Islam Insight: la corrente zaidita e gli Houthi in Yemen

Gli zaiditi rappresentano il terzo gruppo principale dell’islam sciita, dopo i duodecimani e gli ismailiti. Nato in Iraq da una rivolta anti-omayyade, lo zaidismo si è poi diffuso in alcune zone periferiche dell’allora dar al-Islam. Nei secoli in cui è stata praticata, questa corrente e la teologia razionalista su cui si basa hanno ispirato una vastissima letteratura religiosa, tra le più importanti del mondo musulmano. Oggi lo zaidismo sopravvive esclusivamente in Yemen, dove ha tuttora un ruolo fondamentale negli equilibri sociali del Paese.

Le origini: Zayd bin Ali e la dispersione della comunità

 Uno dei capisaldi dello sciismo è la figura dell’imam. Nel corso della storia, l’identità della guida politico-religiosa è stata spesso motivo di fratture all’interno della comunità islamica e queste divergenze hanno portato alla creazione di nuove sette.

Le basi dello zaidismo furono gettate nel 740 d.C. da Zayd bin Ali, figlio del quarto imam sciita e bisnipote di Ali bin Ali Talib, cugino e genero di Maometto. Questi organizzò una rivolta anti-omayyade a Kufa (Iraq). I califfi omayyadi erano saliti al potere nel 661, quando Muawiyya, il capostipite della dinastia, sconfisse Ali bin Ali Talib. Pertanto, gli sciiti considerarono il nuovo governo come illegittimo. Nonostante ciò, solo una piccola parte della comunità si unì alla rivolta. La maggior parte degli sciiti seguì invece l’esempio di Mohammad al-Baquir, il fratello di Zayd, che rifiutò di ribellarsi e venne riconosciuto come quinto imam sia dai duodecimani che dagli ismailiti.

L’insurrezione venne soppressa in pochi giorni, ma la morte in battaglia valse a Zayd il titolo di imam di una nuova corrente sciita. Dieci anni dopo, gli omayyadi vennero deposti dalla dinastia degli abbasidi, che spostarono la capitale del califfato da Damasco a Baghdad. Gli sciiti considerarono anche questi nuovi governanti indegni, in quanto non discendenti di Ali. Gli zaiditi organizzarono una serie di ribellioni anche  contro il califfato abbaside tra 762 e 864, tutte fallite. Per sfuggire alle persecuzioni di Baghdad, gli zaiditi si ritirarono quindi in Marocco, nella regione del Mar Caspio e nello Yemen del nord.

Infografiche dimensione copertina (1)

La presenza zaidita in Nord Africa e in Iran, tuttavia, fu di breve durata. Nello Yemen, la situazione fu ben diversa: gli zaiditi si stabilirono negli altopiani settentrionali e fondarono un imamato che governò ininterrottamente dall’897 al 1962, quando fu rovesciato da una rivolta repubblicana. Tuttavia, la caduta della teocrazia non segnò la fine dello zaidismo yemenita, che sopravvive ancora oggi.

La storia dell’Islam e la figura dell’imam

I due elementi cardine che rendono lo zaidismo diverso dalle altre correnti sciite sono: da un lato, l’interpretazione degli eventi che diedero origine allo sciismo e, dall’altro, la concezione della figura dell’imam.

Rispetto agli altri gruppi sciiti, lo zaidismo propone una diversa lettura del primo periodo della storia musulmana. Secondo questa corrente, i musulmani che non sostennero Ali come leader della umma dopo la morte di Maometto commisero certamente un errore, ma non sono da considerare eretici o miscredenti. Allo stesso modo, i primi tre califfi non sono visti come usurpatori: non essendosi ribellato, Ali stesso ne aveva implicitamente accettato il governo.

Per quanto riguarda la figura dell’imam, solo i primi tre (Ali, Hasan e Hussein) erano infallibili, in quanto scelti da Dio; i loro discendenti e successori sono invece ritenuti in grado di commettere errori e, pertanto, hanno un ruolo principalmente politico.

