I media nei Balcani occidentali: il grado di libertà si assottiglia 

di Matteo Camporese

Ogni anno, organizzazioni non governative come Freedom House e Reporters Sans Frontières analizzano l’indice di libertà di cui godono globalmente i media. Nel 2019, è stato confermato il trend negativo riportato nell’ultimo decennio.

Infatti, si è attestato un ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro della classe giornalistica: gran parte della popolazione fatica a reperire notizie da fonti oggettive, mentre si rafforza il fenomeno della concentrazione di proprietà dei media in alcuni Paesi nei quali la maggior parte dei canali informativi è in mano a pochi individui.

Secondo Freedom House, per ottenere il controllo dei media nazionali, i leader illiberali hanno sviluppato una serie di metodi di natura legale, extra-legale ed economica: dall’attuazione di leggi ad hoc alle indagini finanziarie arbitrarie, cause legali che prosciugano le finanze delle testate giornalistiche fino all’abuso delle pratiche di licenza. Tramite questi strumenti, gli esecutivi mirano a indebolire la stampa indipendente a favore di quella più accondiscendente e meno critica. Il sistema d’informazione viene così assimilato pezzo dopo pezzo dalle istituzioni che possono a quel punto sfruttarlo a proprio piacimento. 

Nella classifica annuale stilata da Reporters Sans Frontières, la situazione riguardante il grado di indipendenza dei media è definita “problematica” o “molto seria” in circa il 60% dei 180 Stati analizzati. Anche i Balcani occidentali presentano una situazione preoccupante: il Montenegro ha il dato peggiore (105°), seguito dalla Serbia che ha perso 33 posizioni dal 2016 (a oggi è 93°), Macedonia del Nord (92°) e Albania (84°), mentre Kosovo e Bosnia-Erzegovina si collocano rispettivamente al 70° e al 59° posto. 

L’accentramento di potere in Serbia e gli effetti sull’informazione 

Dalla sua elezione nel maggio del 2017, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha messo in pratica una politica di accentramento del potere che lo ha portato ad assumere il quasi pieno controllo dei media nazionali. Il governo serbo, per conseguire questo obiettivo, ha abbandonato vecchie usanze come censura e intimidazione violenta, affidandosi piuttosto a nuove pratiche come la partecipazione di Stato (seppur vietata dalla legge) negli assetti proprietari di alcune tra le principali testate giornalistiche o l’attuazione di leggi ad hoc per interferire con la stampa più critica e azzerare di conseguenza il dibattito politico.

Una forma di pressione economica viene applicata dalle stesse autorità tributarie: nel 2017, ad esempio, il settimanale Vranjske novine, in concomitanza alla pubblicazione di un’intervista a un membro della pubblica amministrazione, venne sottoposto a costanti controlli da parte del fisco che costrinsero l’editore alla chiusura del giornale per la troppa pressione.

Il supporto dello Stato nei confronti dei media pro-governativi è talmente aumentato da attirare, nel 2018, le critiche della Commissione europea, che accusava l’esecutivo serbo di poca trasparenza nei finanziamenti agli organi di stampa e di favoreggiamento di alcuni di essi tramite un sistema di tassazione discriminatorio. 

Nei tre anni di amministrazione Vučić, la graduale privatizzazione dei canali d’informazione a favore di figure vicino al Partito progressista serbo ha portato a una manipolazione delle notizie piuttosto evidente. Freedom House, ad esempio, riporta che nel 2018 il fratello di un membro molto importante del partito di Vučić, già detentore di svariate emittenti, è riuscito ad acquisire altri due canali televisivi. 

La situazione kosovara 

Il Kosovo deve fare i conti con un sistema giudiziario ancora inadeguato a garantire la tutela dell’indipendenza dei mezzi di informazione. Leggi lacunose non permettono di fare chiarezza riguardo alla proprietà e al sistema di finanziamento dei media, che inevitabilmente vengono esposti a pressioni di ogni genere. 

Uno studio del Centro europeo per la libertà dei media del 2017 analizzava la situazione dei principali giornali kosovari, evidenziando una concentrazione della proprietà nelle mani di uomini d’affari o di figure politiche o politicizzate, che utilizzano i canali informativi a scopo di lucro o per aumentare i consensi del proprio partito. Vengono citati i casi di Epoka e Re, giornale vicino al Partito democratico del Kosovo, e quello di Tribuna Channel, un canale appartenente alla famiglia dell’ex vice-ministro della Cultura Rexhep Hoti.

Interessi economici e politici mettono quindi a dura prova l’indipendenza e l’oggettività dei giornalisti, cui si devono sommare condizioni lavorative a dir poco precarie. Difficilmente, infatti, vengono garantiti salari permanenti, gli autori di inchieste contro gli esecutivi sono spesso accusati di tradimento verso la patria e non mancano episodi di minacce e violenze, denunciati dall’Associazione dei giornalisti del Kosovo. 

