La paura di un Egitto instabile

 

Dal 2011 ad oggi, gli egiziani hanno vissuto sulla loro pelle l’avvicendarsi di tre governi. La percezione che abbiamo del Paese, basata sulle notizie che riescono a trapelare, è quella di uno stato che reprime qualsiasi opposizione, di una classe politica corrotta e attaccata al potere, passato dalle mani di Hosni Mubarak a quelle di Abd al-Fattah al-Sisi.

 

 

In seguito alla Rivoluzione Egiziana del 2011, il presidente Mubarak, in carica dal 1981, annuncia le sue dimissioni. La transizione e soprattutto il potere vengono affidate all’esercito, grande garante in quei giorni della volontà popolare. Si arriva alle elezioni del 2012 che sanciscono la vittoria di Mohamed Morsi, candidato del partito “Libertà e Giustizia” (Fratelli Musulmani).

In un anno di presidenza, Morsi si aliena l’appoggio fondamentale di quella parte di popolazione scesa in piazza contro Mubarak, della minoranza copta, della magistratura e dell’esercito. La modifica della costituzione in direzione di una adesione alla Shari’a, l’adozione di “poteri straordinari per difendere la rivoluzione”, la gestione sbagliata dell’economia e l’allontanamento di Mohammed Tantawi dal Ministero della Difesa, hanno causato senza dubbio il crollo della sua presidenza. Il 3 luglio 2013 il generale al-Sisi, nuovo ministro della difesa e capo delle forze armate, dopo l’allontanamento di Tantawi, annuncia la deposizione del Presidente Morsi; un colpo di stato pone fine al primo governo democraticamente eletto.

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Tra il 3 luglio 2013 e l’8 giugno 2014, l’esercito è di fatto padrone del Paese. Si dà il via alla repressione del dissenso, in primis verso i Fratelli Musulmani, ma il governo compie arresti e tiene sotto controllo qualsiasi tipo di opposizione. Viene sospesa la Costituzione, il terrorismo legittima le azioni arbitrarie del Governo, la presidenza ad interim di Mansur termina l’8 giugno 2014; con il 96% dei voti espressi dal 44% degli egiziani, Al-Sisi è eletto presidente.

 

L’Egitto è un palazzo che sta per crollare, il sovrapporsi di più forze opposte e contrarie fanno sì che non si sbricioli. Alterare queste forze potrebbe causare il definitivo crollo del Paese, così come lasciarlo in piedi. Vediamo di analizzare alcune questioni fondamentali che determinano il precario equilibrio egiziano.

Il Governo ha fallito ed il regime è in crisi.

Il Governo è in crisi e sta dando la colpa a chiunque invece di prendersi le proprie responsabilità. Le critiche oggi non vengono più mosse solo da elementi politicizzati, ma soprattutto da fette di popolazione prive di identificazione politica precisa (iniziale nucleo di consenso per al-Sisi). La risposta del governo è una sempre maggior repressione del dissenso.

 

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L’operato di Al-Sisi genererà automaticamente un cambiamento in Egitto; gli analisti concordano su questo. Quello su cui ci si deve interrogare non è quando, ma come; nell’esasperata lotta tra dissenso e repressione potrebbero aprirsi due scenari:

Da un lato le rivolte potrebbero diventare insostenibili e comportare un bagno di sangue troppo grande da mettere in atto e giustificare. Il governo, continuando a promuovere l’uso delle forze armate e della polizia, ha portato il numero di morti a 2588 tra il 2013 e il 2014. Arresti di massa e condanne collettive rendono il sistema carcerario egiziano sovraffollato, sono stati costruiti campi di detenzione per accogliere l’enorme massa di detenuti, che solo nel 2013 era di circa 19’000 individui tra arresti di manifestanti e di leader e iscritti a partiti politici.

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La situazione, di fatto divenuta ingestibile, rappresenta quanto distanti siano le posizioni del governo e quelle della società egiziana. Da un lato le enormi quantità di cittadini ammassate nelle città più popolose, Cairo e Alessandria. Dall’altro i proclami del governo che invita, facendo leva sull’immagine paternalistica che vorrebbe dare di sè, a non scendere in piazza, al rispetto delle autorità e all’unità nazionale. Al-Sisi non ha programmi e politiche economiche da esporre ai cittadini. Il governo appoggiato dai militari ha una base politica misera e dato che non c’è modo di gestire o incorporare il dissenso, allora, genererà nuovo dissenso e porterà avanti sempre più repressione.

