Contro la guerra, un giornalismo di pace – Intervista ad Alberto Bobbio

Interviste
Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Laureato in Scienze politiche all’Università Cattolica di Milano, Alberto Bobbio inizia la sua carriera giornalistica nel 1978 sulle pagine delle testate giornalistiche locali di Novara per poi continuare per trent’anni a Famiglia Cristiana, dove ha ricoperto il ruolo di caporedattore e inviato speciale. Da allora, ha collaborato con testate di rilevanza nazionale, scrivendo reportage dall’Africa, dal Medio Oriente, dall’America latina e dall’Europa dell’Est. Oggi è editorialista de l’Eco di Bergamo e Direttore responsabile de Lo Spiegone.

Quando e perché hai deciso di diventare inviato di guerra?

Non ho deciso di diventarlo, mi ci sono ritrovato. Quando scoppiò la guerra nei Balcani, nel 1991, era l’inizio dell’estate e in Croazia le dinamiche del conflitto cominciavano a complicarsi. Il giornale per cui lavoravo allora mi mandò a seguire la situazione anche perché in quel periodo gli inviati che si occupavano di conflitti erano in vacanza, per cui i giornali mandavano i giovani. Questa allora era un’abitudine di diverse testate italiane, ma anche internazionali. 

Nel racconto dei conflitti, i media utilizzano spesso una narrativa che non spiega il contesto, ma offre opinioni e una visione dicotomica: vittima/nemico, buoni/cattivi. Come si osserva e quindi si racconta una guerra senza essere battagliero di una causa?

Questo è il vero problema e occorre fare un ragionamento sul ruolo del reporter di guerra. Bisogna cercare di raccontare nel modo più approfondito e dettagliato possibile ciò che accade sul teatro di guerra. Trovare un punto di osservazione vicino, ma saper gestire i momenti del racconto perché le emozioni possono prendere la mano sulla comprensione. È importante non tralasciare la complessità: dietro le bombe, l’odore della polvere da sparo, ci sono delle ragioni complicate che bisogna analizzare. Questo soprattutto perché in una guerra i contesti geo-politici che stanno sullo sfondo cambiano molto velocemente. 

Non è vero che la scelta più pericolosa per un reporter di guerra sia la scelta migliore per portare a casa un pezzo brillante, bisogna avere anche il coraggio di fare un passo indietro e rimanere su un confine che ti permette di dare al racconto un orizzonte più largo. 

A volte bisogna rinunciare ad andare dove la situazione appare più conveniente da raccontare. Non è facile trattare con i caporedattori lontani dal conflitto, perché le redazioni centrali dei giornali, che siano a Roma, Parigi o New York, tendono a chiedere emozioni, ma è importantissimo selezionare le fonti con le quali si ha a che fare e raccontare tutti i punti di vista, non solo quelli che emozionano di più. È importantissimo non sposare mai una tesi, ma raccontarle tutte. Anche se non è semplice, perché a volte in certi posti non si può andare. 

Il disinteresse dei media e quindi dell’opinione pubblica dopo la “fine” di una guerra è un errore?

Questa è una cosa che accade normalmente, non soltanto per le guerre ma anche per molti altri fatti. Ci sono decine di conflitti dimenticati che nessuno o pochissimi raccontano. Questa legge dell’oblio è oggettiva: il problema è che il giornalismo, se è serio, non dovrebbe permetterle di prendere il sopravvento e di dettare le regole. 

Raccontare i conflitti dimenticati è molto difficile, per diversi motivi. Il primo è che chi governa i giornali non vuole farlo, per varie ragioni: si pensa che al lettore non interessi (cosa tutta da verificare) ed è molto costoso – e questo è vero, soprattutto in un contesto editoriale in cui ci sono sempre meno fondi. C’è poi, anche un problema ideologico: per alcuni, è meglio che questi conflitti restino nell’ombra. 

Potremmo fare un elenco lunghissimo di conflitti dimenticati, anche molto vicino a noi. Nel Caucaso, ad esempio, c’è un intreccio di conflitti definiti frozen conflicts, conflitti congelati, che però ogni tanto si riscaldano e allora qualche giornalista va e racconta un pezzo, poi torna e di conseguenza tornano anche la nebbia e l’oblio. Altri esempi che mi vengono in mente, la Birmania, i conflitti interni alle Filippine, i conflitti in Africa che interessano solo quando toccano i portafogli occidentali, per le questioni legate all’utilizzo dei minerali. 

Il giornalismo dovrebbe fare uno sforzo, non nel raccontare episodicamente, ma nel dare attenzione a un mondo di conflitti che non sono mai finiti. Il giornalismo però, soprattutto in Italia, ha sempre meno voglia di capire mentre chi fa questo lavoro dovrebbe invece, costantemente, leggere, studiare, sentire delle fonti, essere preparato. Credo che bisognerebbe creare una specializzazione nel fare il reporter di guerra, che non è quella attuale, cioè raccontare emozioni, ma saper raccontare i contesti, conoscendoli il più a fondo possibile.

Forse più che parlare di giornalismo di guerra, bisognerebbe parlare di giornalismo di pace, cioè di un giornalismo che racconta i conflitti con l’obiettivo di fare in modo che di conflitti ce ne siano sempre di meno. Raccontare come mediare: se non lo racconti, nessuno si occupa di trovare una fine a quel dramma. Le soluzioni non sono sempre nelle mani della diplomazia, della politica o delle organizzazioni internazionali. 