Il ruolo di guida della comunità non era semplicemente trasmesso di padre in figlio (come avveniva nello sciismo duodecimano e nell’ismailismo), ma veniva  affidato alla persona più qualificata tra i discendenti di Ali. L’imam doveva essere fisicamente sano e possedere conoscenze militari, politiche e giuridiche; inoltre, era necessario che fosse un esperto di teologia e di ijtihad, ossia l’interpretazione razionale dei testi religiosi.  Nella realtà dei fatti, però, la scelta dell’imam era spesso frutto di accurate negoziazioni che andavano oltre le qualità personali dei candidati. Nonostante lo zaidismo non prevedesse la successione dinastica all’imamato, il lignaggio veniva tenuto in grande considerazione.

Per ottenere la carica, l’aspirante imam doveva chiamare a raccolta i fedeli e iniziare il khurug, la ribellione contro un governante indegno, proprio come aveva fatto Zayd. Qualora l’insurrezione fosse fallita, il titolo di imam acquisito durante la rivolta sarebbe stato comunque mantenuto: l’attenzione era posta non tanto sulla vittoria finale, quanto sulla volontà di stabilire un governo giusto.

Dopo la morte dell’imam, salito al potere tramite khurug, era nell’interesse della comunità riempire il vuoto di potere. Al contrario dello sciismo duodecimano, lo zaidismo non crede che esista un unico imam inviato da Dio per ogni generazione, ma più candidati contemporaneamente. Era quindi compito degli ulema selezionare in nome di tutti i fedeli la persona più qualificata.

Rispetto allo sciismo duodecimano, lo zaidismo presenta inoltre altre tre importanti differenze:

  • storicamente, non prevede la celebrazione dell’Ashura, cioè la commemorazione del martirio dell’imam Hussein a Kerbala;
  • la cosmologia zaidita non contempla la figura escatologica del Mahdi (l’ultimo imam duodecimano), destinato a tornare alla fine dei tempi;
  • gli zaiditi non praticano il taqlid, l’occultamento della propria fede per sfuggire alle persecuzioni religiose.

Teologia: l’approccio razionalista degli zaiditi

 Lo zaidismo vanta una produzione letteraria tra le più ampie e antiche del mondo musulmano. Secondo la tradizione, la primissima raccolta di hadith (atti e detti del profeta) venne redatta da Zayd stesso. Gli studiosi non si sono limitati ad attingere dalle fonti dei propri correligionari, ma da tutti i musulmani: i testi degli autori non zaiditi sono poi stati selezionati e filtrati tramite il ragionamento individuale. Il risultato è un corpus letterario altamente inclusivo, che raccoglie una selezione della tradizione musulmana nel suo complesso, con molti elementi sunniti e duodecimani.

La teologia zaidita è razionalista e si basa sull’uso della ragione nell’interpretazione delle Scritture. Le prescrizioni religiose possono essere, quindi, reinterpretate e adattate alle diverse circostanze storiche e politiche. Questo approccio al testo sacro ha dato vita a un codice legale altamente flessibile, che segue il principio piuttosto ampio di “comandare il bene e proibire il male”.

L’accento è posto sui principi di libero arbitrio e di giustizia divina (adl): dal momento che Dio vuole solo il bene per gli esseri umani, Egli non può essere la causa delle azioni malvagie compiute dagli uomini. Inoltre, se punisse per peccati da Lui stesso creati e imposti sarebbe un tiranno ingiusto. Il fedele, quindi, deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni, riconoscere ed evitare il male utilizzando il proprio intelletto: chi ha ricevuto la rivelazione divina, ma sceglie comunque il peccato è considerato ingrato nei confronti di Dio.

Nel caso in cui due giuristi siano in disaccordo su una determinata questione, entrambe le opinioni sono ritenute valide ed è compito del fedele scegliere la migliore, basandosi sulla capacità umana di distinguere il bene dal male . Dal momento che l’imam non è infallibile, l’adesione allo zaidismo non è basata sull’accettazione incondizionata dei pareri giuridici, ma sull’adesione ai principi teologici e politici all’operato di Zayd bin Ali e dei suoi successori.

Lo zaidismo oggi: dall’imamato yemenita agli Houthi

Oggi gli zaiditi sopravvivono esclusivamente in Yemen, dove costituiscono circa il 40% della popolazione. La maggior parte dei fedeli risiede negli altopiani settentrionali, nelle province di Sa’da (l’ex capitale dell’imamato), Hajja, Sana’a e Dhamar.

