Oltre l’ortodossia: l’Ebraismo in Russia

Con la legge del 1997 sulla libertà di coscienza e sull’associazionismo religioso, quattro fedi religiose divennero ufficialmente parte integrante dell’eredità dei popoli russi: il Cristianesimo ortodosso, l’Islam, l’Ebraismo e il Buddhismo. Dopo aver esplorato l’Islam nella Federazione, questo secondo articolo offrirà una panoramica sul complesso sviluppo della religione ebraica e degli ebrei in Russia.

La questione ebraica dalla Rus’ all’Unione Sovietica

La storia degli ebrei in Russia ha radici profonde. Folte comunità di ebrei ashkenaziti si sono formate nel corso dei secoli, affiancate da minoranze di diverse confessioni, come gli ebrei sefarditi, gli ebrei del Caucaso e georgiani, bucariani e caraiti. La loro presenza nell’antico principato della Moscovia è stata documentata per la prima volta nel tardo Quattrocento, sebbene queste comunità fossero verosimilmente stanziate sul territorio già da diverse centinaia di anni. Per tutto il periodo zarista, le relazioni fra l’Impero e le comunità ebraiche furono controverse. L’antisemitismo era un sentimento radicato, che coinvolgeva in primis regnanti e nobiltà.

Nel Settecento, infatti, gli ebrei vennero confinati entro la cosiddetta Zona di residenza, una regione dell’Impero russo che comprendeva territori dell’attuale Russia, Lituania, Bielorussia, Polonia e Ucraina. Agli ebrei era interdetto risiedere al di fuori di questa Zona, con poche eccezioni per alcune personalità di spicco. In seguito alle molte ridefinizioni che condussero a una progressiva erosione dei suoi confini, la Zona cessò ufficialmente di esistere nel 1917.

Dall’Ottocento fino all’inizio del Novecento, i pogrom nei confronti degli ebrei in territorio russo e ucraino si fecero sempre più frequenti, ed erano, se non direttamente organizzati, quantomeno condonati dalle autorità. Ciò costrinse molti ebrei russi e ucraini a emigrare in Nord America e in Europa, e al tempo stesso favorì l’organizzazione di nuovi movimenti sionisti e bundisti fra coloro che rimasero in Russia, al fine di tutelare le proprie comunità.

Con la Rivoluzione d’ottobre e la nascita dell’Unione Sovietica, il rapporto fra ebrei e potere non perse di complessità. Sebbene l’ideologia atea e internazionalistica bolscevica fosse incompatibile con il tradizionalismo ebraico, molti bolscevichi erano ebrei. Ciò portò a ulteriori conflitti interni fra le comunità ebraiche. Un tentativo di superare questa contraddizione fu, ad esempio, la creazione della Jevsekciya, la sezione ebraica del Partito Comunista (PCUS), al fine di sopprimere le fazioni rivali bundiste e sioniste e di “assorbire” gli ebrei all’interno dell’organizzazione. Lenin, da parte sua, si espresse sempre duramente nei confronti dell’antisemitismo, identificandolo come un conflitto di classe nato dalla volontà zarista di sfruttare un capro espiatorio religioso per opprimere una parte della società.

Ciononostante, gli ebrei non furono esclusi dal rastrellamento delle comunità religiose operato nei primi anni dell’URSS. Le loro proprietà furono confiscate, le organizzazioni e le comunità vennero sciolte e i rabbini furono costretti a cessare la loro attività. Inoltre, durante la Guerra civile russa i pogrom tornarono frequenti, e i due conflitti mondiali incendiarono l’antisemitismo endemico della società.

L’ascesa di Stalin al potere segnò il definitivo ritorno a un antisemitismo di regime. Sebbene le posizioni ufficiali di Stalin condannarono sempre l’antisemitismo in sé, in quanto sciovinismo razziale, de facto si inasprì progressivamente la persecuzione degli ebrei in quanto minoranza etnica, linguistica, religiosa e politica (nelle fazioni interne al PCUS) resistente alla “sovietizzazione”.

Dopo la Seconda guerra mondiale, la rinnovata consapevolezza della propria identità da parte della comunità ebraica in seguito alla tragedia della Shoah, che ne compattò la coesione interna, andò a nutrire l’ostilità di Stalin nei confronti di questa minoranza. Il regime sovietico, dunque, inasprì ulteriormente il clima di intolleranza e repressione, senza tuttavia formulare mai una posizione ideologica chiara in merito alla questione ebraica, mostrando una certa incoerenza fra politiche de jure e de facto.

La Regione Autonoma Ebraica e lo Stato di Israele: nuove possibilità

Durante il regime sovietico, la questione dell’emigrazione delle comunità ebraiche fu a lungo oggetto di discussione. Oltre alle limitazioni poste sull’espatrio, degna di nota fu la creazione della Regione Autonoma Ebraica, un progetto a cui le autorità diedero avvio negli anni Venti. Prima che l’inasprimento del regime raggiungesse il picco massimo, infatti, l’idea era quella di creare un’oblastapposita dove consentire agli ebrei uno stile di vita “socialista nel contenuto e nazionale nella forma”, fornendo così un’alternativa al progetto sionista.

Come nuovo insediamento venne scelta la città di Birobidzhan, nell’estremo Oriente russo, al confine con la Cina. A cavallo fra gli anni Venti e Trenta, più di 20.000 ebrei arrivarono in questa “terra promessa” sovietica, prevalentemente abitata da discendenti di cosacchi, kazaki e coreani. In breve tempo, le condizioni climatiche e geografiche particolarmente difficili resero poco appetibile la vita nella nuova “colonia”, e più della metà dei nuovi arrivati tentò di emigrare nuovamente – senza molto successo, poiché l’ambiente ostile ostacolava qualsiasi spostamento. Inoltre, negli anni Quaranta, la persecuzione stalinista non risparmiò neppure il progetto avviato dai vertici stessi, e le personalità di spicco della regione subirono arresti ed esecuzioni. Negli ultimi decenni dell’URSS, tuttavia, l’oblast’ ha visto una nuova fioritura, rimanendo un soggetto federale autonomo che, oggi, conta quasi 170.000 abitanti.

