Kenya, dopo il finto rimpasto di governo continuano le proteste

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Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Da metà giugno, le strade del Kenya sono spesso piene di cittadini in protesta. Inizialmente, i manifestanti contestavano la nuova legge finanziaria, che prevedeva l’aumento di diverse tasse già in vigore, oltre all’introduzione di nuove. Ben presto però, il loro obiettivo è cambiato. 

Dopo aver ottenuto il ritiro del controverso provvedimento, la popolazione ha infatti cominciato a chiedere a gran voce un drastico cambiamento dell’intero sistema politico. Il nuovo proposito erano le dimissioni del presidente William Ruto, al potere dall’estate del 2022 e accusato dai suoi stessi cittadini di malgoverno, clientelismo e corruzione.

La legge finanziaria

Già nel 2023 il governo kenyano aveva aumentato svariate tasse, sostenendo che la loro riscossione fosse necessaria per ripagare il debito pubblico del Paese (circa 82 miliardi di dollari). Una somma che, in buona parte, Nairobi doveva restituire a Pechino. Negli ultimi anni, infatti, la Cina è diventata un’importante fonte di finanziamento per il Paese africano. Soprattutto per la costruzione di infrastrutture, come testimonia la linea ferroviaria sorta tra la capitale Nairobi e la città portuale di Mombasa.

Molti kenyani però non hanno apprezzato il nuovo aumento delle imposte. In particolare i più giovani, che fronteggiano elevati tassi di disoccupazione (nel 2023, circa il 67% della popolazione tra 15 e 34 anni era senza lavoro). Disillusi nei confronti di un sistema politico permeato da corruzione e clientelismo, molti non si sono recati alle urne nelle ultime tornate elettorali.

Ora però, sono stati proprio loro a guidare le proteste. Organizzandosi sui social media, si sono mobilitati per chiedere il ritiro di un provvedimento considerato particolarmente gravoso. Perché, ad esempio, introduceva una tassa sul pane (pari al 16% del valore del prodotto) e una sull’olio vegetale da cucina (corrispondente al 25%). Entrambe le imposte – che riguardavano due alimenti base della cucina kenyana – sono poi state ritirate dal testo definitivo della legge, approvato il 25 giugno. Ma ormai era stata gettata benzina sul fuoco. E le proteste non potevano più essere fermate.

L’assalto al Parlamento

Quando, il 25 giugno, i manifestanti – assiepati fuori dal Parlamento – hanno ricevuto la notizia del passaggio definitivo della finanziaria, la loro rabbia è esplosa. Hanno rotto il cordone della polizia e attaccato la struttura. Un’ala dell’edificio è andata in fiamme, mentre i legislatori venivano rapidamente evacuati.

La reazione delle forze dell’ordine è stata immediata ed estremamente violenta: ancora una volta, la polizia kenyana non ha smentito le accuse di brutalità eccessive che la circondano. D’altronde, proprio a causa del passato violento delle forze dell’ordine di Nairobi, erano sorti diversi interrogativi sul loro invio ad Haiti nell’ambito di una missione di stabilizzazione del Paese centroamericano. Dubbi immediatamente rigettati dagli Stati Uniti, tra i principali sostenitori della missione e stretti alleati del Kenya.

Con gas lacrimogeni e proiettili letali, le proteste sono state duramente represse. Circa 50 persone hanno perso la vita, altre 800 sono state arrestate. Amnesty International ha accusato i reparti speciali di polizia di essere responsabili della scomparsa nel nulla di diversi attivisti e influencer. Giovani che sui social media avevano preso posizione a favore dei manifestanti.

Mentre le proteste divampavano e la repressione diventava sempre più brutale, Ruto, a sorpresa, ha annunciato che non avrebbe firmato la legge. D’altronde, in tutto il mondo si stavano diffondendo le riprese della violenza. E Ruto voleva tentare di salvare la propria immagine di garante della stabilità e della democrazia in Africa orientale.

Ma, ancor di più, il presidente kenyano desiderava continuare a presentarsi come fidato alleato agli occhi dell’Unione europea e, soprattutto, degli Stati Uniti. Poco prima dello scoppio delle mobilitazioni, infatti, Washington aveva definito il Kenya un “major non-Nato ally”, il primo Paese dell’Africa subsahariana a fregiarsi di questo appellativo.

«Ruto must go»

Il ritiro della legge non ha però fermato le proteste. Anzi, queste hanno assunto una dimensione ancora più ampia. L’obiettivo non era più la cancellazione della finanziaria ma il cambiamento dell’intero sistema politico. Con lo slogan «Ruto must go», i giovani kenyani hanno iniziato a chiedere a gran voce le dimissioni del presidente, accusandolo di corruzione, clientelismo e ostentazione eccessiva della ricchezza.

Sarcasticamente soprannominato “il presidente volante”, Ruto è tra i capi di Stato che hanno fatto più viaggi all’estero dall’inizio del proprio mandato. Nel suo caso, ben 62 in 20 mesi. Il più delle volte gli spostamenti sono stati realizzati con jet privati e il presidente è stato seguito da vasti entourage. Il tutto, ovviamente, a carico delle casse statali.

