Robert Bourgi: il ponte tra Francia e Africa

Nei giorni scorsi nuovi retroscena del cosiddetto affaire Fillon, lo scandalo che vede come protagonista il candidato dei Républicains alle presidenziali francesi ed indagato per truffa e falso, sono venuti a galla: un celebre pilastro della Françafrique, l’avvocato Rober Bourgi, è stato accusato, ed ha in seguito confessato, di aver regalato a François Fillon due vestiti realizzati da un celebre sarto parigino, Arnys, del valore di 13.000€. Dalle indagini è scaturito che non è la prima volta che Bourgi regala vestiti di lusso a Fillon e sembra che tra il 2002 e il 2016 quest’ultimo abbia ricevuto da lui abiti per un valore complessivo di poco meno di 50.000€. L’avvocato si è difeso affermando che si è trattato di un “semplice regalo amichevole, senza conflitti di interessi o traffico di influenza”, mentre Fillon confermava alla stampa che “quel regalo non ha nulla a che vedere con la politica”. Ma la questione potrebbe rivelarsi più intricata di quanto sembri.

Chi è Robert Bourgi?

Robert Bourgi, nato in Senegal, a Dakar, ha ricoperto il ruolo di consigliere per il governo francese, appoggiando prima i governi socialisti di Jaques Chirac e Domininque de Villepin, per poi spostarsi a destra, intessendo una forte collaborazione con Sarkozy a partire dal 2005, tradita per schierarsi con Fillon, dopo la sua vittoria alle primarie repubblicane dello scorso anno. E’ stato istruito da Jaques Foccart, ai tempi di De Gaulle, incaricato di mantenere rapporti con i capi di Stato dell’Africa ex coloniale francese e ideatore della rèseau Foccart, una rete per il controllo dei fenomeni di sviluppo nei paesi africani, capaci di ledere il potere francese.

Come successore di Foccart nel compito di intrattenere relazioni con i capi di Stato africani, l’avvocato ha coltivato forti legami con alcuni di essi. Emblematico è il suo rapporto con la famiglia Bongo, detentori del potere in Gabon. Il dittatore Omar Bongo, capo di Stato gabonese dal 1967 fino alla sua morte avvenuta nel 2009, era uno stretto amico di Bourgi, sia livello lavorativo che personale.

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La Francia, attenta a mantenere solidi i propri interessi in Gabon, ha sempre curato gli affari economici e politici del paese, già a partire dall’indipendenza gabonese, avvenuta nell’agosto del 1960. I legami si sono sempre mantenuti solidi e, mentre la Francia appoggiava fortemente il regime di Bongo, egli garantiva ampio spazio ai francesi nell’industria mineraria, in particolare di petrolio e uranio. Negli ultimi anni però la Francia ha preso le distanze dal figlio di Omar Bongo, il suo successore al potere, Ali Bongo, dopo l’annullamento per brogli dei risultati delle elezioni della scorsa estate, che lo hanno visto vincitore, pur avendo appoggiato la sua elezione nel 2009, anch’essa di dubbia validità.

Anche Robert Bourgi, un così stretto amico del padre, non ne ha parlato bene negli ultimi mesi e si è apertamente schierato con l’avversario Jean Ping. Forti legami, anche se non paragonabili a quelli con Bongo, sono stati stretti dall’avvocato con Denis Sassou-Nguesso, presidente della Repubblica del Congo dal 1997, con Abdoulaye Wade, presidente del Senegal tra il 2000 e il 2012, Laurent Gbagbo, presidente ivoriano tra il 2000 e il 2010 e Teodoro Obiang, presidente della Guinea Equatoriale dal 1979.

Robert Bourgi, pur avendo sempre ricoperto il ruolo di consigliere informale del politico di turno, ha dimostrato di poter vantare di una grande forza di persuasione, in particolare con Sarkozy. Quest’ultimo, uscito vittorioso dalle presidenziali del 2007 contro de Villepin, aveva deciso che il posto di segretario di Stato alla Cooperazione sarebbe andato all’ex socialista Jean-Marie Bockel. Egli si è presentato con un programma estremamente nuovo per l’Africa, la cui realizzazione prevedeva l’eliminazione dei collegamenti personali tra il governo francese e i capi di Stato dei paesi francofoni del continente nero, e un’effettiva fine dei traffici di denaro che avevano visto esponenti della politica francese e africana come protagonisti.

Nulla di tutto questo ha fatto piacere a Bourgi, il quale ha suggerito a Sarkozy di rimpiazzarlo con qualcuno più fedele ai classici rapporti franco-africani, affermando che Bockel “non ne sa niente di Africa”. Il Presidente repubblicano, amico di Bourgi e attento ai suoi informali suggerimenti che sono spesso arrivati a scavalcare quelli dei consiglieri ufficiali, non ha tardato a cacciare Bockel. A questo punto l’avocato era uscito alla scoperto, diversamente da come gli aveva insegnato Foccard, che consigliava sempre di rimanere in ombra e non far parlare di sé.

Nel 2011 Robert Bourgi si fa protagonista di un nuovo scandalo: i giornali francesi riportavano delle sue dichiarazioni in cui raccontava di aver trasportato più volte denaro per conto di capi di Stato africani, diretto all’allora presidente Chirac e al collaboratore ufficiale, i quali hanno smentito e hanno minacciato di denunciare l’avvocato. La vicenda si è conclusa prima che vi si potesse fare luce.

