“L’ambientalismo incerto” della Russia nell’Artico: una minaccia all’economia e all’ecosistema

Artico in Russia
La tundra nell'Artico, Taimyr settentrionale, Russia, 1990. Fonte: GRID-Arendal via Flickr, CC BY-NC-SA 2.0

Nessuna regione è stata colpita dagli effetti del cambiamento climatico come quella artica. Secondo la comunità scientifica, negli ultimi 30 anni la temperatura in questa zona è aumentata due volte e mezzo più rapidamente rispetto al resto del mondo. Ciò ha causato il ritiro della calotta polare e dei ghiacci artici, oltre allo scongelamento del permafrost e alla fusione di buona parte della neve che ricoprono queste terre.

Il rapido deterioramento dell’ambiente artico ha spinto gli Stati che vi si affacciano, i cosiddetti Stati Artici (Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Svezia, Stati Uniti), ad adottare numerose misure volte a salvaguardarlo. A tal proposito, la professoressa Elena Gladun, esperta di modelli per lo sviluppo sostenibile dell’Artico, ha criticato sia la mancanza di un meccanismo internazionale vincolante, coerente ed efficace, per affrontare gli effetti specifici del cambiamento climatico nell’area, sia la debolezza delle strategie adottate dai singoli Stati a protezione di questo ecosistema.

Tra queste strategie, quella russa di recente è finita più spesso sotto la lente d’ingrandimento. Del resto, la Russia è uno degli Stati regionali che ha subito maggiormente le conseguenze negative del cambiamento climatico nella sua zona artica.

Gli effetti del cambiamento climatico nell’Artico russo

Nel mese di giugno del 2019 e del 2020 nelle terre artiche russe si sono raggiunte temperature da record: nella città di Verchojansk, in Siberia, i termometri hanno registrato 38°C il 20 giugno scorso e la Siberia e la Yakutia sono state travolte da incendi che gli esperti hanno definito “senza precedenti per ampiezza, intensità e durata”. Alimentate da venti forti e temperature elevate, le fiamme hanno attecchito facilmente su un terreno mai stato tanto secco. Da diretta conseguenza del cambiamento climatico, questi incendi ne sono diventati una concausa attraverso l’emissione di diversi milioni di tonnellate di anidride carbonica e fuliggine.

Si tratta di una manifestazione esemplare della cosiddetta “amplificazione artica, un fenomeno riconosciuto all’origine del forte impatto del cambiamento climatico nella regione, per cui gli effetti del riscaldamento globale trovano nella fragilità propria della zona un contesto ideale per auto-alimentarsi fino ad accelerare il cambiamento climatico.

La rapida diffusione degli incendi, tuttavia, non è stato l’unico effetto negativo del cambiamento climatico che la Russia ha dovuto affrontare nella tarda primavera del 2020. Infatti, uno sversamento di oltre 20 mila tonnellate di petrolio nel fiume Ambarnaya ha costretto il presidente Vladimir Putin a dichiarare lo stato d’emergenza il 4 giugno. La fuoriuscita di carburante dal serbatoio in cui era conservato, all’interno di una centrale elettrica alle porte di Norilks, è stata causata dallo scongelamento del permafrost (il terreno perennemente ghiacciato tipico delle regioni fredde) che ha indebolito le fondamenta della cisterna fino a farle crollare. Un evento tanto grave quanto frequente, se si considera che il 21% dei 35 mila incidenti che coinvolgono oleodotti e gasdotti della Siberia occidentale ogni anno sono imputabili proprio allo scongelamento del permafrost. 

La nuova politica ambientale russa nell’Artico: debolezze e rischi

Questi disastri ambientali, conseguenze del riscaldamento globale, hanno contribuito ad accendere i riflettori sulla politica artica adottata della Russia nel corso del 2020, tramite l’approvazione della Strategia russa per lo sviluppo della zona artica e la sicurezza nazionale fino al 2035 e la promulgazione del decreto presidenziale Fondamenti della politica statale nell’Artico. È in quest’ultimo documento che Mosca, in continuità con la politica promossa dalla seconda metà degli anni Duemila, indica “la protezione dell’ambiente artico e dell’habitat originario e lo stile di vita tradizionale delle popolazioni indigene che vivono in questa zona” come uno (per la precisione, il sesto e ultimo) dei “suoi interessi principali” nella regione. 

