoro interne, la Commissione potrebbe rimandare al 2021 l’avvio di programmi a supporto dell’uguaglianza di genere e dei diritti LGBT+.

Una decisione di questo tipo danneggerebbe la credibilità politica della Commissione, ma ancor di più la popolazione dell’UE, che ora più che mai ha bisogno di vedere investimenti seri in politiche di genere.

Il lavoro dell’EIGE

Lo European Institute for Gender Equality (EIGE) è l’unica agenzia indipendente dell’UE che si occupa esclusivamente di uguaglianza di genere. A partire dal 2013, ogni due anni l’EIGE pubblica il Gender Equality Index, un indice che misura i progressi degli Stati membri nel raggiungere la parità. Poiché l’uguaglianza è un concetto composito, anche l’Index è il prodotto di valutazioni in sei ambiti chiave:

  •         Lavoro;
  •         Denaro;
  •         Conoscenza;
  •         Tempo;
  •         Potere;
  •         Salute.

Oltre a toccare temi più comunemente associati alla vita pubblica, l’EIGE presta attenzione anche alla vita privata dei cittadini e delle cittadine dell’UE. L’agenzia adotta inoltre un approccio intersezionale, analizzando cioè i modi in cui la combinazione di varie caratteristiche – quali genere, età, nazionalità, educazione – produce diversi livelli di disuguaglianza.

I risultati del 2019: ancora progressi, ma non basta

Il rapporto EIGE 2019 ha un titolo indicativo: “Still far from the finish line”, ossia “Ancora lontani dal traguardo”. L’indice complessivo per l’Unione europea – calcolato su dati del 2017 – è di 67,4 punti su 100, migliorato di soli 5,4 punti dal 2005.

Il dato, di per sé non esaltante, nasconde differenze geografiche significative. Ci sono più di 30 punti di differenza tra la Svezia, prima tra gli Stati membri con 83,6 punti, e i Paesi in coda Grecia (51,2 punti) e Ungheria (51,9). Più in generale, i Paesi dell’Europa del nord e centro-settentrionale dominano la classifica, mentre quelli dell’Europa centrale e orientale si collocano in fondo, registrando peraltro progressi minimi rispetto al 2005.

Oltre al gap geografico, anche il divario tematico è consistente. In tema di salute, l’indice UE raggiunge 88,1 punti su 100, quindi non troppo lontano dalla perfetta parità. Questo è in parte dovuto ai dati sull’aspettativa di vita, con le donne che tendono a essere più longeve degli uomini, ma è anche merito del punteggio sull’accesso alla salute, ben 98,3 punti. Ciò significa che la maggior parte dei cittadini e delle cittadine dell’UE ha accesso alle cure sanitarie, anche se per alcuni gruppi più vulnerabili – per esempio le madri single o le persone con disabilità – ciò non è sempre vero.

Il settore più critico è quello del potere, dove il punteggio per l’UE è di soli 51,9 punti. Quest’indice misura il livello di rappresentazione femminile in posizioni di autorità in ambito politico, economico e sociale. I dati indicano che, in generale, le donne hanno maggiori opportunità di accesso a posizioni con responsabilità decisionale, ma restano comunque fortemente sottorappresentate.

La posizione dell’Italia

L’Italia si colloca a metà classifica, con 63 punti nell’indice complessivo, poco al di sotto della media UE. Il dato positivo è che il nostro Paese è migliorato di ben 12 posizioni dal 2005, quando era tra i peggiori, con meno di 50 punti.

In ambito sanitario l’Italia si posiziona nella media UE. Preoccupa, invece, l’indice sul potere: solo 47,6 punti. Per capire meglio questo dato, bisogna interpretarlo nel contesto delle altre dimensioni dell’indice, come lavoro, tempo e denaro. Stando ai dati EIGE, le donne si trovano ancora di fronte al cosiddetto “soffitto di cristallo”, una barriera invisibile che ostacola l’accesso a posizioni di rilievo. Parlare di potere e rappresentanza in posizioni di responsabilità consente di ampliare la riflessione su temi spesso dibattuti quando si discute di uguaglianza di genere, come la partecipazione al mercato del lavoro o la parità salariale.

Non bisogna interrogarsi semplicemente sulla quantità – quante donne partecipano al mercato del lavoro o entrano in politica – ma anche sulla qualità e sul livello di inclusione. È altrettanto importante, infatti, capire se e in che misura le donne hanno un peso nelle decisioni economiche e politiche in Italia e nel resto dell’Unione, se alcuni ruoli e settori sono loro preclusi formalmente e nei fatti, se il contesto legislativo, politico e sociale favorisce questa inclusione.

Il divario salariale è solo parte del problema

Riflettiamo su un esempio concreto. Dal 2005 al 2019, il tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro è cresciuto dal 50 al 56%, mentre quello degli uomini è stabile al 75%. Questo, però, non è l’unico gap. È tipico, ad esempio, il fenomeno della segregazione orizzontale: alcune professioni sono dominate da un genere, spesso per ragioni storiche che hanno alimentato stereotipi duraturi. Mentre circa un quarto delle donne lavora nell’istruzione, salute e assistenza sociale (contro il 6% degli uomini), solo il 6% ha un lavoro in ambito STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) contro il 31% degli uomini, secondo EIGE. La stessa divisione si ritrova anche in ambito universitario. Anche se l’Italia ha più donne che uomini laureati, ben la metà di queste consegue un titolo in discipline umanistiche o delle scienze sociali.

Ciò ha degli impatti concreti sullo stipendio e sulle condizioni di vita. Mentre il divario salariale a parità di condizioni contrattuali è solo del 5%, quello nei guadagni è del 47,3%. A produrlo è, in parte,  l’ambito lavorativo, che determina a sua volta le retribuzioni. Pesano molto anche il numero di ore contrattuali – un terzo delle donne italiane ha un lavoro part-time, contro il 9% degli uomini – e le responsabilità lavorative, tornando alla questione del potere.

