Ricorda 1919: lo Zhenotdel e l’emancipazione della donna

All’epoca dell’URSS, l’emancipazione della donna era una condizione necessaria per la realizzazione dello Stato sovietico. Per liberare le donne dalle catene dell’ignoranza ed esclusione, un secolo fa, venne istituito il Zhenotdel, un organo che ha spianato la strada alla partecipazione attiva delle donne sovietiche all’interno della politica.

Il Zhenotdel e la garanzia di nuovi diritti delle donne 

Le prime politiche del nuovo potere sovietico scaturirono dalla necessità di mobilitare le donne, come gruppo beneficiario di una reale uguaglianza. Nel 1919, i bolscevichi costituirono uno specifico dipartimento di partito per le attività autogestite delle donne, il Zhenotdel – abbreviazione, in russo, del “Dipartimento per il lavoro fra le donne”. Sotto la guida di Aleksandra Kollontaj e con il sostegno di Inessa Armand e Nadežda Krupskaja, il Ženotdel istituì corsi di educazione politica e alfabetizzazione per le contadine e le donne della classe operaia. Vennero introdotte molte novità nel diritto di famiglia: i ruoli di entrambi i coniugi vennero parificati nel matrimonio, e vennero garantiti alle donne il diritto di aborto e il congedo di gravidanza. Zhenotdel aveva anche legalizzato il divorzio e l’omosessualità.

La struttura dell’organizzazione era simile a quella del principale partito comunista. La propaganda e l’alta dirigenza si trovavano a Mosca, mentre i capi regionali e il personale volontario erano impiegati ovunque nell’Unione. Le due armi principali di Zhenodtel erano l’istruzione e il reclutamento: una squadra aveva il compito di istruire le donne sul loro ruolo nella nuova società, e un’altra squadra le avrebbe poi inserite nella “macchina sovietica” come lavoratrici.

Fotografia del primo corso per dirigenti donne della PCU(b) di Chuvashie (1925). [Fonte: Wikimedia Commons] Yauheniya Dzemianchuk | Lo Spiegone

Il Zhenotdel servì bene sia il femminismo che il comunismo. L’organizzazione insegnò alle donne sovietiche che erano agenti di cambiamento e che la loro liberazione personale avrebbe trasformato la società. Con la sua ascesa al potere, nel 1930, Stalin ordinò la chiusura di Zhenotdel. Egli dichiarò che tutti i problemi delle donne in Unione Sovietica erano stati “risolti” con lo sradicamento della proprietà privata e la nazionalizzazione dei mezzi di produzione. Lo stalinismo cercò di “parificare” la donna all’uomo spingendola a praticare lo sport, giochi militari e a svolgere lavori considerati “maschili”. Questa immagine di donna mascolina era abilmente celebrata dalla letteratura e dal cinema del realismo socialista: donne con i pantaloni, i capelli corti e la sigaretta in mano.

Dopo lo smantellamento di Zhenotdel, la condizione oggettiva della donna nelle repubbliche sovietiche ha avuto un repentino annichilimento. La lotta per l’uguaglianza cedette posto alla lotta per la sopravvivenza sotto il regime comunista. Le donne venivano di nuovo ritratte come figure legate agli obblighi famigliari: sulla carta, le donne erano libere e uguali agli uomini, ma in realtà dovevano lavorare il doppio di loro, occupandosi delle mansioni domestiche oltre che del lavoro.

Il Zhenotdel nella Repubblica Socialista Sovietica Bielorussa (BSSR)

Al momento della fondazione di Zhenotdel, nel 1919, la Bielorussia era un territorio diviso in due regioni sancite dal Trattato di Riga. Le politiche del femminismo socialista vennero applicate solo nella parte orientale del Paese, ovvero nella Repubblica Socialista Sovietica Bielorussa (BSSR). Il movimento femminista della BSSR era molto  diverso dal femminismo liberale occidentale: sviluppatosi sotto il controllo del partito, era funzionale alla costruzione della società sovietica.

Dal 1919 in poi, il Zhenotdel diventò progressivamente la principale forma di influenza educativa delle contadine e delle mogli degli operai, nella Bielorussia orientale. Inoltre, contribuì a creare un sistema di tirocini per aiutare le operaie a ricoprire posizioni dirigenziali nelle fabbriche. Tra 1919 e 1923, vennero organizzate molte assemblee e raduni generali femminili, per arrivare al Primo Congresso delle Lavoratrici e delle Contadine della Bielorussia nel 1924.

Cosmonauta sovietica Valentina Tereshkova, al centro, in una riunione plenaria del Comitato delle donne sovietiche nella Sala d’ottobre della Camera dei sindacati. [Fonte: Wikimedia Commons] Yauheniya Dzemianchuk | Lo Spiegone

Per spiegare la politica di partito alle donne e coinvolgerle nelle sue attività sociali attive, nel 1924, il comitato fondò la rivista femminile in lingua bielorussa chiamata “Lavoratrice e contadina bielorussa”. Divenne il principale mezzo di propaganda tra le donne della nuova ideologia sovietica e seguiva la linea secondo cui la liberazione della donna era considerata come una conseguenza delle trasformazioni socialiste. L’emancipazione femminile era diventata una questione nazionale.

