La battaglia degli USA contro la digital tax

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Di Cecilia Marconi

L’economia digitale è enorme e continua a crescere. Secondo l’ultima stima delle Nazioni unite, il digitale potrebbe costituire fino al 15% del PIL mondiale, e sette “giganti” della tecnologia sono ora tra le prime 10 società per capitalizzazione azionaria, con un giro di affari da centinaia di miliardi. Benché vi sia una forte disomogeneità nel grado effettivo di digitalizzazione tra i diversi paesi, l’importanza del digitale aumenterà drasticamente nei prossimi anni – non senza qualche timore che questa rapida espansione possa causare una nuova, gigantesca bolla finanziaria.

La digital tax e la controversia USA-Francia

Considerata la portata del fenomeno, negli ultimi anni si è iniziato a discutere di come poter tassare la digital economy. Diversi Paesi, tra cui l’Italia, stanno lavorando alla creazione di imposte per i giganti che dominano il settore (come Google, Apple, Facebook e Amazon). La prima ad aver preso posizione sulla questione è stata però la Francia, che lo scorso luglio ha approvato una tassa del 3% sui ricavi delle compagnie che fatturano nel Paese più di 25 milioni di euro l’anno.

Gli Stati Uniti hanno duramente criticato questa scelta, e hanno minacciato il Paese di pesanti ritorsioni. Robert Lighthizer, rappresentante commerciale degli Stati Uniti (USTR), ha dichiarato di aver completato la prima fase dell’inchiesta sulla tassa francese e di avere stabilito, ai sensi della sezione 301 del Trade Act del 1974 (usata anche contro la Cina), che la tassa sui servizi digitali “discrimina le società statunitensi; è incompatibile con i principi prevalenti della politica fiscale internazionale; ed è insolitamente onerosa per le società statunitensi interessate.”

Le critiche dell’USTR alla tassa digitale francese sono appoggiate dalla maggior parte dei politici statunitensi. Senatori repubblicani come Chuck Grassley, e democratici come Ron Wyden, hanno affermato che “l’imposta francese sui servizi digitali è irragionevole, protezionistica e discriminatoria.” I senatori, che sono ai vertici del Comitato finanziario del Congresso, hanno aggiunto che questa decisione avrà effetti profondamente negativi sul commercio tra i due Paesi, e che sia contraria agli obiettivi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (OCSE), di cui USA e Francia sono stati membri.

Fonte: Wikimedia Commons

Il piano internazionale

La controversia internazionale è in effetti in discussione all’OCSE, che storicamente è l’organizzazione internazionale di riferimento per le questioni fiscali. La Francia ha affermato che il suo è un regime provvisorio, in attesa che l’OCSE stabilisca una tassazione comune per tutti i Paesi membri. Per di più, la Francia, che vuole sia raggiunta un’intesa, si impegna a restituire tasse prelevate in eccesso, qualora la soglia stabilita dall’OCSE risulti inferiore all’attuale. Il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, ha indirizzato una lettera piuttosto concitata all’organizzazione, dichiarando che gli Stati Uniti si oppongono fermamente alle imposte sui servizi digitali perché sono incompatibili con l’architettura delle attuali norme fiscali internazionali, e perché discriminatorie. L’organizzazione ha ripetutamente dichiarato di essere al lavoro per trovare un comune accordo sulla tassazione, ma al momento l’implementazione di imposte digitali si è basata su decisioni unilaterali. D’altra parte, gli sforzi dell’OCSE per la revisione delle tasse sulle società digitali sono stati bloccati per anni, principalmente per mancanza di supporto da parte degli Stati Uniti.

Il ruolo dell’Ue e la posizione di Trump

La situazione si complica sempre di più, per entrambe le parti. Sul fronte Europeo, la questione della tassa digitale si allaccia al problema dell’Unione fiscale, osteggiata al momento da tutti quei Paesi che stanno cercando di aumentare la propria competitività giocando al ribasso sul livello di tassazione (come l’Irlanda). Per di più, anche se l’Ue raggiungesse internamente un accordo per nuove regolamentazioni, i Paesi in via di sviluppo continuerebbero ad abbattere gli standard fiscali. Infatti, le aziende digitali possono spostare facilmente la propria sede legale in questi Paesi, indipendentemente da dove si trovi effettivamente la clientela dei loro servizi.

