Il futuro del Pentagono. Verso un taglio dei costi alla difesa?

Touch Of Light - Wikimedia - CC BY-SA 4.0

L’ipotesi di una riduzione dei costi del Dipartimento della difesa è presente da ormai diversi anni nel dibattito politico degli Stati Uniti. Dall’inizio della cosiddetta “guerra al terrore” nel 2001 a oggi, infatti, le spese militari impiegate dalle differenti amministrazioni statunitensi sono state pari a 6,4 trilioni di dollari.

Se non ora quando?

La vittoria di Joe Biden alle scorse elezioni presidenziali ha riacceso la speranza di chi, soprattutto nell’ala progressista del Partito democratico, crede fermamente che non sia più rimandabile la scelta di dislocare le risorse economiche dedicate da anni al Pentagono, verso politiche sociali interne decisamente più inclusive.

Sebbene l’urgenza di rivedere il funzionamento e le priorità di spesa del Dipartimento della difesa è nota da anni all’interno degli ambienti politici e militari statunitensi, nessun presidente si è mai preso l’onere di iniziare un processo che porterebbe a un importante cambiamento del funzionamento della “macchina” del Pentagono. Al di là del ritiro delle truppe statunitensi dai differenti teatri in cui esse sono dispiegate, infatti, rimane centrale il problema della trasparenza dei costi all’interno del DOD. La segretezza delle rendicontazioni di spesa che circonda l’esercito degli Stati Uniti non è nuova. 

Durante la presidenza Obama, ad esempio, il Pentagono ha usato strategie di rendicontazione che potremmo definire poco trasparenti, come l’esclusione dei dispiegamenti temporanei delle forze di operazioni speciali (Special Operations Command, SOCOM) dai conteggi ufficiali, per mantenere i numeri di truppe riportati sotto i limiti fissati dalla Casa Bianca. Nessun presidente è stato capace o ha scelto, inoltre, di confermare pubblicamente il numero totale e il costo del personale militare, dei civili e dei contractors necessari per sostenere le operazioni degli Stati Uniti all’estero. Resta da vedere se sarà l’attuale presidente Biden ad assumersi la responsabilità di una scelta differente.

Mantenere l’equilibrio

Entro il mese di giugno dovrebbe essere reso noto il budget previsto dall’amministrazione Biden per le spese del Pentagono nel 2022. Secondo diversi ufficiali della difesa, la parola chiave per leggere il budget è “galleggiare” e di questo si dicono i primi a essere sorpresi. Anche nei più alti ambienti militari, infatti, ci si aspettava che l’amministrazione Biden avrebbe ridotto gli ingenti costi del Pentagono, ritenuti ormai dagli stessi ufficiali «gonfiati e fuori ogni controllo». In un’intervista per Responsible Statecraft, un alto funzionario del Pentagono dice: «Se me l’avesse chiesto solo sei mesi fa, avrei detto che avremmo subito dei tagli e forse anche grandi tagli, nella spesa per la difesa. Ma ora le cose non stanno più così. È tutta una questione di scelte politiche. Biden non vuole mettere in pericolo la sua agenda interna, il che significa che non ha intenzione di litigare per i dollari della difesa».

Questa affermazione riporta di fatto quanto emerge dal report di Breaking Defense che anticipa il piano di budget ufficiale dell’amministrazione Biden. Secondo questo report, il bilancio della difesa sarà di poco più di 696 miliardi di dollari (se consideriamo anche le spese totali per la sicurezza nazionale, comprese quelle per il Dipartimento dell’energia, quindi per i disastri naturali, potrebbe ammontare a più di 735 miliardi di dollari). Una cifra paragonabile al finanziamento base fornito al Pentagono nel 2021, con un ulteriore incremento, però, dell’1,7%. In breve quindi, l’amministrazione Biden manterrà l’importante spesa per la difesa che ha contraddistinto gli anni di presidenza Trump, una decisione che difficilmente sarà accettata dagli esponenti progressisti del Partito democratico. 

Il budget del compromesso

Se ci poniamo in un’ottica puramente di calcolo politico e consideriamo i numeri della maggioranza che Biden ha alla Camera e in Senato, la sua scelta di non ridurre i costi sul nuovo budget per le spese militari non dovrebbe sorprenderci poi troppo. Un taglio dei costi, inoltre, prevedrebbe un ripensamento degli obiettivi strategici statunitensi: una scelta che non è, per adesso, nei piani del presidente.

«Tutto questo è stato deciso nello Studio Ovale», ha detto un ex funzionario di alto profilo che ha familiarità con il processo di budgeting di Biden, al giornale Responsible Statecraft. «Posso immaginare la riunione: c’erano Biden, Harris, Ron Klain (il capo dello staff di Biden), forse Susan Rice (responsabile del Domestic Policy Council) e Brian Deese (direttore del National Economic Council). È una di quelle poche volte, come all’inizio di una nuova amministrazione, in cui il budget della difesa non viene deciso al Pentagono». 