In Bielorussia, il regime comunista abbracciò il femminismo nell’ottica dell’integrazione delle donne all’interno del sistema sociale egalitario di Stato. In questo contesto, i bolscevichi garantirono l’accesso delle donne bielorusse alle prime elezioni, nel 1919. Si trattava delle elezioni della Duma di Stato e degli zemstva, gli organi di governo locale.

I lasciti del femminismo sovietico in Bielorussia

Nella prima metà degli anni ’30, il movimento delle donne in BSSR diminuì la propria attività a causa dell’eliminazione delle sezioni femminili di Zhenotdel e dell’atteggiamento formale della dirigenza del partito, accompagnato da difficoltà economiche. Nonostante questo, negli anni successivi le donne del partito diedero vita a un movimento sociale femminile, che si è formalmente registrato solo nel 1990. Quest’ultimo si distingueva per il suo elitarismo e, nella natura delle sue attività, assomigliava a un’associazione di beneficenza pre-rivoluzionaria. Nella coscienza pubblica si affermava, intanto, un nuovo ideale di donna: la madre-lavoratrice socialista.

L’equipaggio di Soyuz T-12 (Vladimir Dzhanibekov, Svetlana Savitskaya e Igor Volk) su un francobollo emesso nel 1985. [Fonte: Wikimedia Commons] Yauheniya Dzemianchuk | Lo Spiegone

Dopo lo smantellamento di Zhenotdel, i problemi legati al sistema sociale patriarcale vennero interiorizzati. Dalla seconda metà degli anni ’60, ebbe inizio la “seconda ondata” di femminismo sovietico, che investì anche la BSSR. Questa “ondata” era slegata dalla lotta per la partecipazione politica, per dedicarsi piuttosto alla partecipazione delle donne nella nuova produzione industriale. La crescente domanda di specialisti che possedessero il diploma d’istruzione superiore spinse le donne a ricoprire più cariche di rilievo nel sistema di produzione, poiché erano le sole ad investire nell’educazione (campo in cui detenevano il primato rispetto agli uomini bielorussi) ; tuttavia, il basso livello di retribuzione non contribuì all’emancipazione femminile. Allo stesso tempo, l’ideologia ufficiale di genere e gli stereotipi patriarcali esentavano gli uomini sovietici dalle loro responsabilità nei lavori casalinghi. La donna sovietica veniva, quindi, schiacciata sotto il doppio peso dei doveri lavorativi e familiari.

La crisi sistemica dell’URSS, negli anni ’90, portò alla “terza ondata” di femminismo sovietico, che investì il settore dell’istruzione e del lavoro intellettuale. Il calo del tenore di vita ridusse la popolarità dell’istruzione superiore tra gli uomini, contribuendo a un ulteriore aumento del numero di donne tra gli studenti e i docenti universitari. L’istruzione ampliò le opportunità per le donne, che prima erano intrappolate in una minore mobilità professionale e territoriale.

La Bielorussia ha ottenuto la propria indipendenza nel 1991. Il crollo dell’Unione Sovietica ha scosso il potere paternalistico dello Stato che lo Zhenotdel aveva consolidato, facendo venire meno i suoi programmi assistenzialistici alle donne lavoratrici. Questo cambiamento minò le strutture che dovevano aiutare le donne a conciliare le funzioni materne e professionali.

Conclusioni

Il Zhenotdel è stato un mezzo per l’emancipazione della donna sovietica non solo in Bielorussia, ma in tutta l’Unione Sovietica. Attraverso le sue commissioni regionali, le donne sovietiche vennero attivamente coinvolte nella costruzione di una nuova società in cui la donna doveva essere forte, patriottica e istruita. Conseguentemente allo smantellamento di Zhenotdel, il femminismo sovietico ha avuto uno scivolamento verso i vecchi canoni, inquadrando la donna come mater familias-lavoratrice.

In Bielorussia, oggi, il femminismo e l’uguaglianza di genere non sono dei temi pubblicamente discussi. Alcuni ritengono che il femminismo sia promosso dalle élite occidentalizzate, interessate al libero mercato e al liberalismo economico, e dalle donne professioniste di successo. Altri, addirittura, ritengono che la disuguaglianza di genere “non esiste” e che le donne hanno troppi diritti. Infatti, il numero di donne che si definiscono femministe e considerano il femminismo nel quadro della lotta per la democrazia è piuttosto limitato.

Fonti e approfondimenti

Gender-route.org. (2019). Гендерный маршрут – Гендерная система (пост)советской Беларуси: воспроизводство и трансформация социальных ролей.

ONU Belarus, Женщины Беларуси в зеркале эпохи, Минск, 1997 год

Бороздина Нина Алексеевна, ДЕЯТЕЛЬНОСТЬ ЖЕНОТДЕЛОВ В 1919-1929 ГОДАХ: ОПЫТ И УРОКИ (На материалах партийных и советских организаций Архангельской и Вологодской губерний), Leningrado 1991

Schuster, Alice. “Women’s Role in the Soviet Union: Ideology and Reality.” The Russian Review, vol. 30, no. 3, 1971, pp. 260–267. JSTOR, www.jstor.org/stable/128134.

Michelle Jane Patterson, “Red ‘Teaspoons of Charity’: Zhenotdel, the Communist Party and Russian Women, 1919-1930” Doctorate of Philosophy, 2011

STITES, RICHARD. “Zhenotdel: Bolshevism and Russian Women, 1917-1930.” Russian History, vol. 3, no. 2, 1976, pp. 174–193. JSTOR, www.jstor.org/stable/24649711.

 

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