Il fenomeno della wasta in Medio Oriente e Nord Africa

Un murale nel quartiere di Downtown a Beirut (Libano) sulle barricate poste durante la rivoluzione dell’ottobre 2019. Il murale raffigura due mani che tentano di aprire un portone.
Foto di Manuel Mezzadra (Lo Spiegone)

In molti Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa il termine arabo “wasta identifica una serie di pratiche e norme sociali che permettono agli individui di accedere a servizi, prestazioni e lavori grazie alla propria rete di conoscenze. Il concetto di wasta è spesso citato come la causa di svariati problemi, tra cui la corruzione, la disoccupazione, lo scarso accesso ai servizi pubblici, l’inefficienza della burocrazia e molto altro. Sebbene abbiano oggigiorno una connotazione spesso negativa, le pratiche di wasta si sono evolute nel tempo, adattandosi alle necessità di società ed economie moderne e diffondendosi in maniera diversa fra i Paesi della regione.

Alle origini del termine

La parola wasta (wāsiṭa in arabo standard, ma più diffusa nelle varianti colloquiali di wāsaṭa e wāsṭa) deriva dalla radice w-s-t che indica l’idea di qualcosa che sta nel mezzo e definisce sia l’azione (“fare wasta”) che il soggetto (“l’intermediario”). La persona a cui ci si affida è solitamente qualcuno che può avere una certa influenza, tra cui un familiare, un amico, un semplice conoscente o addirittura uno sconosciuto. Ciò che si viene a creare con l’intermediario è una sorta di contratto sociale implicito tramite il quale si riesce ad avere più facile accesso al mondo del lavoro, alle università, a pratiche ospedaliere (visite, esami, prenotazioni ecc.), burocratiche (emissione e rinnovo di documenti, registrazioni presso enti statali, pagamenti ecc.) e ai servizi pubblici. La facilità e la velocità con cui il singolo riesce a raggiungere i propri obiettivi dipendono dalla posizione sociale dell’intermediario: più questa persona è influente e occupa una posizione di prestigio nel gruppo di riferimento, più rapida è la procedura. 

Questa forma di favoritismo sistemico non è esclusiva di alcuni Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, ma si riscontra anche in altre zone. Si pensi, ad esempio, al guanxi in Cina, al yongo in Corea del Sud o al blat dei tempi dell’Unione Sovietica. Anche in questi casi, il soggetto fa (o faceva) riferimento alla propria rete di conoscenze per perseguire determinati interessi individuali o collettivi. Varie forme di nepotismo, clientelismo e corruzione sono inoltre note, in diversi gradi, in quasi tutte le società. Ciò che è interessante sottolineare per molti Paesi mediorientali è che queste pratiche si sono mantenute, e per certi versi acuite, anche in epoca moderna e contemporanea, laddove in molti altri Paesi sono invece andate scemando o addirittura sono state vietate per legge. La facilità di tale diffusione in questo contesto è principalmente dovuta alle storiche forme di organizzazione sociale della regione, ossia una fitta rete di tribù, clan e gruppi familiari. Tutte forme di istituzioni informali che persistono ancora in molti Paesi e che continuano a esercitare una forte influenza nei gruppi d’origine.

Una duplice forma di wasta

Le prime attestazioni di fenomeni di wasta si ritrovano negli scritti del XIV secolo di Ibn Khaldūn, studioso originario del Maghreb e considerato uno dei primi sociologi, storici e politologi del mondo arabo-islamico. R. Cunningham e Y. Sarayrah nei loro studi pioneristici sulla wasta suggeriscono l’identificazione di due forme tipiche di tale pratica: una definita di intermediazione (intermediary”) e una di intercessione (“intercessory”). Come riportato nei testi di Ibn Khaldūn, tradizionalmente la wasta era utilizzata come mezzo di mediazione e risoluzione dei conflitti tra famiglie e clan. I capi di ciascun gruppo agivano in quanto wasīt (“intermediari”) per giudicare le cause del conflitto e negoziare la risoluzione insieme ai capi del gruppo opposto. In tal senso, la wasta solidificava e manteneva l’integrità e lo status dei gruppi tribali all’interno della società. Contemporaneamente, la pratica attribuiva prestigio e autorità agli anziani e ai leader del gruppo tramite il loro ruolo di intermediari. Col tempo, però, la wasta è andata evolvendosi in un vero e proprio mezzo di intercessione, tramite il quale vengono perseguiti interessi individuali a discapito della collettività.

