L’Economia di Chavez e Maduro

Di Ettore Gallo

Con la vittoria del PSUV di Maduro alle elezioni dello scorso 15 ottobre, il Venezuela sembra aver ritrovato stabilità e legittimità democratica, per quanto lo scenario resti ancora altamente precario e dipendente in gran parte dalla strategia delle opposizioni, che in passato hanno preferito l’eversione piuttosto che la lotta democratica. Il problema, tuttavia, non è meramente politico, riguardando più in generale la tenuta economica del Paese, in un contesto reso altamente incerto dalle aspettative future sugli andamenti di prezzo delle materie prime e dalla situazione geopolitica internazionale.

In tempi recenti, analisti e commentatori si sono concentrati su come la crisi politica ed economica del Venezuela fosse già da attribuire a Chávez, riguardando in generale il processo politico più che la congiuntura economica. L’operazione, volta esplicitamente a dimostrare che già dal principio l’anomalia venezuelana fosse destinata al fallimento, è stata però scarsamente supportata dalle evidenze empiriche, basandosi piuttosto su vaghi elementi fortemente ideologizzati.

L’intento di questo breve articolo è dunque di analizzare la reale situazione del  Venezuela mostrando come, al netto di limiti e criticità di un processo politico sicuramente non lineare, i dati vadano nella direzione esattamente opposta a quella spesso sostenuta. In particolare, l’analisi dei dati si concentra principalmente sui 10 anni successivi alla Rivoluzione Bolivariana, che hanno visto l’affermarsi di Chávez dopo il fallimento del golpe e la nascita dell’ALBA-TCP, fino ai primi anni della presidenza Maduro.

In primis, il periodo precedente alla fine della bonanza dei prezzi delle materie prime nel 2012 mostra una drastica riduzione del tasso di povertà (-20 punti percentuali fra 2004 e 2012), seguita da un incremento di circa il 7% negli anni compresi fra 2012 e 2014. In questo senso, risulta verosimile l’ipotesi secondo cui il sistema di welfare e d’inclusione venezuelano sia rimasto spiazzato e abbia sofferto una cronica mancanza di risorse con il crollo del prezzo del petrolio. D’altra parte appare tuttavia mendace l’idea secondo la quale le politiche chaviste abbiano redistribuito la rendita petrolifera a membri dell’esercito e settori della borghesia venezuelana, mostrando invece come questa sia andata a vantaggio principalmente degli ultimi, delle masse popolari storicamente escluse dall’accesso ai servizi sociali e condannati da generazioni a situazioni di cronica indigenza. Un simile andamento, partendo da situazioni pur più severe di povertà, caratterizza altri Paesi membri dell’ALBA-TCP come Bolivia ed Ecuador, dimostrando come le politiche sociali – in particolare se inquadrate nell’ottica paradigmatica di costruzione del Socialismo del XXI Secolo – possano tirare fuori da situazioni di esclusione sociale vasti settori popolari, contribuendo allo sviluppo endogeno e partecipativo.

Figura 1: Popolazione sotto la soglia di povertà (% della popolazione totale) in economie selezionate dell’ALBA-TCP, 2004-2014

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In linea con altre economie dell’ALBA-TCP, anche il Venezuela ha mostrato segnali incredibilmente positivi in termini di riduzione della disoccupazione, con una diminuzione netta fra 2004 e 2014 di circa 8 punti percentuali, attestandosi su un livello del 7.2% nel 2014 (ben al di sotto del tasso di disoccupazione di molte economie avanzate, in primis Italia). Vale inoltre la pena notare come le politiche chaviste abbiano contribuito a una sensibile riduzione del gap fra uomini e donne in termini di disoccupazione, con un unemployment gender gap passato dal 4.8% del 2004 all’1.3% del 2014. In poche parole, il Venezuela di Chávez e Maduro si è imposto, a partire dai primi anni della Rivoluzione, come un modello fortemente orientato verso l’obiettivo del pieno impiego; nuovamente, l’ipotesi che l’esperienza bolivariana costituisca un modello di welfare basato su rendite e corruttele petrolifere viene contraddetta dai dati, considerato che, nonostante la crisi seguita al crollo dei prezzi del petrolio, il tasso di disoccupazione è rimasto tutto sommato stabile (7.3% nel 2016).