Dall’altro lato, rendendosi conto di non poter più contare su al-Sisi, l’élite militare potrebbe disfarsene, salvando e rigenerando il proprio ruolo di guardiano della nazione, come già avvenuto nel caso della destituzione di Mubarak nel 2011.

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Data la difficile situazione del dissenso, che non si potrà risolvere all’infinito con arresti e violenze, l’élite militare potrebbe comprendere che è stato superato il limite di sopportazione, proprio nel momento in cui il regime sembrerebbe essere spacciato, l’esercito potrebbe intervenire addossando a al-Sisi tutte le responsabilità. La probabilità che ciò accada è data dal fatto che l’élite militare si articola su più piani, con relativi luoghi di potere; esercito, polizia, servizi segreti e di sicurezza convivono in un sistema che poggia su fedeltà gerarchica e cameratesca, ma soprattutto su fonti di corruzione che consolidano i legami interni all’esercito.

Di certo il generale ha dato dimostrazione di non temere l’uso smodato della forza, e in molti pensano che non avrà esitazioni nell’usarla davanti a ulteriori imponenti sollevazioni, forte del fatto che dall’altra parte non vi è un’opposizione capace di convogliare la rabbia degli egiziani.

Le forze interne divise tra opposizione al regime, lotte intestine e accuse reciproche.

Tre sono le forze che stanno tentando di mettere in piedi delle proteste, ma per il momento la loro azione è separata, se non addirittura opposta. Inoltre alcune di queste presentano delle divisioni ulteriori al loro interno.

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I Fratelli Musulmani sono stati i più colpiti dalla repressione successiva alla destituzione di Morsi, pertanto la loro azione è stata fortemente ridotta. Fanno leva sulla gestione economica del governo, che senza i finanziamenti degli Stati del Golfo non riuscirebbe a reggere in piedi l’apparato statale. Restano, nonostante la repressione, uno dei gruppi più forti essendo fortemente radicati in molte associazioni professionali, e generalmente nel mondo del lavoro. Il governo sa che ogni forza politica ha un solo modo per crescere: ovvero scendere a compromessi e cercare una momentanea alleanza con la Fratellanza, pertanto tenere le fazioni divise mette al sicuro il governo da una opposizione unitaria e forte.

 

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I Salafiti al loro interno sono divisi tra chi appoggia il governo, data la rottura con la Fratellanza Musulmana, e chi si oppone al governo. Ci sono inoltre gruppi di Salafiti Jihadisti come Ansar Beit al-Maqdis che portano avanti attacchi nel Sinai. Il Fronte Salafita invece è nato con la proposta di fomentare una “rivoluzione islamica”.

Anche le forze laiche sono divise tra chi appoggia e chi non appoggia il regime, tra chi vuole la democrazia e chi appoggia semplicemente il regime. La frattura dei laici con i filo-religiosi è ancora profonda e il regime ne approfitta per mantenere divisi i gruppi. I laici devono capire ancora se il loro amore verso la democrazia è più o meno grande del loro odio verso gli islamisti e la Fratellanza

Tutti hanno bisogno dell’Egitto.

In primis l’Arabia Saudita, che cerca il supporto dello stato più popoloso del mondo arabo. I suoi rapporti con l’Egitto sono direttamente proporzionali all’influenza che possono esercitare su zone a rischio come Siria, Libia, Yemen, Iraq e Libano.

Riyadh non ha mai disconosciuto la legittimità del governo militare e, nonostante non approvi molte scelte intraprese da al-Sisi, ha apertamente dichiarato “L’esercito egiziano ha guidato il Paese in un modo o nell’altro dal 1952, l’attuale regime non è altro che la continuazione di questo dato di fatto”
Essendo lo stato più popoloso del mondo arabo, con 90 milioni di abitanti, se dovesse crollare sarebbe quasi impossibile ricreare la stabilità e la sicurezza, generando un impatto tragico su tutta la regione.

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La penisola del Sinai, a nord-est Israele e Giordania, a sud-est l’Arabia Saudita

Anche Israele è fortemente interessata alla stabilità egiziana. Un crollo improvviso del regime potrebbe accelerare i processi che si stanno difficilmente tenendo a bada nella penisola del Sinai. Nei mesi più incerti della rivoluzione egiziana, Israele temeva ricadute negative sulla pace raggiunta nel 1979 a Camp David.