Un ingranaggio sociale 

Questa evoluzione del concetto da collettivo a individuale è facilmente comprensibile se inserita in un contesto moderno, globalizzato e competitivo come quello da cui non sono esenti neanche le società mediorientali. Inoltre, il periodo coloniale, a cui sono stati soggetti la maggior parte dei Paesi della regione, ha contribuito a tale trasformazione. I clan e le tribù alleati delle potenze coloniali godevano infatti di esenzione dal pagamento delle tasse, concessioni in denaro o posizioni di controllo di varie comunità. Di conseguenza, l’aspetto tribale di molte società diventò un ingranaggio ancora più potente della mobilità sociale. 

Il colonialismo proponeva così una struttura di avanzamento politico e sociale che premiava il supporto di parenti, amici e conoscenti. Questa stratificazione determinò la qualità dell’assistenza che poteva essere garantita alla propria rete, così come il prestigio e il benessere di certi gruppi a discapito di altri. Le nazioni e gli Stati mediorientali di formazione post-coloniale vennero inoltre delineati proprio sulla base degli interessi delle varie potenze in gioco e non sui bisogni degli abitanti locali. In contesti in cui gli interessi nazionali sono assoggettati ai vincoli tribali, una convenzione sociale come la wasta trova terreno fertile e viene percepita come strumento logico e virtuoso per il funzionamento della società

Le conseguenze di un fenomeno diffuso

La wasta può essere quindi vista come un meccanismo di assicurazione sociale con degli ovvi vantaggi per le realtà tribali. Si tratta di un fenomeno complesso e diffuso che fa parte del tessuto sociale e che viene spesso praticato apertamente senza vergogna, rimorso o colpevolezza. È anzi motivo di orgoglio e prestigio sia per chi usufruisce di tali facilitazioni sia per chi le favorisce. Considerare la wasta come un bene o un male viene definito dalla cultura dominante di un luogo. Similmente, il giudizio delle persone cambia a seconda che queste siano incluse o escluse da tale meccanismo. L’importanza e l’estensione di tali pratiche anche nella vita quotidiana aiutano a comprendere i punti di vista conflittuali che si sviluppano attorno al fenomeno. Tuttavia, per quanto la wasta sia un tratto distintivo della moralità tribale, essa sembra non essere adatta all’ordine esteso di società complesse. Le implicazioni personali e professionali sono infatti molteplici.

Il favoritismo della wasta pone serie minacce all’uguaglianza sociale ed economica, al riconoscimento dei diritti umani di base e dello stato di diritto. È un problema strutturale che da un lato viene percepito come l’unica via percorribile per ottenere un lavoro o un servizio, ma che conseguentemente pone seri rischi per la sicurezza economica, la salute e il benessere di altre persone, minando oltremodo la fiducia nei confronti dei governi. 

Il Global Corruption Barometer (GCB) del 2019 per l’area MENA, promosso da Transparency International, riporta la percentuale di diffusione del fenomeno fra gli intervistati. L’uso di connessioni personali per usufruire di alcuni servizi è molto diffuso nella regione e coinvolge circa un terzo degli intervistati (Figura 1) in Paesi come la Giordania (25%), la Palestina (39%) e il Libano, in cui raggiunge quota 54%. Secondo gli intervistati, i settori più diffusi in cui la wasta viene normalmente usata sono l’ambito giudiziario e dei servizi pubblici (solitamente acqua ed elettricità), settori che coinvolgono circa una persona su tre. Significativo è il caso del Libano, in cui il 65% degli intervistati riporta il ricorso alla wasta per servizi giudiziari, e il 51% per i servizi pubblici. 

 

Figura 1. (fonte: GCB 2019 Transparency International. Rielaborazione grafica: Lo Spiegone)

 

La wasta si collega anche a un certo grado di incertezza economica. In una regione in cui il livello di disoccupazione supera il 50%, la maggior parte delle persone indica la wasta come il principale scoglio da superare per trovare un lavoro. In certi contesti, il livello d’istruzione, competenze ed esperienza sono insignificanti in confronto al sistema informale di connessioni sociali. In uno studio della Banca Mondiale, circa il 70% degli intervistati (Figura 2) riporta che sia più facile ottenere un lavoro conoscendo persone in posizioni elevate e circa il 18% dei giovani raggiunti (Figura 3) riporta la wasta come principale impedimento al mondo del lavoro.

