L’Altra America: la Repubblica Dominicana

La Repubblica Dominicana divide il territorio dell’isola di Hispaniola, nome scelto da Cristoforo Colombo nella spedizione del 1492, con Haiti. In questo articolo analizziamo la sua storia dagli insediamenti indigeni, passando per il periodo coloniale, le varie indipendenze e la dittatura di Trujillo, fino alla grande crescita economica attuale. 

Wikimedia Commons

Geografia e popolazione

Le stime del 2019 parlano di un Paese con 10.350.000 abitanti, dei quali 3.810.000 si concentrano nell’area urbana di Santo Domingo, la capitale. La Repubblica Dominicana occupa la parte orientale e quasi due terzi dell’isola di Hispaniola oltre ad alcune isole minori, tra cui solo Saona, Beata e Catalina superano il chilometro quadrato. Una croce bianca divide la bandiera in quattro settori, due blu e due rossi, con lo scudo dominicano al centro circondato da rami di alloro e su cui si erge il motto “Dios, patria, libertad”. Il rosso rappresenta il sangue versato dai libertadores, il blu gli ideali di progresso e libertà, la croce è il simbolo della lotta e il bianco è un monito alla pace e all’unità del popolo.

Wikimedia Commons

La popolazione è per il 73% meticcia, 16% bianca, 11% nera e la religione predominante è il cattolicesimo (69%). La lingua ufficiale è lo spagnolo, però c’è una minoranza che parla anche il creolo haitiano, per la vicinanza al Paese francofono e la forte immigrazione degli ultimi anni, che si è accentuata dopo il terremoto del 2010. 

L’attuale presidente è Danilo Medina Sánchez, del Partito della Liberazione Dominicana (PLD), che ha dominato la scena politica e governato il Paese per 20 degli ultimi 24 anni. Le prossime elezioni sono previste per il 15 maggio. Il risentimento nei confronti del forte controllo istituzionale del PLD, acuito dalle proteste di febbraio per l’interruzione delle elezioni municipali, ha minato le possibilità di successo del PLD.

[/media-credit] Il presidente in carica della Repubblica Dominicana Danilo Medina Sánchez

Dai Taino al periodo coloniale 

I primi abitanti dell’isola furono i Taino, aborigeni discendenti degli Aruachi che emigrarono dalle foci del fiume Orinoco, in Venezuela, e occuparono l’arcipelago antillano. Erano un popolo pacifico, dedito all’agricoltura, alla pesca e alla caccia, con un territorio diviso in cinque grandi regioni governate ciascuna da un cacicco. 

Il primo approccio di Cristoforo Colombo in America fu proprio con l’isola di Hispaniola. Vi approdò il 5 dicembre del 1492 iniziando un’opera di conversione degli autoctoni alla religione cattolica. Per tutta la durata del XVI secolo, La Española godette di ottima considerazione economica e sociale. Tuttavia, le successive conquiste sulla terra ferma (soprattutto degli imperi Inca e Azteco) relegarono l’isola a un ruolo di secondo piano nell’impero spagnolo oltreoceano e contribuirono a farla precipitare nella povertà. Le incursioni dei corsari inglesi, tra cui Francis Drake, distrussero parte delle città e degli insediamenti stabiliti fino a quel momento. Il colpo di grazia arrivò tra il 1605 e il 1606, quando Antonio Osorio, il governatore, diede inizio al processo di spopolamento della parte occidentale dell’isola. La zona venne abbandonata e divenne preda delle invasioni di pirati e filibustieri di origine francese, che fondarono la colonia di Saint Domingue, in seguito diventata Repubblica di Haiti, alle dipendenze della Francia.

Le indipendenze

Haiti fu la prima colonia a ottenere l’indipendenza dalla sua madrepatria nel 1804, grazie alla rivolta degli schiavi e a un accordo economico con la Francia. Nel 1822 ci riuscì anche la Repubblica Dominicana, che all’epoca scelse il nome di Estado Independiente de Haití Español, in maniera assolutamente pacifica. Questo primo tentativo durò solo qualche settimana, tanto da essere ricordato come “indipendenza effimera”. Infatti, l’esercito haitiano di Jean Pierre Bover sfruttò la polarizzazione tra indipendentisti e realisti per portare a termine l’annessione del Paese vicino e riunire l’isola sotto un unico Stato. 

