Nessuna guerra è un’isola

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@Ehimetalor Akhere Unuabona - Unsplash License

«C’è un’isola nell’oceano dove nel 1914 vivevano insieme alcuni inglesi, francesi e tedeschi. L’isola non era in grado di ricevere cablogrammi, e solo ogni due mesi vi approdava un postale inglese». Queste sono le prime parole di un famoso saggio di Walter Lippmann, dal titolo “L’opinione pubblica”. Il giornalista statunitense descrive una situazione di serenità, nella quale le cose procedono nella loro tranquilla consuetudine. 

Tuttavia, al prossimo arrivo del postale, questi comunica la drammatica novità: sul continente europeo infuria la guerra. La realtà per gli abitanti dell’isola è arrivata in ritardo di sei settimane. Un lasso di tempo che sembra semplicemente impossibile, se pensiamo alle notizie che fioccano da ogni angolo quando fissiamo lo schermo del nostro smartphone. Eppure, forse proprio perché così lontano, il racconto di Lippmann può fornirci uno spunto prezioso per capire cosa sappiamo e cosa pensiamo di sapere sul mondo che ci circonda. 

Innanzitutto, l’informazione è un bene indispensabile. Lo è sempre, perché da un’informazione corretta derivano la capacità e la libertà di scegliere. E lo è ancor più nelle situazioni di crisi, quando l’accesso alla conoscenza è ostacolato da attori sociali e istituzionali, per esempio con le armi strategiche delle guerre cibernetiche, con cui gli Stati cercano di esercitare influenza e controllo sulla popolazione. In questo caso non si tratta di un problema di natura temporale ma politico, poiché vi è un evidente divario tra i mezzi che possono essere impiegati da una parte e dell’altra del processo informativo. Per analizzare quest’ultimo, proviamo allora ad andare oltre il racconto per trovare una nuova chiave di lettura

I flussi della comunicazione oggi prendono piede in una pluralità di ambienti, in primis mediali. Ma tra questi vi è una connessione. Programmi andati in onda in prima serata torneranno in un modo o nell’altro a popolare il nostro feed, come non è raro che giornalisti ospiti nelle sale dei talk show si trovino a commentare tweet appena condivisi da qualche politico. La maggiore possibilità di incorrere in un contenuto determina pertanto la sua centralità nel sistema informativo. Viceversa, se la condivisione di un’informazione rimane limitata, con ogni probabilità essa verrà dispersa nelle periferie della comunicazione. In sostanza: da una parte il continente, dall’altra l’isola.

E noi, utenti a tecnologia avanzata, dove siamo? Pensiamo agli strumenti che utilizziamo ogni giorno per comunicare. Non vi è dubbio che la rivoluzione digitale degli ultimi decenni abbia ampliato le nostre possibilità, permettendo di creare e accedere a diverse fonti informative, in ogni istante, in ogni luogo. Grazie alle nuove tecnologie, è diventato più facile scambiare idee e opinioni anche con persone altrimenti irraggiungibili, il che rappresenta un enorme valore e una grande fonte di empowerment. Verrebbe “naturale” porci al centro, a questo punto. Ma non è così facile, e nemmeno così giusto. 

Se prendiamo qualsiasi social media, è probabile che ci capiterà più frequentemente di leggere un’opinione piuttosto che di esprimerla. Ebbene, anche questo è vero solamente in parte: anche se in maniera più impercettibile, il nostro cliccare due volte su una metrica equivale a esporre, se non un’idea, quantomeno un sentimento. Ma questo non basta a individuare la nostra posizione: dobbiamo tracciare una linea tra i due punti, guardando non a noi stessi ma alle logiche che governano le notizie che rimbalzano nelle nostre reti sociali. Per esempio, quando assumiamo come riferimento l’informazione politica, appare chiaro il potenziale cambio di paradigma rispetto alle dinamiche dei “tradizionali” mezzi di comunicazione di massa. 

Un tempo il percorso di professionalizzazione per chi aspirava a una carriera nel settore del giornalismo prevedeva una forma di riconoscimento che si potrebbe definire “dall’alto”, ovvero da parte dei membri di un’organizzazione mediale. Oggi a questo si affianca un’altra strada. Sulle piattaforme digitali, non sono esperti del settore a selezionare e ridistribuire l’attenzione, ma il combinato disposto degli algoritmi e delle azioni degli utenti – veri o robotici che siano -, che finisce per riconoscere e legittimare, almeno agli occhi dello strumento, informazioni e autori in base alla loro popolarità. E aumentando così le loro possibilità di arrivare al flusso comunicativo centrale: di diventare mainstream, si potrebbe dire. 