Figure 2: Tasso di disoccupazione per sesso in Venezuela, 2004-2013

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Guardando infine ai principali indicatori di disuguaglianza, è facile notare come a partire dal 2005, con l’affermazione definitiva della Rivoluzione Bolivariana, tutti i più comuni indicatori di disuguaglianza mostrino una sostanziale diminuzione. È di particolare interesse notare come questi indicatori mostrino un incremento del tutto trascurabile in seguito al crollo dei prezzi del petrolio nel 2012, rivelando quanto falsa sia l’idea che il sistema di welfare venezuelano sia basato unicamente sulla redistribuzione della rendita petrolifera. Al contrario, i dati confermano come le politiche chaviste abbiano creato un sistema più equo a livello di remunerazioni e di tassazione dei ceti borghesi; d’altro canto, ciò spiega in parte anche l’interesse della borghesia venezuelana a destabilizzare, con ogni mezzo legale e illegale, il governo di Maduro in questo momento di debolezza.

Figura 3: Indicatori di disuguaglianza in Venezuela, 2004-2013

 

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È fuor di dubbio che le previsioni dei policy makers venezuelani in materia di andamento di prezzi delle materie prime siano state sbagliate, dettate in parte dall’imprevedibilità dell’operazione messa in atto dai Paesi del Golfo per buttare i competitori fuori dal mercato a mezzo di riduzioni del prezzo del barile. L’economia venezuelana è stata fortemente colpita da questa manovra, che ha catapultato il Paese in una crisi economica, aprendo la strada alle pretese eversive delle Destre del Paese. La storia non è tuttavia completa, se non si considera il clima di guerra economica venutosi a creare proprio a seguito di queste pretese eversive, con beni di prima necessità che lasciano illegalmente dal Paese per rientrare dollarizzati e con prezzo decuplicato, nonché con le pressioni esterne – in particolare statunitensi – per mettere la parola fine all’esperienza Bolivariana.

Quando si parla di Paesi esportatori di petrolio, il retroterra culturale esplicito o implicito si basa sull’idea che esista qualcosa come un Male Olandese (Dutch disease), una tesi altamente deterministica che – per farla breve – sostiene che lo sfruttamento di risorse naturali coincida con la morte del settore manifatturiero, non considerando le specificità dei singoli Paesi in termini di mediazione fra istituzioni, classi e performance economiche. Come insegna la situazione venezuelana, la tesi è del tutto esecrabile: il petrolio non è un problema in sé, ma lo è la sua gestione, l’uso che se ne fa, chi ne trae vantaggio. Prima del 1998, i profitti derivanti dallo sfruttamento del petrolio andavano per circa l’85% alle multinazionali, mentre appena il 15% restava nel Paese. Con l’elezione di Chávez e l’imposizione della Rivoluzione Bolivariana, la situazione si ribalta e le risorse si suddividono in maniera completamente diversa: l’83% rimane in Venezuela, andando a finanziare principalmente gli investimenti sociali, mentre le multinazionali devono accontentarsi di una quota di circa il 17%.

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Concludendo, la diversa gestione delle risorse spiega in gran parte gli andamenti positivi in termini economici e sociali di cui sopra, mostrando come il processo bolivariano costituisca ancora un’alternativa a una situazione che, nell’eventualità della sconfitta del chavismo, tornerebbe a tutto vantaggio delle stesse multinazionali che hanno sfruttato il Paese nel periodo pre-1998. Tuttavia, il Venezuela bolivariano – una volta tornato alla stabilità politica ed economica – dovrà imporre come assoluta priorità il processo di diversificazione dell’economia, canalizzando la rendita petrolifera verso investimenti pubblici che possano creare un sistema produttivo moderno, mantenendo i principi di solidarietà, complementarità e giustizia che hanno dato vita e fondamento alla Rivoluzione Bolivariana.

 

Fonti e Approfondimenti:

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