Gli haitiani governarono per 22 anni, cercando di cancellare le tradizioni della parte ispanica con l’imposizione della lingua francese. Inoltre, depredarono i grandi boschi per ripagare il debito con la madrepatria attraverso l’esportazione del legno. Nonostante l’abolizione della schiavitù, i segni di insofferenza cominciarono a essere evidenti. Nel 1838, un gruppo di giovani di Santo Domingo creò una società segreta chiamata La Trinitaria, per pianificare un’eventuale liberazione. I ribelli riuscirono a imporsi facilmente contro Boyer nel 1844 grazie al rifiuto della popolazione di concedere approvvigionamenti alle truppe haitiane. Ogni anno si commemora il 27 febbraio, giorno della liberazione. 

Nel 1861, il Paese era sull’orlo del collasso economico e Pedro Santana cercò di salvarlo proponendo l’annessione a Stati Uniti e Francia. Le trattative naufragarono, ma Santana riuscì a riportare la Repubblica Dominicana sotto il controllo spagnolo. La vittoria dei ribelli nella guerra di restaurazione contro la Spagna sancì l’ultima e definitiva indipendenza nel 1864. 

Ciò segnò l’inizio di un’epoca di instabilità sotto il controllo dei grandi proprietari terrieri, tra cui Ulises Heureux, il primo grande dittatore. Nel 1897, con il Paese vicino alla bancarotta, decise di stampare cinque milioni di dollari senza appoggio, esasperando i commercianti locali, ridotti sul lastrico. Heureux fu assassinato nel 1899 e lasciò il Paese con un debito cinque volte superiore al bilancio nazionale.  

La dittatura di Trujillo e la democratizzazione

Era l’epoca del Corollario Roosevelt, un’estensione della Dottrina Monroe che considerava l’America Latina e i Caraibi come territorio di espansione degli interessi commerciali degli Stati Uniti. La Repubblica Dominicana lasciò ai vicini nordamericani il controllo delle sue dogane in cambio della promessa di riduzione del debito. L’instabilità politica portò però all’invasione del Paese nel 1916. L’ordine definitivo si raggiunse solo con il colpo di stato di Rafael Leónidas Trujillo nel 1930. Il dittatore, tra i più sanguinari della storia latinoamericana, governò il Paese per 30 anni con l’appoggio statunitense, sancito dal trattamento preferenziale per l’esportazione della canna da zucchero. 

[/media-credit] Febbraio 1951: Rafael Trujillo da il benvenuto al neo-eletto presidente haitiano Paul Magloire a Ciudad Trujillo (l’attuale Santo Domingo)

Trujillo represse la dissidenza interna con la violenza. Eliminò nel 1959 il Movimiento Revolucionario, formato da dominicani in esilio sbarcati a nord del Paese dopo un periodo di addestramento a Cuba, e uccise tre delle quattro sorelle Mirabal, la cui data della morte, 25 novembre 1960, fu in seguito scelta per celebrare la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Inoltre, macchiò per sempre le relazioni con i vicini francofoni sterminando tra i 9.000 e i 20.000 haitiani nell’ottobre del 1937, in quella che è passata alla storia come Matanza del Perejil

Nel 1961, un colpo di fucile uccise Trujillo mentre transitava in automobile verso San Cristobal, la sua città natale, ribattezzata Ciudad Trujillo. Nei mesi precedenti aveva cercato di assassinare il suo omologo venezuelano, Rómulo Betancourt, colpevole, a suo modo di vedere, di tramare contro la sua persona. Con l’attentato perse la protezione dell’alleato più importante, gli Stati Uniti. 

La strada verso la stabilità politica sarebbe stata ancora lunga. Juan Bosch, uno degli scrittori più importanti della storia dominicana, risultò vincitore delle prime elezioni libere nel 1966, ma fu destituito da un colpo di stato appoggiato da 42.000 soldati statunitensi. Da quel momento il Paese venne dominato dalla figura di Joaquín Balaguer, che si mantenne al potere per 12 anni e lo recuperò per altri 10 dal 1986, forte dell’eredità personalistica di Trujillo, di cui era già stato vicepresidente tra il 1957 e il 1960 e che aveva sostituito tra il 1960 e il 1962. Anche lui era scrittore e condivise con Juan Bosch il National Book Award del 1990.

L’incontrastata influenza di Balaguer riuscì a imporsi anche oltre il 1996, data in cui concluse il terzo mandato ma riuscì comunque a far eleggere il suo protetto, Leonel Fernández, appoggiato dal PLD. Nel 2003 il suo successore, Hipólito Mejía, si ritrovò a dover fronteggiare una forte crisi economica causata dal fallimento di tre banche.

