Obesità e diabete negli Stati Uniti

di Gianluca Petrosillo

Secondo le indagini dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dal 1975 a oggi sono quasi triplicate in tutto il mondo le persone affette da obesità e in sovrappeso, con più di 650 milioni di obesi e 1,9 miliardi di adulti in sovrappeso nel 2016. Si stima inoltre che siano 422 milioni i diabetici, soprattutto affetti da diabete di tipo 2 che, contrariamente al tipo 1, è poco influenzato dalla genetica e dipende maggiormente da abitudini scorrette. Di diabete oggi muoiono 1,6 milioni di persone ogni anno e, per l’OMS, entro il 2030 esso sarà la settima causa di morte in tutto il pianeta.

Gli Stati Uniti sono uno dei Paesi dove la prevalenza per entrambe queste condizioni è più alta, rispettivamente con il 67,9% e il 36,2% di adulti in sovrappeso o obesi e oltre 30 milioni di diabetici: un costo sempre più alto per le casse dello Stato. Secondo le proiezioni, nel 2030 un cittadino statunitense su due sarà obeso e uno su quattro in grave sovrappeso.

Le cause della crescente obesità non sono sempre chiare. La scarsa attività fisica, il consumo eccessivo di zucchero e il disinteresse della politica nei confronti della questione sono sicuramente tasselli di fondamentale importanza, ma non è affatto da sottovalutare il ruolo che rivestono le grandi realtà produttive del Paese, come la Big Food Industry.

Aziende alimentari e obesità

L’industria alimentare interviene direttamente nei cambiamenti della società statunitense. Le principali modalità attraverso cui essa agisce sono commerciali ed economiche, come ad esempio l’utilizzo di ingredienti di scarsa qualità per ridurre i costi di produzione e mantenere accessibile il prezzo del prodotto finito per garantire un più largo consumo. Attraverso i finanziamenti diretti ai partiti politici e alle strutture amministrative poi, è dimostrato il loro impegno in attività di lobbying, con investimenti stimati nel 2015 intorno ai 34 milioni di dollari. Sono importantissimi anche gli investimenti in ricerche scientifiche favorevoli e le tantissime azioni legali, tramite cui l’industria si batte da anni contro regolamentazioni troppo stringenti.

È da tempo attestato che l’aumento dell’aspettativa di vita, cresciuta sensibilmente nel mondo occidentale nei secoli scorsi, non è stato accompagnato da un miglioramento delle abitudini alimentari. Con il più diffuso consumo di cibo-spazzatura che esse producono, le aziende alimentari statunitensi sono sospettate di essere le principali responsabili dell’ambiente tossico che si è generato nel tempo. Le porzioni di cibo e le quantità di calorie sono sempre più abbondanti a scapito di un consistente impoverimento delle sostanze nutritive fondamentali per una dieta sana.

Una delle cause di queste modifiche risiede proprio nella produzione stessa degli alimenti ultra-processati, in cui il largo utilizzo di materie prime a basso costo come lo sciroppo di granturco – risorsa che abbonda negli Stati Uniti, in cui il mais è una fra le principali colture del settore primario – comporta elevati tassi di zucchero e di grassi saturi nei prodotti alimentari. Questo potrebbe avere contribuito a invertire la crescita nell’età media di alcuni Paesi, tra cui gli Stati Uniti, dove il costo sociale dell’obesità nel 2008 è stato stimato intorno ai 147 miliardi di dollari.

Le ricerche scientifiche sono un’altra potente arma nelle mani delle aziende alimentari. È rinomato il caso dell’industria dello zucchero che, a partire dagli anni Sessanta, iniziò a finanziare studi di ricerca e atenei anche molto prestigiosi. Il fine era dimostrare come le cause dell’obesità non fossero da ricercare tanto nel consumo di zucchero quanto in quello di grassi. Questa lunga battaglia diede i suoi risultati e nell’opinione pubblica si sedimentò la convinzione ingannevole, tuttora presente, che una dieta povera di grassi saturi, senza una diminuzione complessiva degli zuccheri, fosse sufficiente a combattere l’obesità.

Non è da sottovalutare, infine, il ruolo che hanno rivestito e continuano a rivestire le campagne legali. L’esempio più eclatante è quello delle cosiddette sugar tax, che nonostante i numerosi tentativi, proprio per via delle rimostranze delle industrie alimentari, soltanto raramente sono state introdotte nella legislazione statunitense.

Malattie non democratiche

Uno degli aspetti più problematici dell’obesità e del diabete è che non affliggono tutti nella stessa misura. Negli Stati Uniti a esserne affette sono soprattutto le persone più povere, le donne e le minoranze etniche. La principale causa di tale disparità è sicuramente il costo più contenuto degli alimenti di scarsa qualità, nei cibi confezionati e nei fast food, con cui è possibile sfamare molte bocche con pochi dollari. Al contrario, i cibi sani come frutta, verdura, legumi e cereali richiedono in genere un investimento più importante per le famiglie a basso reddito.

Uno studio del 2013 ha dimostrato che la presenza di punti vendita di prodotti alimentari non è omogenea. Essa varia molto all’interno delle città statunitensi in base al ceto e all’etnia di appartenenza degli abitanti, influenzando così la qualità dei generi alimentari disponibili per la popolazione. Se nei quartieri più ricchi e abitati principalmente da bianchi i supermercati sono più numerosi e meglio forniti, in quelli più poveri essi scompaiono quasi del tutto per lasciare spazio ai minimarket e ai piccoli alimentari. Nei quartieri a maggioranza ispanica, infatti, i punti vendita diminuiscono sensibilmente, mentre in quelli abitati principalmente da afroamericani essi sono quasi inesistenti.