Molte delle figure che circondano il capo dello Stato kenyano e lo accompagnano nelle sue visite ufficiali provengono dalla sua cerchia di amici e familiari. Spesso politicamente incompetenti, sono però fedeli alleati che il presidente tiene legati a sé con logiche clientelari. Le quali, assieme alla corruzione, contribuiscono a rendere l’amministrazione pubblica del Paese in larga parte inefficiente.

Dunque, a inizio luglio, nel tentativo di placare la rabbia popolare, Ruto ha annunciato tagli ai costi del governo. Ma senza incontrare apprezzamento tra i giovani. I quali, invece, hanno continuato a insistere sulle sue dimissioni e sulla necessità di lottare in modo più vigoroso contro la corruzione, oltre che migliorare le condizioni socioeconomiche della popolazione.

Rimpasto di governo

Messo spalle al muro, Ruto ha tentato l’ultima carta. Quella del rimpasto di governo. L’11 luglio, tutto l’esecutivo è stato congedato con la sola eccezione del ministro degli Affari esteri, Musalia Mudavadi. Il presidente tentava di soddisfare – a modo suo – la richiesta sempre più forte di un cambiamento politico. Senza però dover dare le proprie dimissioni.

In realtà, con il rimpasto è cambiato ben poco. E i manifestanti se ne sono resi conto fin da subito. Quando, il 19 luglio, Ruto ha annunciato i primi nomi del nuovo gabinetto, molti non erano per niente nuovi. Ben sei ministri su undici provenivano dal vecchio esecutivo. Le proteste – che non si erano mai fermate – sono continuate più forti che mai.

Cinque giorni dopo, il presidente ha reso pubblici altri quattro nomi, figure che provenivano dal principale partito di opposizione, il Movimento democratico arancione (Mda) di Raila Odinga. I nuovi ministri entravano a far parte di quello che Ruto aveva definito un «governo di unità nazionale». Ma la reazione dei giovani kenyani è stata immediata e vigorosa. Sui social media, l’opposizione è stata duramente accusata di tradimento e corruzione.

In realtà, la mossa di Ruto e la risposta dell’Mda non sono nulla di nuovo nel panorama politico kenyano. Nel Paese dell’Africa orientale, c’è una lunga tradizione di accordi tra campi rivali. Iniziative con cui il governo, in fasi critiche, coopta l’opposizione, garantendole posizioni politiche e benefici personali. Mentre per la popolazione non cambia nulla.

La repressione continua

Dal rimpasto di governo, il Kenya è quasi scomparso dai radar dei media internazionali. In realtà, i giovani continuano a farsi sentire. Le strade sono spesso piene di manifestanti che proseguono nella loro richiesta di cambiamento del sistema politico, maggiore trasparenza e abbandono di pratiche clientelari. Però, il calo di attenzione da parte della comunità internazionale – alla quale preme solo la tenuta, anche se apparente, delle istituzioni democratiche kenyane – facilita la prosecuzione della repressione.

Il pugno dell’esecutivo è sempre più duro. Come testimonia il dibattito iniziato pochi giorni fa su una legge che, se approvata, restringerà il diritto dei cittadini a riunirsi. La proposta – presentata da Geoffrey Ruku, parlamentare del partito del presidente – dà alla polizia vasti poteri nell’impedire e nel reprimere le proteste. Mentre per i manifestanti sono previste multe salate e il carcere. Nel frattempo, agli Interni si lavora anche alla bozza del nuovo Atto di ordine pubblico. Una disposizione che, tra le altre cose, permetterà le manifestazioni solo in aree specifiche, designate dal governo.

Entrambi i provvedimenti sono stati duramente criticati dalla società civile. Che teme che possano diventare uno strumento nelle mani del presidente per reprimere ancora più violentemente le proteste. Oltre che inasprire ulteriormente le violazioni dei diritti umani a opera della polizia.

Fonti e approfondimenti

Al Jazeera, “Kenya’s Ruto adds opposition figures to cabinet as protests rumble on”, 24 luglio 2024.

Macharia Jacqueline, “Flying president: Inside President Ruto’s 62 visits to 38 countries in 20 months”, The Nation, 9 giugno 2024.

Marete Gitonga, “Ruto: This is why I brought Raila men to government”, The Nation, 26 luglio 2024.

Onyango Conrad, “The rise of Africa’s Gen Zs: From TikTok, X to the streets”, The Star, 25 luglio 2024.

Otieno Otieno, “Kenya opposition chief Raila Odinga under fire on State ‘deal’”, The East African, 28 luglio 2024.

Otieno Otieno, “Kenya parliament debate controversial Bill restricting protests by citizens”, The East African, 25 agosto 2024.

The East African, “Kenya: Protesters defy William Ruto, pro-State groups counter them”, 23 luglio 2024.

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