Storia e attualità dello scontro tra francofoni e anglofoni in Cameroon

Ormai da qualche settimana nelle regioni del NorthWest e SouthWest del Cameroon la situazione è tesa. I gruppi secessionisti anglofoni, stanchi della marginalizzazione che denunciano ormai da decenni, hanno manifestato il 1 ottobre e hanno dichiarato simbolicamente l’indipendenza di Ambazonia. La polizia ha risposto con la forza. Andremo ad analizzare, nelle righe che seguono, quali sono le cause storiche dello scontro tra anglofoni e francofoni e che cosa è successo nelle ultime settimane.

Le radici dell’odio

Nel 1884, alla Conferenza di Berlino, si riunirono tutte le maggiori potenze europee e si spartirono il continente africano. Venne deciso che il Cameroon sarebbe diventato una colonia tedesca. Rimase tale fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando alla Germania sconfitta vennero revocati tutti i diritti sui territori d’oltremare. La Società delle Nazioni si occupò della gestione delle terre ex-tedesche e decise di affidare il controllo sull’allora Kameroon a Francia e Gran Bretagna.

La zona venne quindi divisa in due. Le due potenze coloniali avevano sistemi di amministrazione completamente diversi: se la Francia preferiva avere un controllo diretto sui territori d’oltremare, che venivano amministrati direttamente da funzionari francesi, la Gran Bretagna era solita attuare un sistema di indirect rule, secondo il quale i capi dei popoli autoctoni mantenevano le loro cariche così da permettere la creazione di sistemi di governo autonomi. Diversi erano anche la lingua, il sistema scolastico e la moneta.

All’inizio degli anni Sessanta, sia i francesi che i britannici, diedero il via al processo di decolonizzazione. La maggior parte dei Paesi africani ottenne l’indipendenza proprio in questo periodo; il 1 gennaio 1960 fu il grande giorno per i territori francofoni del Cameroon, che presero il nome di Repubblica del Cameroon, con Ahamadou Ahidjo come Presidente. I territori anglofoni erano invece spaccati in Cameroon del Nord e Cameroon del Sud. Per deciderete il futuro si scelse la via del referendum, che si tenne l’11 febbraio 1961. La volontà della maggior parte della popolazione del Cameroon del Sud era diventare uno stato indipendente o almeno avere la possibilità di negoziare la propria posizione, ma, quando esposero la loro richiesta alla comunità internazionale, ricevettero un rifiuto. Le Nazioni Unite diedero loro soltanto la possibilità di scegliere se diventare parte della neonata Repubblica del Cameroon o della Nigeria. Il popolo meridionale scelse la prima opzione, quello settentrionale la seconda.

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A seguito del referendum, i vertici del vecchio Cameroon del Sud e il Presidente Ahidjo si incontrarono a Foumban, per negoziare la riunificazione. Non ci furono i risultati sperati: nessun testo scritto venne redatto, la conferenza fu un fiasco e i francofoni dominavano ormai la sfera politica della neonata repubblica.

Il Paese, secondo la costituzione preparata dai seguaci del Presidente e accettata dagli anglofoni, era uno stato federale, composto da Cameroon Occidentale e Cameroon Orientale, ma la maggior parte del potere era in mano al governo centrale.

Il centralismo dei due Presidenti e l’accendersi dei sentimenti secessionisti degli anglofoni

Ahamadou Ahidjo, come già detto al potere dal 1961, non lascerà la poltrona fino al 1982. La sua volontà di unificare il Paese e centralizzare il potere nelle mani del governo di Yaundè, fu evidente fin da subito: nell’ottobre 1961 Ahidjo firmò un decreto secondo il quale i territori camerunensi venivano divisi in sei regioni amministrative, il Cameron Occidentale era una di queste. Secondo la Costituzione però lo stesso era un territorio federato, che aveva la possibilità di eleggere il proprio Primo Ministro. Si creò un clima di incertezza, grazie al quale il governo eletto dello stato federato perse de facto potere a favore degli ispettori mandati da Yaundè.

A fomentare i sentimenti secessionisti della popolazione anglofona contribuirono misure che influenzarono la loro vita quotidiana, come l’imposizione della guida a destra, l’unificazione del sistema scolastico, e l’introduzione del FCFA come moneta nazionale. E se fino a quel momento i partiti politici si erano strutturati a livello degli stati federati, ora Ahidjo chiedeva la formazione di un partito nazionale, per evidenziare l’unità della popolazione camerunense. Nel 1966 nacque l’Unione Nazionale del Cameroon (CNU) e gli altri partiti furono sciolti.

Il processo di centralizzazione raggiunse il suo culmine nel 1972, quando il sistema federale venne eliminato e il Paese prese il nome di Repubblica del Cameroon Unito, accendendo lo sdegno e la rabbia degli anglofoni della parte occidentale, che cominciarono a fare pubbliche dichiarazioni affermando l’invalidità costituzionale della modifica della forma di stato.

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Nel 1982 ci fu il cambio della guardia: Paul Biya divenne presidente (e lo è ancora oggi). Molte furono le decisioni da lui prese con l’intento di diminuire l’influenza anglofona a seguito della sua elezione, come dividere il Cameroon Occidentale in due province, quella del NorthWest e quella del SouthWest, cambiare il nome del Paese in Repubblica del Cameroon, nome che aveva durante il periodo di dominazione francese, e togliere la seconda stella dalla bandiera nazionale, che rappresentava la parte anglofona.

