Perché abbiamo fretta di rallentare l’informazione

Quando mi sono messo a pensare all’editoriale che avrei scritto per presentarmi come nuovo direttore, mai avrei creduto di farlo in un momento storico come questo. Ho riflettuto, rimandato, chiuso e aperto il computer mille volte pensando fosse quasi un’offesa verso i nostri lettori parlare di qualcosa così distante dalla quarantena, dal coronavirus, dalla dura realtà che tutti noi stiamo vivendo. 

Mi sbagliavo. Mi è bastato leggere nuovamente il “chi siamo” inciso sul nostro sito web per capire quanto, al contrario, nulla di più corretto potesse essere fatto in questo momento. Non perché al mondo debba anche solo lontanamente interessare chi sia Francesco Betrò o chi prenderà il posto del nostro, amatissimo, vecchio direttore. Né perché Lo Spiegone sia migliore di altri giornali – anche se, permettetemi di dire con un pizzico di orgoglio, forse lo è.  

Mi sbagliavo perché il nostro obiettivo è sempre stato quello di voler rallentare il tempo e mai come in questo momento ne abbiamo bisogno – non mi auguro di continuare a rimanere chiuso in casa o di vivere il natale con la pandemia, sia chiaro. Non abbiamo una sfera magica per poter fare questo, ma un’enorme voglia di spendere il nostro tempo per dedicarlo a un progetto in cui, chiunque abbia iniziato a scrivere con noi, crede dal giorno zero. E per qualche strana forma di masochismo sceglie di farlo nonostante sia a titolo gratuito – nessuno di noi ha mai preso una lira da tutto ciò.

Perché, allora, dovremmo trascorrere il nostro tempo in direzione ostinata e contraria, analizzando anche eventi politici “apparentemente irrilevanti” nella vita di tutti i giorni? Vi sembrerà lecito obiettare che tutto ciò significa esattamente l’opposto, significa perderlo il tempo, significa sprecarlo. Significa non essere al passo di un’informazione – e ancor più di una società – che ci richiede velocità, dall’università al lavoro. Ma sapete una cosa? Vi sbagliate, come mi sbagliavo io. Vi sbagliate perché se siamo bombardati da mille notizie al secondo poi finiamo per non ricordarne nemmeno una. Vi sbagliate perché riflettere su un fatto, capirne il come, il perché e il dove ci sta portando ci permette di essere pronti, rapidi, reattivi nei confronti di tutto ciò che ci gravita attorno. Vi sbagliate perché, per rallentare il tempo, di tempo bisogna spenderne assai di più di quello che pensiamo.

Allora ho pensato a quello che facciamo e all’importanza di cambiare il tipo di approccio verso l’informazione. Diverso, nostro, più lento. Ho pensato che il nostro lavoro – che quelli bravi chiamano slow journalism – non è il passato del giornalismo, ma il suo futuro. Ho pensato che, come professionisti dell’informazione, se poche settimane fa ci fossimo fermati un attimo di più a pensare a quello che ci stava per succedere forse avremmo potuto fermarlo questo tempo, avremmo potuto informare le persone con più consapevolezza senza passare da un saccente e sprovveduto “è solo un’influenza” a un allarmista “il mondo sta per finire, si salvi chi può!”. Ho pensato che, forse, non avremmo evitato tutto questo, ma sicuramente non avremmo contribuito a fare tanto male come abbiamo fatto in questa occasione – e come abbiamo fatto già tante altre volte senza mai imparare la lezione.

E allora ho capito quanto fosse importante quello che stavamo facendo. Ho capito quanto fosse importante scrivere questo editoriale in cui raccontavo come, per un ragazzo che ha sempre avuto il sogno di fare questo mestiere, non ci fosse casa migliore de Lo Spiegone per muovere i primi passi. Perché sì, siamo bravi – soprattutto brave -, ambiziosi e anche un po’ troppo “spiegoni” alle volte, ma siamo soprattutto ragazze e ragazzi consapevoli dell’importanza di quello che stanno facendo. Di quanto sia importante un’informazione fatta bene, ragionata, frutto di uno studio attento dell’argomento. Quasi ossessivo. Di quanto sia importante il confronto, ma anche il conflitto, tra ognuno e ognuna di noi che abbiamo iniziato in 5 e adesso siamo quasi 60, e con tutti voi. Ho capito quanto sia importante sbagliare, ammettere e capire i propri errori per crescere come persone e per essere giornalisti migliori. Ho capito quanto il tempo destinato a tutto questo non può mai essere tempo sprecato, perché se la fretta di arrivare prima degli altri mi porta a diffondere una notizia sbagliata allora sì, faccio perdere tempo a me stesso e a coloro che ci leggono. E ho pensato che forse, e dico forse, questo insegnamento dovremmo impararlo come società perché la velocità alla quale stiamo andando sta accorciando decisamente il nostro tempo, lo sta rendendo più vuoto e pericoloso.

Ho capito, infine, che se la terra gira più lentamente su Lo Spiegone, come un giornalista disse parlando di noi una volta, allora stiamo davvero facendo qualcosa di importante. E allora questo editoriale, arrivato in uno dei momenti più difficili degli ultimi anni, non poteva essere tempo sprecato.

Nel suo Infanzia e storia: distruzione dell’esperienza e origine della storia Giorgio Agamben scrive: “il compito originale di una rivoluzione non è perciò mai semplicemente di “cambiare il mondo”, ma anche e soprattutto di “cambiare il tempo””. Se così è, un pezzo di strada in questa direzione abbiamo cominciato a percorrerlo insieme.

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