Economia

La crisi provocò un aumento del debito, oltre alla svalutazione della moneta locale che influì sull’abbassamento dei salari e l’aumento delle disuguaglianze. Tuttavia, dal 2005 un pacchetto di riforme del sistema finanziario e il riequilibrio del bilancio pubblico segnarono l’inizio di una scalata senza fine. 

L’economia interna ha continuato a crescere a un ritmo del 5% del PIL ogni anno, raddoppiando in questo modo il reddito pro capite e portando il tasso di disoccupazione ai minimi storici (5,5%). Il turismo (9% del PIL) e gli investimenti stranieri (4 miliardi in totale), specialmente la vendita del 35% della Cervecería Nacional Dominicana, hanno svolto un ruolo determinante. Le esportazioni, nonostante una crescita del 15% nell’ultimo anno, soprattutto di materiale medico, dispositivi elettronici, tessili e sigarette, restano un punto debole. Da due anni inoltre si applica un regolamento finanziario contro il riciclaggio di denaro, con un forte controllo sul sistema economico nazionale. 

Relazioni Internazionali

La Repubblica Dominicana vanta un aumento di relazioni diplomatiche con il Medio Oriente, l’Africa e l’Asia. Il ruolo più importante lo svolge nel contesto dei Caraibi, come Paese più in crescita e leader di alcune organizzazioni regionali come la Secretaría de Integración Económica Centroamericana (SIECA) o il Sistema de la Integración Centroamericano (SICA). Il rapporto più problematico resta comunque quello con il vicino Haiti, nonostante gli aiuti dati al vicino dopo il terremoto del 2010 di Port au Prince. 

Haiti è infatti il Paese più povero di tutta di tutta l’area latinoamericana, mentre la Repubblica Dominicana quello più in crescita. Questo ha portato a un incremento esponenziale dell’immigrazione dei vicini francofoni, con una cifra che potrebbe superare il milione. La grande presenza di manodopera migrante nei campi e nei lavori precari ha causato un aumento degli episodi xenofobi. Il fatto che gli haitiani siano di pelle scura, di fronte a un Paese prevalentemente mestizo, li rende facilmente riconoscibili e attaccabili. Non manca la presenza di un partito populista, il Frente Nacional Progresista (FNP), che cerca di far leva sulla condanna dello straniero a scopo politico. Per il momento, il discorso sovranista non sembra attecchire, dato che il FNP non ha seggi in parlamento. 

L’attuale scenario

Il benessere economico non si traduce necessariamente in consenso politico e le elezioni municipali del 16 febbraio l’hanno dimostrato. Il nuovo sistema di conteggio dei voti non ha funzionato e il processo elettorale è stato rinviato al 15 marzo, con la vittoria finale del Partido Revolucionario Moderno (PRM) nel 52% dei municipi. Molti giovani si sono riversati sulle strade di Santo Domingo per protestare contro il governo, che a sua volta ha accusato il sistema elettronico. 

Per molti, però, le proteste nascondono dei problemi pregressi. Il Partido de Liberación Dominicana (PLD) governa da 16 anni consecutivi e sta vivendo una fase di declino. Per i critici del governo, la sospensione delle votazioni è stata indotta per impedire la debacle del partito, sfavorito anche alle elezioni nazionali di maggio. Il PLD è balzato agli onori della cronaca per alcuni episodi di corruzione, il più importante legato al caso Odebrecht, che ha colpito alcuni assistenti del presidente Medina. Il movimento di protesta che ne è scaturito, Marcha Verde, rivendica da quel momento la fine dell’impunità. 

Fonti e approfondimenti

Acento, “El PRM ganó el 52% de las alcaldías y en 26 de los 38 mayores municipios: Análisis de Juan Bolívar Díaz”, 21/03/20

BBC Mundo, “Protestas en República Dominicana: 4 puntos que explican las insólitas semanas de manifestaciones que estremecen el país caribeño”, 29/02/20

ABC, “Los haitianos en República Dominican aumentaron un 12,4 por ciento en los últimos cinco años”, 28/06/19

Presidencia de la República Dominicana, política exterior

El País, “La economía dominicana exhibe músculo”, 3/09/19

Portal Oficial del Estado Dominicano, Historia Dominicana

BBC Mundo, “El país del que República Dominicana se separó hace 175 años (y no fue España)”, 27/02/19

BBC Mundo, “La Masacre del Perejil: la matanza en 1937 que marcó las relaciones de Haití y la República Dominicana”, 8/10/19

Listín Diario, “Nuestras relaciones exteriores”, 15/04/12

 

Be the first to comment on "L’Altra America: la Repubblica Dominicana"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: