Il sogno iniquo: le disuguaglianze nelle forze armate

Nel lungo percorso che ha visto gli eredi di un piccolo gruppo di coloni in fuga dalle persecuzioni religiose diventare i cittadini di una potenza mondiale, il conflitto ha rappresentato un elemento costante e fondamentale.

Dalla rivolta contro la madrepatria agli interventi militari in Medio Oriente, si potrebbe infatti affermare che la pace, nella storia degli Stati Uniti, è stata solamente una breve pausa tra una guerra e l’altra.

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Born to kill è una delle frasi di culto di “Full Metal Jacket”, di Stanley Kubrick. Fonte: Wikipedia 

Di conseguenza, per quanto riguarda l’opinione pubblica si è registrato molto più che in altri Paesi un interesse crescente — di pari passo con un sempre maggiore potere americano su scala globale — verso le questioni di politica estera.

Una delle questioni fondamentali, al centro negli ultimi anni di un acceso dibattito accademico, riguarda il costo umano della guerra e il modo in cui esso si intreccia al tema delle disuguaglianze economiche.

The Casualty Gap

“Quando contempliamo i costi della guerra, ci concentriamo istintivamente sull’elemento umano.” Si apre con queste parole “The Casualty Gap”, il libro in cui i due docenti universitari Kriner e Shen cercano di comprendere chi siano le vittime (americane) delle guerre, a quale gruppo socio-economico appartengono e cosa questo comporta a livello sociale.

Le analisi contenute nel libro e in diversi articoli pubblicati in seguito dimostrano come, nelle guerre cui hanno preso parte gli Stati Uniti, il costo più pesante in termini di vite umane sia stato pagato dalle comunità meno istruite ed economicamente svantaggiate.

Visto che il dipartimento della Difesa non rilascia dati relativi allo status socio-economico dei singoli soldati, i due studiosi hanno preso come riferimento quello relativo alle loro comunità di provenienza, cui sono risaliti utilizzando il codice postale. 

Fonte: hein.journals

Dal grafico in figura emerge come, escludendo la Seconda Guerra Mondiale, ci sia una sostanziale differenza di reddito tra le comunità con un alto numero e un basso numero di vittime. Questo risultato si spiegherebbe considerando la centralità degli incentivi economici nei fattori che portano a iscriversi al servizio militare. Infatti, a partire dal 1973 — anno dell’abolizione della leva obbligatoria — la maggioranza dei soldati americani sarebbe composta da cittadini provenienti dalle fasce più svantaggiate della scala sociale, penalizzate anche riguardo alle capacità fisiche e cognitive.

In riferimento all’ipotesi degli incentivi economici, vale la pena sottolineare che, in seguito allo scoppio della crisi economica nel 2008 si è registrato un aumento esponenziale di iscrizioni, in calo fino all’anno precedente.

Rich Man’s War, Poor Man’s Fight? 

Nonostante la validità delle tesi di “The Casualty Gap” sia sostenuta anche da altri autori di rilievo, che ritengono corretta l’analisi riferita agli incentivi economici, va detto che uno dei presupposti dell’indagine non può essere considerato metodologicamente corretto. Kriner e Shen cercano infatti di inferire da un insieme di dati aggregati (il reddito delle comunità) delle informazioni valide a livello individuale. 

L’obiezione è stata sollevata da altri due studiosi, Asoni e Sanandaji, che giungono a conclusioni diverse nel saggio “Rich Man’s War, Poor Man’s Fight”, nel quale affrontano lo stesso tema utilizzando una differente metodologia di ricerca. Essi analizzano i dati raccolti dalla “National Longitudinal Survey of Youth”, un progetto di ricerca che ha seguito un ampio campione rappresentativo di giovani americani a partire dal 1997, parte dei quali nel corso degli anni si è iscritta all’esercito. 

Lo studio di Asoni e Sanandaji dimostra che la maggioranza dei soldati americani proviene non dalle fasce più povere della popolazione, quanto piuttosto dalla middle class, come indicato nel grafico qui sotto. 

Fonte: Econstore 

Essi sostengono che, a differenza di quanto avvenuto fino alla guerra del Vietnam — in cui le forze armate hanno visto una sovra-rappresentazione di minoranze etniche e quindi delle parti più povere della popolazione — dagli anni ’70 in poi c’è stata un’inversione di tendenza. 

Inoltre, gli autori si differenziano da Kriner e Shen anche in riferimento alle tesi sulle capacità cognitive che caratterizzano i soldati americani. A causa degli sviluppi tecnologici in campo bellico, vi è stata da parte delle forze armate una richiesta maggiore in merito a queste particolari abilità, che si è tradotta in una selezione progressivamente più restrittiva. 

In particolare, una prova a conferma di questa tesi può essere rintracciata nei test somministrati alle nuove reclute dell’esercito, che hanno fatto registrare dei notevoli miglioramenti nei risultati a partire dagli anni ’90.

Il costo “di ritorno” dalla guerra

In una delle sue opere, il filosofo francese Jean-Paul Sartre fa recitare a uno dei protagonisti: “Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire”. I due saggi discussi in precedenza portano, in estrema sintesi, argomenti a favore e contro questa tesi. 

Se, come abbiamo visto, siamo lontani da una risposta definitiva su quale classe sociale paghi in misura maggiore il costo della guerra, una cosa invece è certa: essa segna per sempre chi la combatte.

Purtroppo sono in molti i veterani che, una volta tornati a casa, non riescono a riprendere una vita “normale”, cadono in depressione e cominciano a fare uso di alcool e droghe. Si viene così a determinare una forte disuguaglianza tra civili e militari, che sempre meno riescono a reinserirsi nel contesto sociale, nonostante l’aiuto di numerose associazioni che dovrebbero rendere più facile questa transizione.

Negli ultimi anni, sono cresciuti a dismisura i casi in cui i reduci hanno sviluppato un disturbo post traumatico da stress (PSTD), che può provocare comportamenti violenti e paranoici. Ma non è tutto: ogni giorno, da più di un decennio, venti ex combattenti decidono di togliersi la vita. 

Un’efficace rappresentazione di questa tragedia è stata quella messa in scena sul grande schermo da Clint Eastwood in “American Sniper”, in cui Bradley Cooper interpreta il cecchino Chris Kyle, veterano ucciso da un suo vecchio compagno di guerra che, come lui, non era stato in grado di riprendersi dagli orrori vissuti in Iraq. 

È opportuno che sempre più nel dibattito pubblico si discuta di queste tematiche, in quanto alcuni studi hanno dimostrato come nelle comunità in cui è più alto il grado di informazione sulla realtà della guerra sia più alto il tasso di ostilità nei confronti della stessa. Come mette in luce il grafico sopra, oggi più di metà degli americani ritiene che la guerra in Iraq sia stata un errore. Parlare di presa di coscienza sarebbe un azzardo, ma si auspica che la direzione presa dal dibattito pubblico sia quella giusta.

Fonti e approfondimenti

Kriner, Douglas L.; Shen, Francis X. “Invisible Inequality: The Two Americas of Military Sacrifice,” University of Memphis Law Review vol. 46, no. 3 (2016): p. 545-636. HeinOnline, https://heinonline.org/HOL/P?h=hein.journals/umem46&i=555

Asoni, Andrea; Sanandaji, Tino. Rich Man’s War, Poor Man’s Fight? Socio-economic Representativeness in the Modern Military, IFN Working Paper, No. 965,
Research Institute of Industrial Economics (IFN), Stockholm, 2016. https://www.econstor.eu/bitstream/10419/81482/1/wp965.pdf

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