 

Figura 2. (fonte: Gallup World Poll 2013. Rielaborazione grafica: Lo Spiegone)

 

Manuel Mezzadra | Lo Spiegone

Figura 3. (fonte: Gallup World Poll 2013. Rielaborazione grafica: Lo Spiegone)

 

Soluzioni per un problema complesso

Il fenomeno della wasta è dunque diffuso a vari livelli in quasi tutti i Paesi della regione MENA, ma le modalità con cui le persone ricorrono alla propria rete di contatti sono svariate. Come si è visto, nonostante sia diffusa una percezione fortemente negativa delle pratiche di wasta, essa assume un valore diverso a seconda del contesto. Tuttavia, i risvolti critici di tale fenomeno sono innegabili. A tal proposito, moltissimi Paesi hanno intrapreso dei veri e propri iter giuridici per scoraggiare tali pratiche: gli Emirati Arabi Uniti hanno promulgato una legge federale anticorruzione, Qatar e Oman si sono dotati di specifici sistemi di monitoraggio, mentre l’Arabia Saudita ha creato una commissione per promuovere la trasparenza. Sono tutte azioni che devono però scontrarsi con la radicata natura tribale e famigliare di alcune società mediorientali, in cui i valori di lealtà, fiducia e condivisione vanno spesso oltre gli interessi prettamente economici e collettivi.

I già citati R. Cunningham e Y. Sarayrah propongono tre macro-soluzioni al problema: il rafforzamento dell’apparato burocratico, un approccio strutturale all’utilizzo di tecnologie per il monitoraggio delle amministrazioni pubbliche e la privatizzazione di certi servizi. Tralasciando la fattibilità tecnica e la volontà politica affinché certi cambiamenti vengano messi in atto, è necessario sottolineare come la wasta abbia particolari implicazioni anche sul piano psicologico e morale delle persone che fanno ricorso a tali pratiche, così come di coloro che ne sono invece esclusi. I due studiosi aggiungono inoltre: «Risolvere i conflitti e migliorare le condizioni di lavoro richiedono pazienza e persistenza. Promuovere regolamenti, cambiare leggi o istituire procedure raramente sono efficaci nell’alterare modelli di comportamento sociale profondamente radicati. Attenuare la wasta, così come qualsiasi cambiamento sociale significativo, richiede l’adattamento di valori sociali significativi». L’aspetto culturale ed educativo intergenerazionale non può infine mancare in un quadro più ampio che miri alla salvaguardia dei diritti di base e che promuova l’inclusione economica dei cittadini.

 

Fonti e approfondimenti

Alaref, Jumana, “Wasta Once Again Hampering Arab Youth Chances for a Dignified Life“, World Bank Blogs, 13/3/2014.

Barnett, Andy & Bruce Yandle, George Naufal, “Regulation, trust, and cronyism in Middle Eastern societies: The simple economics of ‘wasta’“, IZA Discussion Papers No. 7201, 2/2013.

Cunningham, Robert & Yasin Sarayrah, “Wasta: The Hidden Force in the Middle Eastern Society“, Greenwood Press, 1993.

Cunningham, Robert, & Yasin Sarayran. 1994. “Taming wasta to achieve development“. Arab Studies Quarterly. 16(3): 29-41.

Hamdy, Hadia, & Ahmed Mohamed. 2008. “The Stigma of Wasta: The Effect of Wasta on Perceived Competence and Morality“. Working Papers 5(9). 

Lackner, Helen. 2016. “Wasta: Is It Such a Bad Thing? An Anthropological Perspective”. The Political Economy of Wasta: Use and Abuse of Social Capital Networking. 33-46.

Transparency International. 2019. GCB MENA 2019: Citizens’s views and experiences of corruption.

Transparency International. 2019. Wasta: how personal connections are denying citizens opportunities services.

World Bank Group. 2013. Jobs for Shared Prosperity : Time for Action in the Middle East and North Africa.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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