Il valore dell’acqua nell’era della sete

Acqua
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«Capacità di un bene di soddisfare un bisogno», è quanto si legge digitando “valore” sul sito di Treccani, sezione ECONOMIA. Emerge qui il legame indissolubile tra valore e bisogno, tra valore e necessità. Certo, quello appena evocato è un termine che può essere utilizzato anche in ambiti non economici. Tuttavia, ricondurre alla dimensione di mercato la valutazione di un bene ci viene sempre più naturale, forse perché inseriti in una fase storica in cui elementi economici, politici e culturali si sovrappongono sistematicamente. Ma i primi lo fanno più degli altri. Potrebbe essere questa la ragione del silenzio dei media su una questione definita nelle pieghe del dibattito online alla stregua di un passaggio epocale: l’ingresso dell’acqua nel mercato dei future

La data è il 7 dicembre, il luogo la California. Come annunciato diversi mesi prima, il CME (Chicago mercatile exchange) Group, uno dei più grandi operatori finanziari del mondo, lancia i future sull’oro blu. Brevemente, i future sono dei contratti a termine attraverso cui venditori e acquirenti si accordano sul prezzo di un bene o di un titolo per uno scambio futuro. Presentati dal consorzio come uno strumento con cui gestire in maniera più trasparente ed efficace i rischi legati alla scarsità dell’acqua, molti vedono nei future un upgrade virtuale del fenomeno del water grabbing, l’accaparramento delle risorse idriche a opera delle aziende multinazionali e, in generale, dei grandi enti privati. La condanna più decisa è arrivata dalle attiviste e autrici di saggi a tema ecologico Maude Barlow e Vandana Shiva, secondo cui «(il fatto) che i ricchi​​ avranno il diritto di far salire il prezzo dell’acqua per i propri profitti è totalmente inaccettabile e deve essere fermato». Anche il professor Basav Sen è di questa idea: mentre l’acqua pulita e utilizzabile sta diventando più scarsa, «c’è chi è al lavoro per assicurare che la sua scarsità sia un’opportunità per fare soldi». Lo Stato della California, in cui a causa della siccità l’acqua potabile è attualmente un lusso in circa 300 comunità, è sostanzialmente il primo teatro di un nuovo scontro tra speculatori e assetati. Da un lato i rubinetti, dall’altro i bicchieri. 

Nonostante nel 2010 l’Assemblea generale dell’ONU abbia approvato una risoluzione che sancisce che «l’acqua potabile e i servizi igienico-sanitari sono un diritto umano essenziale per il pieno godimento del diritto alla vita e di tutti gli altri diritti umani», in tanti contesti tale diritto non è tutelato. L’obiettivo 6 dell’agenda 2030, garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie, è ancora lontano. Soprattutto a causa dell’inquinamento e del riscaldamento globale, oggi più di due miliardi di persone vivono in Paesi che soffrono di “stress idrico” – la situazione in cui si registra una scarsità d’acqua rispetto al bisogno – mentre quattro miliardi devono fare i conti almeno un mese all’anno con una grave scarsità idrica. Tra l’altro, il diritto all’acqua  incontra numerosi ostacoli anche in territori ai quali tradizionalmente non viene associato un problema legato alle risorse idriche. In Canada, uno Stato in cui si trovano il 7% dell’acqua dolce del globo e una popolazione che rappresenta meno dello 0,5% di quella mondiale, le Prime Nazioni – le comunità di popoli nativi – continuano a vedersi negare l’accesso all’acqua potabile. Nell’ultimo anno, gli indigeni si sono scoperti più vulnerabili nei confronti del virus proprio a causa della mancanza di acqua pulita e delle condizioni di vita più insalubri, in particolare nelle riserve. Come evidenziato dal Guardian, questo problema deriva dalle politiche coloniali, quando alle Prime Nazioni è stato sottratto il potere di gestire e finanziare i propri sistemi di trattamento dell’acqua. Sebbene oggi il governo del Primo ministro Justin Trudeau stia investendo importanti risorse a livello infrastrutturale, la discriminazione rappresenta ancora il “sistema”, e non una sua aberrazione. Qui come altrove, il problema della scarsità non può essere superato se non eliminando sostanzialmente la distinzione tra chi controlla i rubinetti e chi regge – con sempre meno energia – i bicchieri. Ma non solo: serve un pieno rivolgimento culturale

Se è vero che il valore costituisce «un elemento essenziale, che definisce i rapporti di potere e l’equità nella governance (anche) delle risorse idriche», è altrettanto vero che la prospettiva attraverso la quale attribuiamo valore non dovrebbe essere scontata. La coscienza del mondo che abbiamo maturato negli ultimi secoli presuppone che il valore venga analizzato in una prospettiva antropocentrica, in cui l’essere umano è al centro di una realtà che può, e di fatto deve, possedere per realizzarsi. In realtà, il valore si configura in primo luogo come l’importanza che una cosa, materiale o astratta, ha non solo nel giudizio dei singoli ma oggettivamente in se stessa. Abbandonare l’antropocentrismo significa assumere, da una parte, che l’acqua possa rappresentare un valore in sé, in quanto soggetto; dall’altro, che il concetto di comunità debba essere allargato, perché al suo interno trovino posto anche gli animali, le piante, la terra e naturalmente l’acqua, in qualsiasi forma essa si manifesti. In questo senso, il riconoscimento della personalità giuridica del fiume Whanganui in Nuova Zelanda, le cui acque sono sacre per i Maori, simboleggia un esempio di riconciliazione non solo tra lo Stato e questi ultimi, ma tra umano e ambiente naturale. Un possibile punto di partenza per guardare in modo alternativo la realtà che ci circonda. E ci comprende. 

Ecco perché la scelta del CME Group, riflettendo un tipo di approccio dimostratosi incompatibile con la nostra sopravvivenza, oltre ad aprire uno scenario inquietante si rivela sotto tutti i punti di vista un enorme passo falso. Pensare che si possa governare un rischio così elevato, come quello legato alla scarsità delle risorse idriche, svincolando l’agire individuale dalla responsabilità collettiva e il futuro dell’acqua da quello della comunità ha implicazioni devastanti. 

Anche col bicchiere mezzo pieno.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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