Ciò che sta sperimentando l’Egitto dunque non è solo frutto di dinamiche interne, ma soprattutto frutto delle dinamiche regionali e internazionali. E’ stato promesso ai militari di restare al potere e sono stati promessi sostanziosi prestiti e finanziamenti, vitali per rimettere in piedi l’economia disastrata.

Nel quadro regionale l’Arabia e in parte gli Emirati Arabi e il Kuwait hanno un grande peso. Tra il 2013 e il 2014, l’affluire di miliardi di dollari nelle casse egiziane, da parte saudita ha permesso al regime di reggersi in piedi. Nonostante i fondi stanziati dai paesi sopracitati, oggi l’Egitto è instabile, molto più che nel 2013 (destituzione di Morsi) e  rispetto ai giorni della caduta di Mubarak.

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L’Arabia Saudita e gli altri stati sunniti del golfo, i quali hanno contribuito alla creazione di questa situazione sono i responsabili del disastro, questa responsabilità li obbligherà prima o poi a intervenire per salvare l’Egitto da se stesso.

Allargando la prospettiva oltre la regione possiamo comprendere facilmente che soprattutto i governi occidentali, europei in primis, sono tra i più interessati al mantenimento della stabilità.

 

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C’è innanzitutto il timore di perdere un interlocutore; una volta perso Mubarak, il flusso di investimenti verso l’Egitto ha subito una battuta d’arresto e solo recentemente sta riprendendo. Al-Sisi, con il controllo esercitato sul Paese, con la sua retorica da padre e guida, con la sua volontà di ristabilire una forte unità nazionale e la sua apertura verso le grandi opere (come l’allargamento del canale di Suez) rappresenta ciò che l’Occidente cerca in Egitto.

Una nuova Siria a cavallo tra Libia e Israele sarebbe stato un disastro difficile da arginare; il timore di proliferazione del terrorismo, di crisi nella gestione dei migranti e di guerra civile avrebbe significato per l’Occidente la perdita di controllo su un’area enorme, abitata da una popolazione notevole. Per questo al-Sisi rappresenta la sicurezza che i governi occidentali cercano.

Un Egitto islamista, come nel caso dell’esperienza di Morsi, avrebbe comportato delle difficoltà ulteriori per i governi occidentali. Un regime militare è sicuramente più facile da gestire, data la mancanza di un’ideologia che lo incateni e di un movimento politico ben organizzato alle spalle. La via del compromesso è libera con al-Sisi e con la corrotta élite militare che tiene in mano la situazione.

L’interesse economico degli stati europei nella regione rappresenta allo stesso tempo la causa e il risultato della stabilità da tempo ricercata. L’azione dei governi e delle società private non si è arrestata davanti all’evidente abuso di potere e repressione di ogni opposizione; al-Sisi può contare sul fatto che l’Europa non farà passi indietro, la sua legittimità è riconosciuta e non sarà messa in discussione.

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Sono dunque queste le forze, i vettori della politica egiziana. Forze interne ed esterne, alcune in conflitto tra di loro, altre in armonia, altre semplicemente convivono. L’azione combinata di queste forze ha creato il regime di cui parliamo. L’alterazione di queste potrebbe distruggerlo, modificarlo radicalmente o semplicemente rimanere nello stato attuale. Quanto accadrà nei prossimi anni non sarà stabilito solo da Al-Sisi e dai militari.

 

Fonti ed Approfondimenti:

http://carnegieendowment.org/2014/03/24/egypt-s-unprecedented-instability-by-numbers/h5j3

https://geopoliticalfutures.com/saudi-arabia-egypt-and-arab-security/?format=pdf

http://www.middleeasteye.net/columns/why-saudi-and-other-gulf-states-need-rescue-egypt-itself-1414409612

https://www.middleeastmonitor.com/20161020-the-beginnings-of-a-collapsing-regime-in-egypt/

http://www.middleeasteye.net/news/analysis-are-we-entering-final-days-sisi-s-rule-egypt-501133071

https://www.foreignaffairs.com/articles/egypt/2016-01-25/did-sisi-save-egypt

 

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