Oltre al progetto della Regione Autonoma Ebraica, la creazione dello Stato di Israele, appoggiata dall’URSS alle Nazioni Unite nel 1947, rappresentò una nuova possibile destinazione che venne accolta con entusiasmo dagli ebrei russi. Le ondate migratorie verso questo nuovo Stato si intensificarono progressivamente, mano a mano che il regime sovietico si indeboliva. Durante gli anni Ottanta, poi, le politiche di progressiva liberalizzazione di Gorbachev consentirono un’emigrazione di massa verso Israele, dove nacquero folti insediamenti di cittadini ex-sovietici. Ad oggi, gli scambi fra Russia e Israele si sono intensificati: i cittadini russi godono di un regime praticamente visa-free, che agevola lo spostamento verso Israele dei cittadini russi.

Ingresso alla città di Birobidzhan. Fonte: Wikimedia Commons

L’Ebraismo nella CSI di oggi 

Nella Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), l’Ebraismo si sviluppa principalmente in tre ramificazioni principali: l’Ebraismo della corrente Chabad, l’Ebraismo ortodosso e l’Ebraismo riformista (o progressista).

Basata sul rinnovamento spirituale dell’Ebraismo ortodosso, la corrente Chabad si è intensamente sviluppata in Russia dagli anni Novanta in poi, grazie ai finanziamenti di Lev Leviev, un imprenditore russo residente in Israele, e di molti altri oligarchi vicini al nuovo regime post-sovietico. Nel 1999, è stata fondata la Federazione delle Comunità Ebraiche in Russia (FEOR), che ha affiancato il Congresso delle Comunità Religiose Ebraiche in Russia (KEROOR). La FEOR ha come obiettivo principale l’unificazione transnazionale delle comunità ebraiche, non sempre ben vista dai leader politici dei Paesi coinvolti.

Le comunità ebraiche ortodosse hanno molto risentito dell’ascesa della corrente Chabad in seguito al crollo dell’URSS. Negli anni Duemila, moltissimi ortodossi sono confluiti nella FEOR, unendosi dunque al movimento Chabad e indebolendo le poche comunità ortodosse rimaste.

Invece, la corrente ebraica riformista è rimasta confinata in un ruolo minoritario nell’attuale CSI. Ciò è dovuto a una serie di fattori, tra cui la credenza, da parte di diverse comunità di credenti, per cui posizioni progressiste siano “poco consone” e dunque da evitare. Inoltre, questa corrente è caratterizzata da una scarsa capacità di attrarre finanziatori e connessioni dall’estero, non riuscendo così a rimpolpare le comunità presenti sul territorio russo, ucraino e bielorusso.

Conclusioni

Le comunità ebraiche costituiscono una parte significativa della storia del popolo russo. Nel corso dei secoli, i loro rapporti con il potere sono sempre stati molto complessi, spesso turbati dal germe dell’antisemitismo – germe che, oggi, sembra essere stato sradicato, almeno dal punto di vista istituzionale.

Attualmente, infatti, queste comunità godono di rapporti con le autorità sicuramente  migliori rispetto al passato. Dal 2000 in poi, il Cremlino ha iniziato apertamente a sostenere le comunità ebraiche, in particolar modo quelle appartenenti alla corrente Chabad. Ciò ha favorito una loro progressiva rinascita, specialmente in senso religioso, dopo la diaspora alla fine del secolo scorso. Secondo il censimento del 2010, comunque, gli ebrei rappresentano solo lo 0,16% della popolazione russa.

Inoltre, il presidente Vladimir Putin ha intessuto negli anni stretti rapporti con molti oligarchi ebrei, fra cui Roman Abramovich, Navruz Mamedov, Arkadiy Gaidamak e lo stesso Lev Leviev. Questi oligarchi hanno finanziato, sponsorizzato e spesso presieduto importanti organizzazioni religiose ebraiche nazionali e transnazionali: fra le opere di maggior rilievo spicca il Museo Ebraico e Centro di Tolleranza di Mosca, ultimato nel 2012 grazie a cospicui finanziamenti da parte di Abramovich.

Oltre agli interessi economici garantiti dai buoni rapporti con gli oligarchi, questa politica di Putin è coerente con la sua visione delle religioni come strumento di unificazione per il Paese, e rappresenta un importante fattore identitario in senso nazionalista. Assegnando loro lo status di “parte integrante dell’eredità del popolo russo”, il Cremlino punta a raccogliere attorno a sé le minoranze rilevanti, per cementificare il ruolo giocato dalla fede religiosa come collante dell’intera nazione.

 

 

Fonti e approfondimenti

Gershenson, O., The Jewish Museum and Tolerance Center in Moscow: Judaism for the masses, East European Jewish Affairs, 2015

Werth, P. W., Lived Orthodoxy and Confessional Diversity: The Last Decade on Religion in Modern Russia, Kritika: Explorations in Russian and Eurasian History,  12, 4, 2011.

Charniy, S., Judaism Across the Commonwealth of Independent States, Anthropology & Archeology of Eurasia, 48, 1, 2009.

Jews and the Jewish Life in Russia and the Soviet Union, Routledge, 1995

 Всероссийская перепись населения 2010 года

In copertina: Wikimedia Commons

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