Negli anni ’90 il Cameroon tornò ad esser uno stato multipartitico e nacque il Fronte Social Democratico (SDF), che appoggiava apertamente l’opzione federalista. Essendo arrivato vicino alla vittoria nelle elezioni del 1994, il gruppo propose una modifica alla Costituzione che avrebbe garantito maggiore autonomia alla regione occidentale del Paese, ma fu rigettata immediatamente. In alternativa, il SDF propose un sistema federale a quattro stati che fu motivo di spaccature all’interno del partito stesso, in quanto venne considerata ambigua da una parte dei militanti. Questi ultimi si unirono per formare un nuovo attore politico, il Consiglio Nazionale del Cameroon del Sud (SCNC), protagonista di manifestazioni e rivolte. Il gruppo dichiarò due volte l’indipendenza della Repubblica di Ambazonia via radio, nel 1999 e nel 2009.

La crisi delle ultime settimane

Sulla scia dell sentimento di esclusione della parte anglofona del Paese, sviluppatosi nel corso degli anni e inaspritosi a partire dagli ultimi mesi dell’anno scorso, i preparativi delle dimostrazioni pacifiche previste per il 1 ottobre, giorno dell’anniversario della riunificazione della parte inglese e di quella francese del Cameroon, così come le dimostrazioni stesse, si sono rivelati tutt’altro che pacifici.

Le tensioni sono iniziate agli inizi di Agosto, quando il Presidente Biya ha mandato una delegazione di ministri in missione all’estero, ma molti degli incontri programmati, ad esempio in Canada, negli Stati Uniti e in Sudafrica, sono stati disturbati da soggetti facenti parte della diaspora secessionista.

Nel frattempo, in Cameroon, gli anglofoni dimostravano il loro malcontento organizzando degli scioperi settimanali, che poi sono stati allungati a tre giornate settimanali e si è creato un nuovo gruppo, il Southern Cameroon Ambazonia Governing Council. La risposta del Presidente, fu meno violenta del solito: decise di rilasciare alcuni leader e attivisti anglofoni, per cercare di sedare la rabbia dilagante.

La manovra presidenziale non ha sortito alcun effetto, anzi, tra il 14 e il 20 settembre quattro bombe fatte in casa sono state fatte esplodere in alcune città camerunensi; nessuno ha rivendicato gli attacchi, ma il il governo di Yaundè non ha dovuto riflettere prima di accusare i secessionisti anglofoni.

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Il 22 settembre, in concomitanza con il discorso di Biya all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, sono state organizzate numerose manifestazioni, in tutte le maggiori città della zona occidentale del Paese. In alcuni casi ci sono stati episodi di violenze e la polizia ha spesso utilizzato la forza. In quest’occasione, i dimostranti hanno apertamente fatto le loro richieste: il rilascio dei prigionieri politici, le dimissioni del presidente e  l’applicazione dell’opzione federalista, in alternativa alla quale, la strada della secessione rimane l’unica possibilità per la popolazione anglofona.

Tra il 29 settembre e il 3 ottobre è stato instituito uno stato di emergenza de facto caratterizzato da coprifuoco forzato, impossibilità di ritrovarsi in gruppi formati da più di quattro persone, chiusura dei social network, di internet e in alcuni casi anche delle linee della corrente elettrica.

Il primo Ottobre si è tenuta la tanto attesa e tanto temuta marcia. I dimostranti hanno, nella maggior parte dei casi, manifestato pacificamente, tenendo in mano delle piante e le bandiere di Ambazonia, ma si sono comunque registrati scontri, soprattutto a Bamenda. La polizia ha utilizzato in modo improprio i gas lacrimogeni e ha sparato veri proiettili sulla folla. Il numero di morti è imprecisato. Alcune fonti parlano di otto decessi, Amnesty International di almeno 17, i partiti di opposizione affermano che non sono meno di 30.

FILE PHOTO: A still image taken from a video shows protesters waving Ambazonian flags as they move forward towards barricades and police amid tear gas in the English-speaking city of Bamenda

Il Presidente Buya, in vacanza a Ginevra, in Svizzera, ha condannato energicamente le violenze, a prescindere da chi ne siano gli autori, chiedendo il dialogo. Richieste di dialogo pacifico provengono anche da Stati Uniti e Regno Unito. Anche la Francia ha ufficialmente espresso la propria opinione, condannando le violenze e chiedendo al governo e ai manifestanti di agire con moderazione. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha chiesto ai leaders dei gruppi secessionisti e al Governo di convincere i propri seguaci ad evitare l’uso della violenza e ha esortato gli esponenti della popolazione anglofona ad accettare le proposte di dialogo di Yanundé, per cercare un compromesso, rispettando i dettami costituzionali.

Ma raggiungere un compromesso sarà difficile: la popolazione anglofona, come descritto, sente il peso della propria marginalizzazione ormai da molto tempo e il governo non sembra nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi del federalismo. Anche se le richieste della comunità internazionale, che cercano di spingere le parti verso il dialogo, venissero messe in pratica, è improbabile che si arrivi a trovare una soluzione pacifica e condivisa.

 

Fonti e Approfondimenti:

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