Questo significherebbe che la Casa Bianca sia pronta a sostenere che anche modesti tagli alla spesa per la difesa mettano a rischio i piani dell’amministrazione Biden per una ripresa economica post-pandemia, poiché questi si tradurrebbero anche in una riduzione dei posti di lavoro nel settore della difesa, considerato fin dalla Seconda guerra mondiale un importante motore di crescita economica negli USA. 

Inoltre, la Casa Bianca è apparentemente preoccupata del fatto che spingere per una diminuzione dei costi del Pentagono rischierebbe di allontanare il supporto cruciale dei repubblicani del Senato e dei democratici moderati per le iniziative legislative di Biden su immigrazione, infrastrutture e cambiamento climatico. Rifiutarsi di ridurre la spesa per la difesa non porterà a ottenere necessariamente quei voti, ma li terrà in gioco.

Sul piano del dibattito politico la partita è più che aperta e le accuse polemiche e accese dei repubblicani a Biden di aver diminuito il budget del DOD, sono la quotidianità del dialogo tra le due parti. 

Il senatore repubblicano Mitch McConnell (R-Kentucky) e altri membri del suo partito, ad esempio, stanno attaccando rumorosamente il bilancio della difesa di Biden per la sua proposta di un modesto aumento della spesa militare, in contrasto con il ben più sostanzioso 16% di aumento che il presidente ha stabilito per i programmi economici e sociali.

McConnell, insieme con il membro del Comitato Servizi Armati del Senato, James Inhofe (R-Oklahoma), il vicepresidente della commissione Intelligence del Senato Marco Rubio (R-Florida) e altri legislatori del GOP, ha accusato poi Biden di porre le «priorità liberali sulla lista dei desideri», mentre «i finanziamenti per le spese militari degli Stati Uniti sono trascurate».

I senatori repubblicani hanno avvertito che il bilancio della difesa di Biden non terrà il passo con quello della Cina che «aspira a superare gli USA come superpotenza dominante».

«Nell’ultimo decennio, la spesa per la difesa della Cina è aumentata di 200 miliardi di dollari, mentre quella statunitense è diminuita di 400 miliardi. Gli investimenti militari della Cina corrispondono al suo desiderio di superare gli Stati Uniti e tenere le nostre forze militari a rischio», hanno scritto.

Al tempo stesso, anche i democratici in entrambe le camere stanno sollevando numerose critiche su un budget alla difesa che giudicano come «troppo ingente». Il presidente della Commissione Bilancio del Senato Bernie Sanders (I-Vermont) ha detto di avere «serie preoccupazioni» sulla richiesta di 753 miliardi di dollari per quello che ha definito «il gonfiato Pentagono». «In un momento in cui gli Stati Uniti spendono già più per l’esercito di dodici nazioni messe insieme, è tempo per noi di dare un’occhiata seria ai massicci superamenti dei costi, agli sprechi e alle frodi che attualmente esistono al Pentagono», ha detto in una dichiarazione.

Alla Camera, anche qualche repubblicano si aspettava dei tagli alla difesa, come il rappresentante Mark Pocan (D-Wisconsin), secondo il quale i 12,3 miliardi di dollari di aumento per la difesa sono troppi considerato quanto il bilancio del Pentagono è cresciuto negli ultimi anni.

Lawrence J. Korb, ex assistente dell’ufficio del Segretario alla difesa, giudica così questo clima politico: «Joe Biden deve decidere se vuole essere un presidente trasformazionale o un presidente transazionale e penso che stiamo per vedere qual è la sua decisione. Le sue scelte potrebbero non essere un problema per i conservatori e certamente non lo sono per il Pentagono, ma costituiranno invece un problema per la sua base elettorale, specialmente quella progressista. Si aspettavano molto di più da lui quando hanno scelto di sostenerlo a occhi chiusi».

Le sfide che i progressisti stanno provando ad affrontare sul piano della difesa non godono di un sincero appoggio né in ambito politico, né in ambito militare. Tuttavia, ciò che deve sorprenderci e farci comprendere il potere di leva del Pentagono all’interno dei meccanismi decisionali politici statunitensi è che, come ci spiega ancora Lawrence Korb: «Questa è la prima volta nella storia statunitense che il Pentagono aveva segnalato di essere disponibile a tagliare il proprio budget, o quantomeno a rivedere le proprie priorità di spesa. È anche la prima volta tuttavia, nella nostra storia, che un presidente ha detto “no”».

 

Fonti e approfondimenti

Bolton, Alexander, “Senate GOP slams Biden defense budget”, The Hill, 09/04/2021.

Koshgarian, Lindsay, “Pentagon and Tax Cheats Already Cost Taxpayers Far More Than Biden’s Job Plan”, Truthout, 11/04/2021.

McLeary, Paul, “No Growth, No Big Cuts Likely For First Biden Defense Budget”, Breaking Defense, 23/02/2021. 

Perry, Mark, “Joe Biden waves the white flag on the Pentagon budget”, Responsible Statecraft, 05/03/2021.

Schulman, Loren, D. & Friend, Alice, “The Pentagon’s Transparency Problem”, Foreign Affairs, 02/05/2018.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

 

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