A volte, una volontà popolare, un impegno di popoli che fanno pressione, potrebbe aiutare alla risoluzione di un conflitto. Per fare pressione sui governi però, c’è bisogno che le persone abbiano accesso a un’informazione che spieghi il contesto, non emotiva. Bisognerebbe utilizzare la storia per capire l’attualità, i diversi punti di vista. Questo non si fa, o si fa molto poco, perché chi racconta o non ha gli strumenti o li nasconde, sotto la pressione di alcune lobby politiche, economiche e giornalistiche. 

Decontestualizzando una guerra, la si rende più semplice, si può parlare alla pancia delle opinioni pubbliche che comprende subito, ma di solito comprende in modo sbagliato e parziale. 

Il racconto e le fotografie delle guerre negli ultimi vent’anni hanno spostato la soglia sempre più vicino ai soggetti raccontati da averli resi quasi invisibili. La troppa vicinanza si è fatta opacità: guardiamo troppo o guardiamo male? 

Il problema è guardare male: forse quando ci sono troppe immagini offerte, si tende a sbagliare. Questo però non dovrebbe essere un alibi per il giornalismo perché chi informa dovrebbe avere gli strumenti per evitare di finire in questa trappola. Durante la guerra dei Balcani, ad esempio, le immagini più crude non sono state viste. Un po’ perché non c’erano, anche per una capacità molto inferiore dei mezzi, della tecnologia a disposizione e di come inviare articoli e foto, un po’ perché allora il giornalismo, anche quello televisivo, si faceva qualche domanda in più: serve o non serve far vedere questa immagine? 

Adesso queste domande non sono scontate, l’offerta delle immagini è sempre più ampia e gratuita. Credo che non sia la quantità di foto a smuovere l’indignazione per un conflitto, ma piuttosto la loro unicità. Oggi le immagini arrivano da numerose fonti diverse e in modo continuo, rapido. Questo pone un problema di filtro e di veridicità che il giornalismo deve porsi. Bisognerebbe tornare a un giornalismo più lento, ma che permette di offrire al lettore gli strumenti per capire ciò che avviene, perché avviene. Selezionare le immagini, oggi, è più importante che selezionare le parole. 

Domandare alle persone di parlare si sé, di entrare nelle loro vite, soprattutto durante una guerra, è un passaggio cruciale del mestiere di giornalista. Domandare senza alterare l’equilibrio personale di ciascuno, vuol dire talvolta scegliere di non fare domande. Le è mai capitato?

Sì, mi è capitato. Non ci sono delle regole standard in questi casi: sta alla sensibilità di chi domanda capire la situazione. Le domande però, anche se di una certa pesantezza dal punto di vista psicologico, si devono fare, soprattutto quando si è in luoghi in cui sono accaduti fatti non chiari. 

Mi è capitato di trovare sempre degli interlocutori che avevano questa consapevolezza: sapevano qual era l’obiettivo dei loro racconti, cioè illuminare il contesto e i fatti. Credo poi che scatti una sorta di empatia tra il reporter e l’interlocutore: a volte succede naturalmente, a volte è molto difficile lavorare per riuscire a ottenerla.

È molto importante durante un conflitto capire quando ci si può fidare del racconto di una fonte o meno. Su questo fronte, forse oggi c’è un rischio più elevato a causa della fretta che impone il giornalismo. 

I giornalisti occidentali hanno poi spesso la presunzione di non domandare ai giornalisti locali, di non utilizzarli come fonte. Questo è un grande errore, soprattutto quando non è concesso ai giornalisti internazionali di entrare in un Paese in conflitto. 

Se e quando lo ha provato, come ha gestito il sentimento di impotenza durante una guerra? E quando è tornato a casa, come ha convissuto con la quotidianità della pace?

Di fronte a una guerra, quando ci stai dentro e la racconti, ti senti sempre impotente, stai lì e guardi. Io ho sempre pensato che raccontare è un po’ come mediare: se nessuno racconta la guerra con le sue atrocità, queste non possono finire. Si ha la presunzione che bisogna stare lì perché quello è il tuo mestiere, sei pagato per farlo e quindi lo devi fare. C’è anche chi rifiuta di partire. Io non ho mai pensato di farlo, altrimenti avrei cambiato mestiere.

Stare dentro un conflitto vuol dire fare la vita delle persone che vivono lì, devi imparare da loro come muoverti e quindi sopravvivere. È necessario trovare il tempo di scrivere e di trasmettere l’articolo. Oggi è più facile, ma negli anni Novanta non era così semplice. 

Quando ero inviato di guerra nei Balcani, facevo sempre questo ragionamento: se sentivo di non avere più paura, allora forse era il momento di tornare a casa perché la spavalderia ti porta a fare delle cose sbagliate. Mi è capitato di non andare in alcuni posti perché era troppo pericoloso: una volta, per andare a Mostar, la strada era molto esposta al fuoco dei cecchini e noi non avevamo delle auto blindate. 

I giornalisti non si devono considerare dei supereroi: è vero che possono avere dei sistemi di protezione più efficaci, ma in guerra sono uguali a tutte le altre persone e possono avere le stesse conseguenze degli abitanti. 

Quando si torna a casa si rielabora questo, con la convinzione che i conflitti sono una cosa naturale della vita: la guerra c’è e ci sarà perché è nella follia degli uomini organizzare conflitti. Si potrebbero risolvere questioni senza arrivarci, ma le società non sono ancora arrivate a questo alto livello di intelligenza. 

 

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