La questione aborigena: la grande ferita della storia australiana

Gli Aborigeni australiani rappresentano forse la cultura più antica del mondo, con le prime pitture rupestri e manufatti in pietra riconducibili ad oltre sessantamila anni fa. La più antica religione del mondo appartiene a questo popolo; le prime rappresentazioni del grande serpente arcobaleno, Goorialla, che con il suo corpo ha plasmato la terra creando  fiumi laghi e montagne, sono antiche di ben 7000 anni. Le remote civiltà australiane non svilupparono mai la metallurgia, e il termine paleolitico o neolitico non sono utilizzati in Australia, poiché la tecnologia della pietra non seguì lo stesso  sviluppo che  si  ebbe nel resto del globo. Ad esempio,  tecniche  di lavorazione della pietra primitive consistenti nello scheggiare pietre per ottenerne utensili affilati, erano diffuse tra gli  Aborigeni ancora negli anni ’60 del 900.

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Rappresentazione del Grande Serpente Arcobaleno.

Il termine aborigeno nel vero senso della parola non vuol dire altro che autoctono, ossia del luogo, ma la parola Aborigeni con la A maiuscola viene  utilizzata dagli Occidentali per riferirsi alle antiche popolazioni australiane cha  già abitavano il continente prima dell’arrivo degli europei. Di fatto, gli Aborigeni, come gli europei si possono suddividere in diverse culture e ceppi etnici, ciascuno dei quali utilizza una parola diversa per riferirsi al proprio popolo. Un Aborigeno della regione di Sydney si potrebbe descrivere come Koorie, mentre un’abitante aborigeno dell’Australia centrale come Pintubi, Pitjantjatara etc. Quando gli europei sbarcarono per la prima volta in Australia, si calcola che esistevano già ben 200 diversi gruppi etnici, facendoci capire come la realtà del continente fosse ben più complessa di quanto si pensi. Al giorno d’oggi questi antichi popoli possono essere suddivisi in due grandi gruppi: Gli abitanti delle Isole dello Stretto di Torres, al nord del Queensland, la  cui cultura è un misto tra le tradizioni dei popoli dell’entroterra e di quelle degli indigeni della Papua Nuova Guinea; e tutte le altre popolazioni dell’entroterra a cui ci riferiamo semplicemente come Aborigeni.

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Torres Strai Islands

Il primo europeo a mettere piede sul continente australiano fu l’Olandese  Willem Janszoon nel 1606, il quale sbarcò nell’attuale Queensland in Australia nord-orientale. Tuttavia, per i primi insediamenti consistenti di europei bisognerà attendere il XVIII, quando l’Inglese James Cook sbarcò nel 1770 a Botany Bay, nei pressi di Sydney. Il nuovo territorio che lo stesso Cook chiamò New South Wales, venne inizialmente utilizzato dal governo britannico per la creazione di colonie penali al fine di allontanare i criminali più pericolosi dalla madre patria. Tale utilizzo del nuovo continente cessò nel XIX secolo, quando l’Australia divenne meta di immigrazione da parte della popolazione britannica. Tale processo si intensificò ulteriormente dopo il 1860, quando si scoprì la presenza di alcuni giacimenti d’oro.

Da questo periodo in poi gli Aborigeni vennero privati delle loro terre e decimati dai nuovi ceppi batterici portati dagli europei. La popolazione indigena si oppose  strenuamente all’invasione dei nuovi arrivati, alla quale i coloni risposero con massacri e persecuzioni, provocando una riduzione della  popolazione del 90%. Si calcola che la popolazione aborigena prima dell’arrivo degli europei ammontasse  più o meno a 750.000 individui, ma in seguito all’arrivo dei colonizzatori non ne rimanevano che poche decine di migliaia. Il principio giuridico che venne utilizzato dai britannici per impossessarsi delle terre scoperte era  quello delle terre nullius, ossia terre disabitate in cui l’assenza  di un governo  permette la colonizzazione da parte di  chiunque.