Alcune testate come Balkan Investigative Reporting Network (BIRN) hanno sviluppato un modello di proprietà diverso per non subire pressioni esterne. Il sistema in questione, denominato “advocacy media”, permette ai giornali di ricevere finanziamenti da Paesi terzi, riuscendo così a mantenere la propria indipendenza. Questa caratteristica attira però molte critiche da parte della politica, che prova a screditare le inchieste portate avanti da BIRN e altri giornali, giudicati come troppo distaccati dagli interessi reali del Paese. 

I media in Bosnia-Erzegovina

La Bosnia-Erzegovina si presenta con il dato migliore tra i Balcani occidentali. A differenza di Paesi come il Montenegro, esiste un registro delle imprese nel quale i media devono fornire alcuni dati di base sui loro proprietari, garantendo in questo modo un livello minimo di trasparenza. Tuttavia, la misura in questione non è ancora sufficiente a impedire che la sfera politica e quella economica esercitino ingerenze sul mondo dell’informazione

Il South East Europe Media Observatory ha svolto diverse ricerche sui rapporti finanziari tra lo Stato bosniaco e i mezzi di comunicazione, definendo la loro regolamentazione troppo debole. Ciò ha permesso ai principali partiti – con riferimento al Partito d’azione democratica (SDA) dei nazionalisti bosgnacchi per la Federazione di BiH e l’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (SNSD) dei nazionalisti serbi per la Repubblica di Srpska – di utilizzare fondi pubblici per sovvenzionare il sistema mediatico. Le risorse erogate venivano quindi impiegate principalmente per campagne pubblicitarie in loro favore. La crisi di mercato degli ultimi anni ha costretto la gran parte dei giornali, TV e radio a doversi mantenere tramite questi fondi statali, esponendosi inevitabilmente a manipolazioni politiche

La società civile sta compiendo un grande sforzo per apportare un cambiamento al modello mediatico bosniaco. Organizzazioni come l’Associazione dei giornalisti della BiH e il Media Centar di Sarajevo stanno collaborando per garantire al Paese maggiore trasparenza sulla proprietà dei media, cercando di migliorare le condizioni di lavoro di una classe giornalistica ormai subissata da interessi economici e politici. 

Un quadro complessivo 

La concentrazione della proprietà nel mondo mediatico appare una tendenza generalizzata nei Balcani occidentali. Queste figure, spesso riconducibili all’apparato statale, riescono a manipolare le notizie per fornire alla popolazione un’immagine della realtà distorta, assicurandosi così un consenso sempre maggiore. 

Questa dinamica è stata amplificata dall’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, utilizzata dai governi come pretesto per insabbiare informazioni scomode e adottare provvedimenti anti-democratici. Le autorità serbe, ad esempio, avevano introdotto un decreto che autorizzava esclusivamente all’Unità di crisi per il contenimento della diffusione della malattia infettiva Covid-19 alla divulgazione di notizie riguardanti la pandemia, con sanzioni fino a 5 anni di reclusione per chi riportasse notizie non approvate dall’Unità. In Bosnia, in Kosovo e generalmente in tutti i Balcani occidentali, sono stati attuati provvedimenti simili. 

L’inclinazione anti-democratica osservata nei Balcani negli ultimi mesi non è tuttavia scaturita dall’emergenza in atto, nonostante ne sia stata rafforzata. L’indipendenza degli organi di stampa viveva già una fase di enorme pressione, testimoniata dalla crescita parallela di attacchi alla classe giornalistica da parte della politica. Su questo tema, l’Unione europea conferma il suo sostegno alla Regione tramite iniziative come “le giornate dei media UE-Balcani occidentali”. Nonostante ciò, il quadro complessivo rischia di subire un ulteriore decadimento se le istituzioni, nazionali oltre che europee, non sapranno implementare le misure già adottate per garantire maggiore trasparenza e più protezione

 

Fonti e approfondimenti 

Antonela Riha, “Serbia, coronavirus e autocrazia”, Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, 07/04/2020

Giovanni Vale, “Libertà dei media, la classifica di Reporters Sans Frontières”, Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, 21/04/2020 

Sarah Repucci, “Media Freedom: A Downward Spiral”, Freedom House, 2019 

Reporters Sans Frontières, “World press freedom index”, 2020 

Eraldin Fazliu, “A violent year for Kosovo’s journalists”, Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, 30/01/2018 

Abit Hoxha, “Giornalismo in Kosovo: soffocato da interessi politici ed economici”, Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, 05/04/2017

Media Centar Sarajevo, “Media in Bosnia Erzegovina: terreno fertile per il controllo politico”, 26/04/2017 

Giorgio Fruscione, “Serbia: la pietosa situazione dei mezzi di informazione”, East Journal, 28/04/2017 

South East Europe Media Observatory, “State-Media Financial Relations in Bosnia and Herzegovina. Increasingly Dependent and Disciplined Media”, 2015.

 

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