Il lavoro invisibile

Uno svantaggio ulteriore è il cosiddetto “lavoro di cura”, ossia l’assistenza a bambini e familiari, spesso anziani. Questo impiego, non retribuito e dunque “invisibile”, continua a essere prevalentemente responsabilità delle donne. 

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), le donne in Italia si fanno carico del 74% delle ore di lavoro di cura: 5 ore e 5 minuti al giorno, che scendono a un’ora e 48 minuti per gli uomini. Questo carico aggiuntivo aggrava le disuguaglianze già esistenti, perché le donne con figli tra 0 e 5 anni escono più spesso dal mercato del lavoro o lavorano meno ore rispetto agli uomini nella stessa situazione, e sono quindi in una posizione economica più vulnerabile.

L’intersezione tra impiego retribuito e lavoro di cura è drammatica per le famiglie con un solo genitore, che in poco meno di 9 casi su 10 è donna. Nel 2016, più del 40% delle madri in un nucleo monoparentale era a rischio di povertà ed esclusione sociale, secondo l’Istat.

Il ruolo della legge

La disparità di genere è il prodotto di una struttura sociale e di una cultura patriarcale radicata. Qualsiasi cambiamento, dunque, necessita di tempo per manifestarsi. Ciò non significa che gli interventi legislativi non abbiano alcun effetto; anzi, nel caso italiano, hanno prodotto cambiamenti significativi a dispetto delle critiche (si pensi al dibattito sulle vituperate “quote rosa”).

Ad esempio la legge 120/2011, nota anche come legge Golfo-Mosca, ha introdotto una quota di genere temporanea di 1/3 nei consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate in borsa.

Il provvedimento ha trasformato i consigli d’amministrazione italiani. Nel 2005, le donne erano solo il 3% dei membri dei CDA; nel 2019, secondo uno studio di Credit Suisse, erano il 35,9%. L’Italia è ora quinta al mondo per rappresentanza femminile nei consigli d’amministrazione.

La legge di bilancio del 2019 ha prorogato il provvedimento, rendendo la quota vincolante per sei mandati di CDA consecutivi e innalzandola al 40%. Questo per incentivare le aziende a non raggiungere semplicemente la soglia imposta dalla legge, ma a promuovere l’uguaglianza sostanziale e un cambiamento duraturo nella cultura aziendale.

In ambito politico, l’introduzione delle quote di genere nelle liste elettorali a tutti i livelli ha favorito l’ingresso delle donne in Parlamento e nelle assemblee regionali. Nell’attuale legislatura, più di un terzo dei parlamentari sono donne – un record nella storia della Repubblica – e il Senato ha eletto la sua prima presidente, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Non tocca dimenticare, però, che l’Italia, nei suoi 67 governi dal 1945, non ha mai avuto una presidente del Consiglio, né una presidente della Repubblica.

Conclusioni

In un periodo di incertezza economica come questo, tagliare i programmi apparentemente superflui, come quelli sulle politiche di genere, sembra quasi sensato. Continuare a perseguire questi obiettivi, invece, è ancora più importante in questo momento, per due motivi.

Nell’immediato, protegge i gruppi più vulnerabili, tra cui le donne, dalle conseguenze dei cicli economici avversi. Le donne tendono ad avere redditi più bassi e lavori più precari e sono a maggior rischio di esclusione dal mercato del lavoro, come discusso in precedenza.

Ma le politiche di genere sono fondamentali al di là – e a prescindere – dalle crisi. Politiche di inclusione e di garanzia dei diritti contribuiscono a produrre quel cambiamento culturale che porta verso una società più equa, coesa e sostenibile.

 

Fonti e approfondimenti

European Institute for Gender Equality, Intersecting inequalities. Gender Equality Index, Lussemburgo, Publications Office of the European Union, 2019.

European Institute for Gender Equality, Gender Equality Index 2019. Work-life balance, 19/10/2019.

Ufficio valutazione impatto del Senato, Parità vo cercando. 1948-2018. Le donne italiane in settanta anni di elezioni, documento di analisi n. 13, Senato della Repubblica, luglio 2018.

European Institute for Gender Equality, Gender Equality Index 2019: Italy, 07/10/2019.

Organizzazione internazionale del lavoro, Prospettive occupazionali e qualità del lavoro di assistenza e cura in Italia, OIL, 2018.

Commissione europea, “The gender pay gap in Italy, factsheet, novembre 2017.

Parlamento europeo, Women in politics: A global perspective2019.

Parlamento europeo, “Divario retributivo di genere: le donne guadagnano meno degli uomini nell’UE?“, 13/01/2020.

World economic forum, Global Gender Gap Report 2020Ginevra, 2019.

Istat, “Madri sole con figli minori“, Focus statistiche, 19/04/2018 (su dati 2015-2016).

Istat, Le statistiche dell’Istat sulla povertà, comunicato stampa, 18/06/2019 (su dati dle 2018).

Tortuga, “Donne in politica. Più quantità, ma troppo scarsa la rilevanza“, Il Sole 24 Ore, 09/01/2020.

Credit Suisse Research Institute, The CS Gender 3000 in 2019: The changing face of companies, Credit Suisse, 2019.

Commissione europea, Gender Equality Strategy: Striving for a Union of equality, comunicato stampa, 05/03/2020.

Legge n. 120/2011, GU Serie Generale n. 174, 28/07/2011.

Makszimov, Vlagyiszlav, “EU to delay human and minority rights initiatives due to COVID-19“, Euractiv, 16/04/2020.

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