Sarkozy e Holland, due diversi approcci all’Africa

Sarkozy nel 2008 e Holland nel 2012, nei loro discorsi in campagna elettorale e nelle dichiarazioni dei giorni successivi all’elezione, hanno mostrato la volontà di modificare nettamente i rapporti francesi con l’Africa, cercando di superare l’ormai dichiarata obsoleta Françafrique. Nella realtà, però, questo cambiamento non è mai avvenuto.

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Partendo da Sarkozy, le sue politiche verso l’Africa si sono rivelate contraddittorie: se da una parte le sue idee al limite del razzismo e la sua avversione verso l’immigrazione, specialmente proveniente dall’Africa, lo hanno portato a prendere decisioni che non hanno riscosso successo tra i leader dell’Africa francofona, dall’altra egli, tenendo saldi i suoi rapporti con Bourgi, organizzatore di alcuni dei suoi viaggi in Africa, ha fatto sì che gli interessi politici ed economici francesi nel continente venissero salvaguardati. Per tutelare l’avvocato e la sua posizione di rilievo in seno al panorama politico della V Repubblica, Sarkozy ha affermato in un discorso a Città del Capo nel 2008, che le relazioni con gli Stati del continente nero sarebbero state mantenute tramite il dialogo diretto con i vari capi di Stato e con il rafforzamento degli accordi bilaterali. Le sue affermazioni collidono però con le sue intenzioni di europeizzazione dei rapporti tra Francia e Africa, così da garantire costi minori e maggiore legittimazione.

I due interventi in Mauritania e in Madagascar del 2008, così come il suo appoggio alle elezioni fraudolente in Congo-Brazaville e in Gabon, qui a favore di Ali Bongo, sono esempi della politica pragmatica utilizzata dalla Francia di Sarkozy, interessata a non perdere la grandeur piuttosto che alla crescita economica e alla democratizzazione dei paesi africani.

L’amicizia tra Bourgi e Sarkozy si è rivelata talmente stretta che il primo ha abbandonato Fillon durante le primarie del partito repubblicano per appoggiare l’ex presidente, riavvicinandosi a Fillon solo dopo la sua vittoria; sembra che sia stato propio per questa sua decisione rivelatasi sbagliata a spingere Bourgi a donare gli ormai celebri abiti a Fillon.

Con Hollande le politiche francesi per l’Africa cambiano: il nuovo presidente fa molta più attenzione a rendere le relazioni formali, utilizzando solo canali ufficiali con la creazione di rapporti diplomatici e con la messa da parte dei consiglieri non ufficiali; di conseguenza, Bourgi perde per un quinquennio la sua posizione privilegiata, che sta ora cercando di riacquistare. Anche quando si è trattato di interventi militari, il presidente socialista si è sempre preoccupato che fossero autorizzati dalle Nazioni Unite e che anche l’Unione Africana avesse dato l’assenso, come è avvenuto per le operazioni anti-terrorismo in Mali e nella Repubblica Centroafricana nel 2013.

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La sua (probabilmente) ultima azione per la politica estera in Africa, è stata il summit tenutosi a gennaio a Bamako, in Mali, tra Francia e capi di Stato africani, in cui ha sottolineato che l’impegno francese in Mali non cesserà alla fine del suo mandato e che continueranno gli aiuti per finanziare la ripresa.

C’è da chiedersi se anche le politiche di Hollande possano essere inserite nel panorama dell’odiato termine Françafrique. Dei cambiamenti ci sono stati, i leader africani hanno apprezzato Hollande molto più di Sarkozy, pur lamentandosi del fatto che l’assenso dell’Unione Africana, che viene percepita come organizzazione priva di legittimazione, non è sempre sufficiente.

Prospettive: dopo il 23 aprile

Come spesso accade durante il periodo della campagna elettorale pre-elezioni, anche in Francia si parla poco di politica internazionale e si cerca di fare leva sulle scelte del popolo con temi di politica interna. Tuttavia possono essere tracciate delle linee di riferimento per capire come potrebbero comportarsi i candidati maggiori.

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Vista la solida amicizia tra Fillon e Bourgi, in parte minata dall’appoggio dell’avvocato a Sarkozy durante le primarie del centrodestra, ma probabilmente riconquistata dopo i recenti doni, è molto probabile che in caso di vittoria, Fillon seguirà le scie della vecchia politica francese in Africa, quella dei contatti personali e degli accordi bilaterali accompagnata da politiche dure sul controllo dell’immigrazione.

Se vincesse la Le Pen, ipotesi di difficile realizzazione, in quanto si crede che l’elettorato vada a convergere sull’avversario in caso di ballottaggio, ci sarebbe di sicuro un inasprimento delle politiche anti-immigrazione. Mentre Hollande ha cercato di gestire gli interventi in Africa collaborando con le forze internazionali, il Front National non condivide la partecipazione dell’esercito francese in guerre che non lo riguardano ed è più attento ad occuparsi della sicurezza del suolo nazionale.

Se vincesse  Benoît Hamon, il candidato della sinistra, esponente dell’ala di sinistra del Partito Socialista, il percorso di Holland verrebbe portato avanti e probabilmente enfatizzato, si agirebbe con politiche opposte a quelle del Front National sull’argomento immigrazione e verrebbe dedicata maggiore attenzione ai progetti di sviluppo dei paesi africani e del Medio Oriente.

Emmanuel Macron non ha parlato quasi mai di politica estera, ma si sa di lui che è un forte europeista e si può presumere che porti avanti il processo di europeizzazione iniziato da Sarkosy. Nel frattempo ha dichiarato di vuole continuare la lotta contro il terrorismo islamico sia all’esterno che all’interno dei confini dello Stato francese.

 

Fonti e Approfondimenti

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