Una fetta importante di studiosi ha passato buona parte dello scorso decennio a domandarsi se, in primo luogo, si può parlare di un reale cambiamento, dato che il mondo dell’informazione non si è dissolto, ma al contrario i giornalisti ricoprono ancora un ruolo importante nel sistema. Al punto numero due, invece, troviamo il quesito seguente, decisamente più importante ai nostri fini: le possibilità offerte dalle piattaforme devono essere inquadrate con più cognizione di causa tra le opportunità o tra i problemi di questo momento storico? Una domanda spesso intrecciata con riflessioni di più ampio respiro sul rapporto tra informazione, diritti individuali e beni collettivi, che ha finito per dividere in fazioni sempre meno disponibili al dialogo cyber-ottimisti e cyber-pessimisti, in particolare dopo che molti media occidentali hanno attribuito all’oscuro potere delle piattaforme due eventi categorizzati come “estremi”, quali Brexit ed elezione di Trump. In questi giorni di guerra, storico regno di propaganda nonché fatto dalla portata ben più drammatica dei precedenti, la questione mediale si ripropone, è inevitabile, in tutta la sua forza.

Le notizie arrivano con un’altissima frequenza e distinguere quelle attendibili non è facile per nessun utente, nemmeno per chi vuole fare dell’informazione il proprio mestiere, come noi dello Spiegone. Senza contare i tanti attori che puntano sulla chiusura delle comunicazioni (ad esempio, la Federazione Russa ha oscurato nei giorni successivi all’invasione alcune piattaforme digitali) e sulla disinformazione digitale come strategia di guerra. Una strategia antica come la storia e al contempo profondamente radicata nell’attuale. Laddove l’accesso ai media digitali non è limitato, si trovano riunite nello stesso ambiente testimonianze dal fronte, analisi di professionisti e voci dell’opinione pubblica nel suo insieme. In questo scenario non ci sono alternative: affrontare la velocità, quando si tratta di informazione, significa puntare la mente nel solco della lentezza. In altre parole, non smettere di approfondire

In un suo recente articolo, la giornalista Francesca Mannocchi ha scritto che in guerra la riscrittura della storia è più pericolosa dell’oblio, perché modellare la memoria significa plasmare il futuro. Secondo il nostro schema, ciò significa imporre dall’alto una comunicazione centrale. Una deriva che può essere combattuta solo seguendo ostinatamente la direzione contraria, unendo i fili della comunicazione a partire dalle periferie, dalle marginalità della storia, dai luoghi in cui questa non può essere dimenticata, perché qui consumata in tutta la sua impietosa potenza. Tracciando rotte a rilento e a ritroso, nel tentativo di rompere narrazioni fintamente irreversibili, e ricostruire così meandri complessi di un presente che, alla stregua di qualsiasi costrutto sociale, non può mai essere definitivamente cristallizzato in una presunta staticità, di fatto impossibile.

Tracciare rotte è un imperativo politico, che oggi si impone di pari passo con la constatazione più scontata, e forse per questo più impenetrabile, della nostra condizione di iperconnessi, e cioè che non siamo soli ma sempre in rete, uniti indissolubilmente agli altri. Online e offline, i nostri passi risuonano più forte. Per questa ragione, mai come ora, un pensiero deve almeno sfiorare anche i più disillusi: avvenendo a priori in una formazione sociale, il nostro può essere il primo atto di una trasformazione, di un reale sovvertimento dei rapporti di forza, dei rapporti di storia. E di allegorica geografia, quando mettiamo in discussione il continente che abitiamo per inoltrarci nell’isola che abbiamo tardato a conoscere. Anche quando compiamo un’azione semplice, come leggere un post o mettere un like

Non è la nostra individualità a trovarsi al centro nell’era dei social media, non deve ingannarci l’immagine di un mondo che ruota attorno al nostro profilo personale. Così come non dobbiamo correre il rischio di scambiare un’informazione di popolarità per un’informazione di qualità. Ma non possiamo neppure passare con leggerezza sopra la nostra impotenza virtuale: le possibilità, semplicemente, esistono. Nelle reti che creiamo e in cui siamo immersi, un potere lo abbiamo. Anche di fronte a uno scenario devastante come la guerra in Ucraina, andare a rilento, andare a ritroso, sono due gesti tutt’altro che scontati che conservano e se possibile rinsaldano tutto il loro valore e significato. Così come si rivela fondamentale l’alimentare un’informazione corretta, perché contribuire, anche nel proprio piccolo, anche dalla nostra periferia, a fare  diventare una narrazione sempre più centrale significa dare linfa alle speranze della pace. Né onlineoffline, nessuna guerra è un’isola.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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