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Obesità negli USA. Fonte: Wikimedia Commons

Ciò alimenta il circolo vizioso di segregazione, discriminazione e disuguaglianza che inchioda da decenni le classi più povere e le minoranze degli Stati Uniti alla povertà, intesa sia in termini economici che sociali e sanitari. Sono proprio gli afroamericani la categoria a maggiore prevalenza di obesità e diabete, in particolare le donne, con quattro afroamericane su cinque in sovrappeso o obese e una su quattro affetta da diabete. Le motivazioni di questo fenomeno sono diverse ed estremamente interconnesse: secondo alcuni esistono fattori culturali, secondo altri le ragioni sarebbero commerciali e per altri ancora ereditarie.

L’ultima grande fetta della popolazione da considerare in questo discorso è quella dei bambini. Dal secondo dopoguerra a oggi il dato sull’obesità infantile è cresciuto in tutto il mondo, esponendo i soggetti più giovani al rischio di sviluppare precocemente il diabete di tipo 2 – fortemente correlato a un’alimentazione scorretta – e disturbi cardiovascolari. Oggi, negli USA ci sono circa il triplo dei bambini in sovrappeso o obesi rispetto al 1970. Ciononostante, le aziende alimentari continuano ad attuare precise tattiche commerciali per sedurre i bambini statunitensi, inducendoli a un consumo eccessivo di bevande zuccherate e alimenti ultra-processati.

Durante l’amministrazione Obama era stato avviato un virtuoso progetto diretto esplicitamente alle donne incinte, alle neo-mamme e ai bambini in condizioni di povertà. Il progetto – realizzato con il supporto dei pediatri – mirava a rendere maggiormente disponibili generi alimentari di qualità come frutta, cereali e verdura nel contesto dei pasti gratuiti forniti dalle mense scolastiche. Grazie a questi sforzi l’obesità infantile aveva visto una sensibile diminuzione, passando dal 15,9% nel 2010 al 13,9% nel 2016.

Il ruolo di Trump: tagli alle spese e accordi internazionali

Con l’insediamento di Trump nello Studio Ovale i problemi sono tornati a peggiorare. All’interno dei tagli alla spesa guidati dalla nuova amministrazione, il progetto sopracitato fu uno dei primi a vedere ridotte le proprie risorse e l’alimentazione degli scolari peggiorò nuovamente. Le indagini mostrano che la qualità dei pasti nelle mense scolastiche è calata sensibilmente da allora, privando i figli delle famiglie più povere – con un minore accesso a prodotti alimentari salutari – di quella che era forse l’unica occasione per loro di mangiare cibo sano.

Nel 2018 inoltre i membri del NAFTA (North America Free Trade Agreement) – l’accordo di libero scambio istituito nel 1994 fra USA, Messico e Canada sul modello di quello della neonata UE – avviarono le discussioni sul futuro del trattato. Esse portarono in poco tempo al definitivo abbandono del progetto in favore del nuovo USMCA, in vigore a partire dal prossimo luglio.

Già durante la campagna elettorale di due anni prima, Trump aveva definito il NAFTA il peggiore accordo della storia degli Stati Uniti. Uno dei punti critici del trattato era, secondo lui, la quantità di restrizioni che l’intero continente americano stava ponendo ai prodotti delle aziende alimentari statunitensi. Per questo, aveva cercato in più occasioni di aumentare il potere dei singoli Stati interni al vecchio trattato per impedire le regolamentazioni più stringenti. Il Messico, infatti, alle prese come molti altri Stati dell’America Centrale e del Sud America con obesità e malnutrizione crescenti, aveva incominciato già da alcuni anni a proporre nuove regolamentazioni per la vendita di snack salati e bevande zuccherate, spingendosi talvolta all’implementazione di vere e proprie sugar tax. Il Canada non è mai arrivato a tanto, ma guardava con interesse al Sud America in rivolta contro il junk food e Trump aveva tutti i motivi per essere preoccupato.

La firma dell’USMCA – con il maggiore peso che esso conferirà agli interessi degli USA rispetto al precedente accordo – ha permesso alla Big Food Industry di tirare un sospiro di sollievo, ma ha gettato anche le basi per un ulteriore peggioramento di gravi malattie come obesità e diabete in tutto il Nord America, che di questo passo potrebbe non vedere scendere la curva dei casi ancora per molti anni.

Fonti e approfondimenti

Overweight and Obesity, Global Health Observatory (GHO) data

Diabetes, World Health Organization (WHO)

Brody J. E., “Half of Us Face Obesity, Dire Projections Show“, The New York Times 10/02/2020

Reiley L., “Latin America’s war on obesity could be a model for U.S.“, The Washington Post, 17/07/2019

Gostin L. O., “Big Food” Is Making America Sick, NCBI, 13/09/2016

Brueck H., “Kids across the US are eating fewer whole grains and more sugary milk in school lunches“, Business Insider, 10/12/2018

Eldridge H. M., “NAFTA 2.0 – What does USMCA mean for food?“, Sustainable Food Trust, 13/03/2020

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