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La questione aborigena è sicuramente la pagina più dolorosa della storia australiana. Nel corso della prima metà del Novecento il governo assunse una posizione controversa  nei confronti della popolazione autoctona. Negli anni ’30 venne adottata la così detta  politica di assimilazione biologica (Assimilation Policy). Con tale provvedimento del governo federale, i bambini di sangue misto venivano sottratti alle proprie famiglie con la forza ed  educati secondo i costumi Occidentali. Tale pratica barbara continuò ad essere  implementata per molto tempo,  anche fino agli anni ’70 in alcuni territori, portando alla coniazione del noto termine “generazione rubata“.

Fortunatamente, a partire degli anni ’60, il governo federale australiano cambiò definitivamente atteggiamento nei  confronti degli Aborigeni. Nel 1963 venne concesso alle popolazioni indigene il diritto di voto, mentre nel 1967, tramite uno storico referendum popolare che ebbe un esito positivo con il 90% dei voti favorevoli, si riconobbero i pieni diritti al popolo aborigeno. Altro punto  di svolta si ebbe nel 1992, quando con la storica sentenza Mabo della High Court, si dichiarò l’erronea applicazione del principio  delle  “terre nullius”,  introducendo anche  la possibilità per gli Aborigeni di rivendicare il diritto di proprietà tradizionale sulle proprie terre.

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Da allora la situazione della popolazione aborigena iniziò a migliorare nettamente, dando luogo anche ad un costante incremento demografico. Nel 1971, secondo le stime dei censimenti ufficiali, la popolazione Aborigena ammontava a 115.000. Nel 1991 gli aborigeni erano 283.000, nel 2006 raggiungevano 470.000, fino ad arrivare  a 670.000 nel 2011, ossia circa il 3% della popolazione totale.

Il più grande  momento storico per la questione aborigena è stato probabilmente il discorso del Primo Ministro Kevin Rudd nel 2008. In tele occasione, il premier australiano porse per la prima volta nella storia del Paese delle scuse ufficiali agli Aborigeni, dichiarando:

Chiediamo scusa per le leggi e le politiche di successivi parlamenti e governi, che hanno inflitto profondo dolore, sofferenze e perdite a questi nostri fratelli australiani. Chiediamo scusa in modo speciale per la sottrazione di bambini aborigeni dalle loro famiglie, dalle loro comunità e le loro terre.  Per  il dolore, le sofferenze  e le ferite di queste generazioni rubate, per i loro discendenti e per le famiglie lasciate indietro, chiediamo scusa”.

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Tale linea è stata anche seguita dal successore di Kevin Rudd, l’ex Primo Ministro Tony Abbot, il quale si è impegnato attivamente per il riconoscimento costituzionale degli Aborigeni come primi abitanti dell’Australia. Nello scenario politico australiano da tempo si parla di un referendum che possa introdurre tale riconoscimento nella costituzione, la quale al momento non fa alcun riferimento agli aborigeni. Si tratta tuttavia di un percorso molto lungo e periglioso. Ancora non è chiaro infatti se il referendum si limiterà ad introdurre solo una dichiarazione di principio, o se tale modifiche saranno in grado anche di creare dei vantaggi concreti per gli Aborigeni. L’opinione pubblica  sembra essere  in generale favorevole all’introduzione di un tale riconoscimento costituzionale, ma l’opposizione non manca. Molto  dipenderà dall’interpretazione che i giudici costituzionali potrebbero dare alla riforma e in alcuni casi gli stessi aborigeni si sono opposti alla possibilità di una riconoscimento costituzionale che potrebbe tradursi in una mera dichiarazione di principio. La soluzione più popolare al momento  consisterebbe in un referendum costituzionale seguito, in caso di esito positivo, da un trattato tra il Governo e le popolazioni aborigene. Il referendum era inizialemnte programmato per il 2017, l’anniversario del referendum popolare del 1967 con il quale si riconobbero i pieni diritti agli Aborigeni, ma le difficoltà incontrate dall’odierno Primo Ministro Malcolm Trunbull nel trovare un accordo sul contenuto e le modalità  del referendum hanno portato il governo Australiano a rimandare la  grande  occasione. Nonostante questo ritardo, l’Australia si trova di fronte ad un grande momento  storico, che, se affrontato nel modo giusto, potrebbe favorire il rimarginamento della più  grande ferita della  società australiana.

Fonti e  Approfondimenti:

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