Analizzando questi documenti, i ricercatori del German Institute for International and Security Affairs Janis Kluge e Michael Paul hanno evidenziato i forti limiti della nuova strategia russa per l’ambiente artico. In effetti, il decreto sottoscritto ed emanato dal presidente Putin elenca una serie di azioni da intraprendere per garantire la “protezione e la sicurezza ambientale” (ad esempio, l’adozione di tecnologie all’avanguardia per effettuare misurazioni accurate e ridurre l’impatto negativo delle attività umane sull’ambiente) ma non indica nessun parametro specifico e misurabile, di breve e lungo periodo, per valutare i progressi fatti. 

L’unico, seppur vago, indicatore citato per analizzare il grado di implementazione di questa politica è la percentuale di investimenti per la protezione ambientale e l’uso sostenibile delle risorse naturali rispetto al totale degli investimenti russi nella zona artica. Una percentuale che ci si aspetta sia piuttosto contenuta, considerando che il primo obiettivo russo nell’Artico resta l’incremento della produzione di petrolio e gas naturale e che, pertanto, le numerose attività industriali ed estrattive non sono state regolamentate in alcun modo. Una scelta, che seppur perfettamente coerente con il principale interesse russo nella zona, potrebbe avere delle conseguenze difficili da trascurare.

Recenti fatti di cronaca hanno dimostrato gli effetti dannosi della negligenza umana sull’ecosistema regionale. Basti pensare alla perdita di 45 tonnellate di diesel avvenuta lo scorso luglio nei pressi del fiume Bolshaya Kheta, un corso d’acqua che sfocia nell’Oceano Artico; in quel caso, a causare lo sversamento era stata una depressurizzazione all’interno di un oleodotto di proprietà di Norilsktransgaz, un’azienda di Norilsk Nickel, gigante del settore minerario e metallurgico già coinvolto nello sversamento di petrolio nel fiume Ambarnaya di maggio 2020. Senza norme e protocolli ben definiti, il rischio che questi eventi si ripetano è alto.

Sebbene l’“ambientalismo incerto” di Mosca – come l’hanno definito Kluge e Paul – sia perfettamente funzionale al raggiungimento dei principali obiettivi economici perseguiti oggi nella regione, rischia di trasformarsi in un boomerang che potrebbe travolgere la Russia nel medio e lungo periodo. Si calcola che l’aumento delle temperature e il conseguente scongelamento del permafrost nei prossimi anni metteranno a rischio la stabilità della maggior parte delle infrastrutture già presenti nella regione, causando un danno del valore di oltre 300 miliardi di dollari

Nello specifico, si stima che il 20% delle strutture commerciali e industriali e oltre il 50% degli edifici residenziali entro il 2050 saranno compromessi dall’assottigliamento e dallo scongelamento del permafrost. Il cedimento strutturale di vie di comunicazione, edifici, oleodotti, gasdotti e linee di trasmissione elettrica costituirebbe un danno economico del valore incalcolabile, giacché Mosca considera proprio le attività estrattive in questa zona come uno dei pilastri dello sviluppo del Paese.

 

Fonti e approfondimenti

Gladun, Elena. 2015. “Environmental Protection of the Arctic Region. Effective Mechanisms of Legal Regulation”Russian Law Journal. 2015;3(1):92-109

Kluge, Janis and Paul, Michael. 2020. “Russia’s Arctic Strategy through 2035. Grand plans and pragmatic constraints”Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP).

Putin, Vladimir, “Ob osnovach gosudarstvennoj politiki Rossijskoj Federacii v Arktike na period do 2035 goda” [Nuova politica statale russa nell’Artico per il periodo fino al 2035], 05/03/2020.

Putin, Vladimir, “O strategii razvitija Arktičeskoj zony Rossijskoj Federacii i obespečenija nacional’noj bezopacnosti na period do 2030 goda” [Strategia per lo sviluppo della zona artica russa e la preservazione della sicurezza nazionale per il periodo fino al 2030], 20/10/2020. 

Amos, Jonathan, “Arctic Wildfires. How Bad Are They and What Caused Them?”, BBC, 02/08/2019

Copernicus’ Atmosphere Monitoring Service, “Copernicus: A year in fire”, 11/12/2019

Gershkovic, Evan, “In Siberian Fuel Spiell, Climate Change Is Seen as Major Factor”, The Moscow Times, 05/06/2020

National Snow & Ice Data Center (NSIDC), “Climate Change in the Arctic”, 04/05/2020

Nechepurenko, Ivan, “Russia Declares Emergency after Arctic Oil Spill”, The New York Times, 04/06/2020

Sengupta, Somini, “Intense Arctic Wildfires Set a Pollution Record”, The New York Times, 14/09/2020

Witze, Alexandra, “The Arctic is burning like never before- ans that’s bad news for climate change”, Nature, 10/09/2020

World Metereological Organization, “Unprecedented Wildfires in the Arctic”, 12/07/2019

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

 

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