Con l’instaurazione della Repubblica araba dello Yemen nel 1962, lo zaidismo fu sottoposto a un processo di assimilazione culturale e religiosa con la maggioranza sunnita promosso dal nuovo governo in nome dell’unità nazionale. Questa “sunnizzazione” venne favorita anche dalla diffusione del salafismo e del wahhabismo provenienti dalla vicina Arabia Saudita.

Tuttavia, nel corso degli anni Novanta – dopo l’unificazione dei due Yemen – si assistette a una rinascita zaidita, resa possibile da un atteggiamento più tollerante da parte del governo di Ali Abdullah Saleh (al potere dal 1978 al 2012), che cercò di controbilanciare l’eccessiva influenza salafita dando maggiore spazio agli sciiti.

L’apertura del governo permise agli zaiditi di riscoprire la propria teologia, con gli ulema che posero l’accento sull’istruzione religiosa e l’insegnamento delle tradizioni. Inoltre, venne messo in risalto il ruolo che lo zaidismo aveva avuto nella storia del Paese: l’imamato aveva protetto lo Yemen dalle invasioni straniere per quasi un millennio, salvaguardando quell’identità che sauditi e salafiti stavano cercando di distruggere. Nonostante ne sottolineassero l’importanza storica, gli studiosi zaiditi non aspiravano a un ritorno dell’imamato: la teocrazia venne infatti dichiarata un’istituzione obsoleta e incompatibile con la modernità.

Tra i fautori del revivalismo zaidita spiccò Hussein al-Houthi (1959-2004), che nel 2001 si mise a capo dell’omonimo movimento, noto anche come Ansar Allah. In occasione della seconda Intifada, egli aderì ai principi anti-imperialisti dell’ayatollah Khomeini, esprimendo il proprio disprezzo verso il governo yemenita e i suoi alleati occidentali. L’influenza iraniana ebbe ripercussioni anche a livello culturale, con l’introduzione di nuove pratiche e celebrazioni, in particolare l’Ashura e la commemorazione della rivoluzione del 1979.

Pur ribadendo la loro identità yemenita, l’obiettivo principale del movimento Houthi è l’autonomia territoriale degli altipiani settentrionali, insieme a una migliore distribuzione delle ricchezze tra le varie componenti della popolazione. Tra il 2004 e il 2010, gli zaiditi affrontarono il governo centrale yemenita in una serie di scontri, detti guerre di Sa’da. Questi conflitti furono risolti con un “cessate il fuoco”, ma l’attività militare di Ansar Allah riprese nel 2015, dando vita alla guerra civile ancora in corso.

Fonti e approfondimenti

Jonathan A. C. Brown, Muhammad’s Legacy in the Medieval and Modern World, Oneworld Academic, 2009

Barak A. Salmoni, Bryce Loidolt, Madeleine Wells, Regime and Periphery in Northern Yemen: The Huthi Phenomenon, RAND Corporation, 2010

Najam Haider, Zaydism: A Theological and Political Survey, 2010

Bernard Haykel and Aron Zysow, What makes a Madhab a Madhab: Zaydi debates on the structure of legal authority, Arabica n. 59, 2012, pp. 332-371

James Robin King, Zaydi revival in a hostile republic: Competing identities, loyalties and visions of state in Republican Yemen, Arabica n. 59, 2012, pp. 404-445

Aron Zysow, The Zaydis and Rayy. The Path to Inclusion and Back, Der Islam n. 93, 2016, pp. 472-494

Eleonora Ardemagni, From insurgents to hybrid security? Deconstructing Yemen’s Houthi movement, ISPI online, 2017

Valentina Sagaria Rossi, Sabine Schmidtke, The Zaydi Manuscript Tradition (ZMT) Project, COMSt Bullettin 5/1, 2019

Eleonora Ardemagni, Chi sono gli sciiti zaiditi dello Yemen, Oasis, 18/07/2019

Idrisid dynasty, Encyclopaedia Britannica

Be the first to comment on "Islam Insight: la corrente zaidita e gli Houthi in Yemen"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: