I musulmani in India: disparità e discriminazioni nel mercato del lavoro

Negli ultimi cinquant’anni abbiamo assistito a un’impennata dell’economia indiana senza precedenti, che ha portato il Paese a essere considerato tra le principali economie emergenti a livello mondiale. Come succede però spesso in questi casi di rapido sviluppo, buona parte della popolazione è rimasta esclusa da tale processo, prima fra tutte la comunità musulmana: essa rappresenta il 13% della popolazione indiana e costituisce la fascia più povera della società, soffrendo di arretratezza, marginalizzazione e discriminazione.

Il 35% degli Hindu è auto impiegato, mentre tra i musulmani la percentuale sale al 53% (con le conseguenze che ne derivano in fatto di minori diritti e garanzie, trattandosi di lavori informali e quindi non tutelati dalla legge); quasi la metà della popolazione Hindu riceve un salario regolare, mentre per i musulmani si tratta di appena un quarto. Tra i lavoratori musulmani, inoltre, una vasta porzione svolge mansioni considerate “impure” dalla maggioranza indiana, come la lavorazione e il commercio di pelli. D’altronde, raramente si trovano musulmani in posizioni di rilievo nell’industria di larga scala, né essi possiedono grandi attività commerciali. Alcuni riescono ad avviare piccole imprese, con il rischio però che possano essere danneggiate o distrutte in qualsiasi momento da gangs di estremisti Hindu.

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Passeggiando per le vie di un quartiere a maggioranza musulmana, si ha l’impressione che lo Stato abbia abbandonato a se stessi i suoi abitanti; le infrastrutture sono vecchie o fatiscenti, i bagni pubblici delle fogne a cielo aperto, scuole e ospedali necessitano di interventi di ristrutturazione che i cittadini attendono invano da anni. Anche i livelli di istruzione sono inferiori a quelli della comunità Hindu, in parte a causa delle peggiori condizioni economiche (le famiglie povere preferiscono far lavorare i propri bambini piuttosto che mandarli a scuola, perché hanno bisogno del loro contributo economico per sopravvivere) e in parte per mancanza di incentivi: se sei musulmano, incontrerai maggiori ostacoli nel mercato del lavoro indiano. Una volta uno studente universitario indiano ha voluto mettere alla prova il sistema di assunzioni statali del proprio Paese, inviando candidature identiche per le stesse posizioni, cambiando semplicemente il cognome: dove questo era musulmano, il candidato veniva respinto o accettato con un salario inferiore rispetto al suo ‘alter ego’ Hindu.

Ma chi sono e da dove vengono questi musulmani indiani? È credenza diffusa che si tratti per lo più di immigrati dell’epoca medioevale, quando gli arabi conquistarono buona parte del subcontinente indiano; in realtà la maggior parte di loro è etnicamente indiana, in quanto costituita da discendenti di indigeni che si convertirono all’Islam sedotti dai suoi principi di egualitarismo; si trattò per lo più di appartenenti alle caste più basse della società, o comunque di gente molto povera, che vedeva nell’adesione a questa nuova religione una forma di riscatto sociale e un possibile, benché minimo, miglioramento delle proprie condizioni.

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È dunque per questo motivo che tuttora i musulmani indiani costituiscono una tra le fasce socio-economiche più basse della nazione. Ma cosa ha impedito a queste comunità di migliorare il proprio status? L’istruzione, o la carenza di essa, ha giocato un ruolo fondamentale. Secondo alcuni studiosi i musulmani indiani non hanno mai accettato l’istruzione moderna introdotta dagli inglesi nel Novecento, e tuttora preferiscono trasmettere ai propri figli un’istruzione musulmana classica, fornita dagli istituti religiosi islamici detti “madrasa”; questi non sarebbero in grado di dare un’adeguata istruzione al passo coi tempi, che possa garantire una carriera lavorativa migliore. Secondo molti altri invece non è affatto vero che i genitori preferiscano la madrasa a una scuola statale, e dopo un’iniziale esitazione al tempo della conquista inglese anche i musulmani cedettero, accettando questa forma di “modernizzazione”. Il problema si pose quando, all’indomani della spartizione tra India e Pakistan, buona parte della classe media musulmana istruita decise di partire verso quest’ultimo; così facendo non solo crollò la percentuale di musulmani istruiti, ma mancarono anche modelli da seguire nelle comunità più arretrate che restarono in India.

Negli ultimi anni sono stati numerosi i tentativi di risolvere la questione dell’arretratezza della comunità musulmana, ma tutti nel concreto difficilmente attuabili. Le proposte più frequenti sono state quelle relative all’istituzione di specifiche quote; ma in base a quali criteri far rientrare determinate fasce della popolazione nelle categorie beneficiarie? Non si tratta infatti di un insieme omogeneo, poiché comprende individui di diverse scuole musulmane, diverso status sociale, diverse condizioni economiche, tanto da aver portato certi studiosi a paragonare il variegato mondo musulmano indiano al sistema castale Hindu; con la differenza però che l’ultima casta Hindu rientra in programmi di aiuto specificatamente a essa dedicati, mentre i musulmani non ricevono alcun sussidio in quanto non etichettabili come appartenenti a una determinata casta. Perciò c’è chi propone delle quote destinate a tutti i musulmani senza distinzioni, chi suggerisce di basarsi esclusivamente su criteri economici; altri ancora sono contrari all’idea stessa di riservare delle quote, in quanto ciò non farebbe altro che perpetuare le discriminazioni, impedendo una reale uguaglianza tra tutti i cittadini.

Come uscire da questo impasse? L’attuale governo Modi, fortemente nazionalista Hindu, sembra aver lasciato in sospeso la questione.  Parallelamente, alcune piccole vittorie sono state ottenute dalle sempre più numerose organizzazioni musulmane che hanno iniziato a rivendicare i propri diritti.  Una maggiore consapevolezza ha prodotto i suoi frutti e la pubblicazione frequente di dati e statistiche sul fenomeno è già un passo importante. Urge però un intervento deciso da parte dello Stato in settori-chiave quali l’istruzione e le infrastrutture, per affrontare alla radice le cause strutturali di queste disparità; solo così sarà possibile raggiungere un’effettiva uguaglianza tra le diverse comunità della variegata società indiana.

Fonti e approfondimenti:

Rakesh Basant, Social, Economic and Educational Conditions of Indian Muslims, Economic and Political Weekly, Vol. 42, No. 10

A.Dsouza, S. Singh, R. Ranjan, Does socio-religious identity lead to structural disadvantage? Evidence from the Indian Labour Market, The Indian Journal of Labour Economics, 2016

Mushirul Hasan, In Search of Integration and Identity: Indian Muslims since Independence, Economic and Political Weekly, Vol. 23, No. 45/47

Rowena Robinson, Religion, Socio-economic Backwardness & Discrimination: The Case of Indian Muslims, Indian Journal of Industrial Relations, Vol. 44, No. 2

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