Le ragioni del perché invece gli Stati Uniti siano invischiati in così complesse battaglie commerciali sono diverse. I Paesi europei, patrocinando una nuova tassazione internazionale, stanno colpendo uno dei più importanti settori americani, sia da un punto di vista economico sia politico. Di conseguenza, la “lotta fiscale” ha dato luce a un’improbabile alleanza tra il presidente Trump, Amazon e la Silicon Valley. Come ha dichiarato il presidente Trump durante il meeting NATO dello scorso agosto, i giganti tecnologici “non saranno le mie imprese o le mie persone preferite, ma sono imprese americane, e le dobbiamo tassare noi, e nessun altro”.

L’amministrazione Trump ha minacciato Macron di contrattaccare con una tassa d’importazione del 100% su alta moda, champagne e formaggi: cavalli di battaglia dell’export francese. Trump e Lighthizer, definiti dalla stampa americana come le “anime gemelle del protezionismo”, hanno perciò deciso di combattere l’unilateralismo con l’unilateralismo. Questa tattica però non convince proprio tutti, neanche tra i Repubblicani. La Camera di commercio degli Stati Uniti (il più grande gruppo di lobbying negli USA, storicamente filo-repubblicano) ha espressamente criticato la scelta di rispondere al fuoco con nuove tariffe sui prodotti francesi, che sostiene possano “devastare” molte PMI. L’importazione di questi beni ha un forte impatto sull’economia, con il solo mercato del vino francese che vale 23 miliardi di dollari, e le tariffe rappresenterebbero la più grande minaccia a questo settore dai tempi del proibizionismo.

Possibili sviluppi futuri

Dopo la Francia, sempre più Paesi stanno prendendo in considerazione una digital tax, e l’USTR ha dichiarato di stare valutando l’opportunità di avviare indagini sulle imposte digitali di Austria, Italia e Turchia. Si è in attesa di un’ulteriore escalation: il presidente Trump ha, infatti, sempre posto al centro della propria agenda politica la volontà di ristabilire la centralità degli Stati Uniti nei mercati globali e, secondo la sua linea di pensiero, ciò implicherebbe “proteggere” l’economia per ricreare quei posti di lavoro nel settore manifatturiero che non esistono più. La nomina di Lighthizer è parte integrante di questa strategia per diminuire il disavanzo della bilancia commerciale e la “dipendenza” dall’export Cinese, per esempio. Lighthizer ha lavorato tra gli altri nel cabinet di Reagan, ed è considerato tra gli economisti americani uno dei più convinti sostenitori della validità delle misure protezionistiche.

Alcuni giorni fa, in occasione del World Economic Forum di Davos, Francia e Stati uniti hanno dichiarato di aver concordato una tregua. La Francia accetta di ritardare il pagamento delle prossime rate sulla sua tassa digitale a dicembre 2020 e gli Stati Uniti sospenderanno, per il momento, i nuovi dazi.  La tregua, comunque, si prospetta breve. Per esempio, Germania, Italia e Regno Unito hanno annunciato che, come la Francia, si opporranno alla proposta americana dello scorso dicembre di rendere opzionale la futura tassazione OCSE.

Anche la nuova Commissione europea si schiera contro i dazi statunitensi, e critica duramente questa proposta: “L’imposta è un pagamento obbligatorio per definizione”, ha commentato sarcasticamente da Davos Valdis Dombrovskis, il vicepresidente esecutivo della Commissione. In realtà, le guerre fiscali transatlantiche – tra Washington e Bruxelles – non sono una novità. Tre anni fa Apple dovette versare 13 miliardi di euro per imposte arretrate dovute alla Commissione, che ha anche indagato Google per motivi fiscali in Irlanda, e ha ordinato ad Amazon di pagare 250 milioni di euro di imposte arretrate al Lussemburgo. D’altro canto, dopo l’introduzione dei dazi sull’acciaio europeo e con la lotta decennale per i rispettivi sostegni statali a Boeing e Airbus, il nuovo contenzioso arriva in un momento critico per l’economia globale. Le misure – e contromisure – messe in pratica hanno fiaccato gli investimenti internazionali, con nuove previsioni di crescita che si prospettano al livello più basso dai tempi della crisi.

Fonti e approfondimenti

 

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