Leggere tra le righe: “I cani e i lupi”, ebrei e pogrom nell’impero zarista

Copertina di Simone D'Ercole | Instagram: @Side_Book

Nella prefazione alla prima edizione de I cani e i lupi, uscito a Parigi nel 1940, l’autrice Irène Nemirovsky avvertiva in maniera significativa che si sarebbe trattato di “una storia di ebrei”. In questo romanzo, Nemirovsky traccia un solco autobiografico, come nella maggior parte della sua produzione letteraria, raccontando con cruenta delicatezza le vicende degli ebrei orientali dell’impero zarista, con “i loro pregi e i loro difetti”, ma soprattutto il loro vissuto complesso e violento.

Il romanzo si apre, infatti, nella Kyiv imperiale ebraica, una città divisa in due. Da un lato vi è il ghetto della città bassa, un formicaio di personaggi che si guadagnano la vita con fatica e tribolazioni. Dall’altro, arroccata su una montagna invisibile di distacco e superiorità, c’è la città alta. Qui vivono in serenità, mescolandosi ai non-ebrei, gli ebrei di famiglie benestanti, che nei secoli sono riusciti a emanciparsi accumulando ricchezza, ma serbando in cuor loro il terrore nascosto di sprofondare nuovamente nella miseria del ghetto.

Il romanzo narra le vicende di Ada, ebrea del ghetto, e Harry, ebreo della città alta, lontani cugini, nati a Kyiv e costretti a emigrare a Parigi. Adombrati in apparenza dalle vicende personali dei protagonisti, gli eventi chiave del romanzo che determinano le svolte narrative sono i pogrom, narrati dall’autrice con la minuzia dettagliata di chi offre un resoconto tragicamente autobiografico.

I pogrom e il potere

Ai tempi della narrazione, nel 1914, Kyiv era parte dell’impero zarista di Nicola II, agitato da moti sotterranei prerivoluzionari. La città era uno dei nuclei ebraici più popolosi. I pogrom narrati nel romanzo non erano una novità a Kyiv o in altre zone dell’impero russo occidentale. Per “pogrom” (dal russo “devastazione”) si intende una violenta sommossa popolare ai danni delle minoranze. Tradizionalmente, il termine viene utilizzato per riferirsi nello specifico agli attacchi di matrice antisemita alle minoranze ebraiche locali, le quali venivano massacrate, depredate e stuprate.

I pogrom risalgono a tempi antichissimi, ben prima del Medioevo. Nell’impero russo, diverse ondate di pogrom si concentrarono in particolar modo dall’Ottocento in poi. Allora, gli ebrei vivevano principalmente nella Zona di residenza, una regione dell’impero russo occidentale creata a fine Settecento dalla zarina Caterina II al fine di assicurare lo sviluppo di una classe media non ebraica e di limitare gli scambi commerciali degli ebrei. Infatti, alle prime ondate di violenti pogrom in molte città della Zona vennero attribuite principalmente ragioni commerciali. 

Pur essendo geograficamente al centro, Kyiv era inizialmente esclusa dai territori della Zona, ma nel 1859 lo zar Alessandro II permise agli ebrei di insediarvisi nuovamente. Kyiv divenne ben presto il cuore pulsante delle comunità ebraiche dell’impero e soprattutto della loro ricca diversità: all’interno del popoloso insediamento ebraico urbano convivevano famiglie di ricchi commercianti e popolazioni in miseria, organizzazioni di interesse e di autogoverno, fazioni contrastanti e apparati mediatici indipendenti.

L’assassinio dello zar Alessandro II a opera del gruppo Narodnaja Vol’ja segnò uno spartiacque nella storia delle violenze nei confronti degli ebrei. Il sentimento antisemita, già ampiamente diffuso in Europa, trovò ulteriore sfogo. Inoltre, poiché le politiche di Alessandro II erano volte a un’assimilazione pacifica delle popolazioni ebraiche all’interno dell’impero, almeno di facciata, questo attentato pose fine a un’epoca di relativa tranquillità, sebbene più che altro formale, per la popolazione ebraica russa. Con il regno di Alessandro III, lo zar riportò in auge l’antisemitismo in maniera esplicita. In seguito alla pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Sion, un falso documentale creato dalla polizia segreta zarista agli inizi del Novecento, le violenze si fecero sempre più frequenti e la loro legittimazione fittizia era sempre più radicata.

Bisogna infatti considerare il ruolo del potere zarista (e, in seguito, sovietico) nella storia dell’oppressione violenta delle minoranze ebraiche nella Russia imperiale e non. Seppur alternando periodi di aperta ostilità a periodi di maggiore integrazione formale, e adoperando metodi diversi, il potere zarista ha sempre avuto un ruolo di rilievo nei pogrom e, in generale, nell’oppressione degli ebrei russi. Quando le violenze non erano esplicitamente ordinate dalle autorità imperiali, la compiacenza di questi ultimi era comunque determinante (come nel caso dei pogrom a opera dei cosacchi, comunità paramilitari de facto indipendenti, ma apertamente simpatizzanti nei confronti dello zar). Questa ambivalenza da parte del potere ha continuato a esistere anche dopo la nascita dell’URSS, per poi irrigidirsi ulteriormente di pari passo con il regime stalinista.

I pogrom, pur presentando differenze significative fra le varie ondate, sono sempre stati sfruttati come diversivo per incanalare verso un nemico più fragile il malcontento popolare nei confronti di un impero centrale opprimente e arretrato, e per fornire un capro espiatorio che avesse già solide basi storiche. Questi tratti non sono esclusivi dell’impero zarista, bensì sono comuni a moltissime manifestazioni del sentimento antisemita, in Europa e non solo, sin dalle sue origini. 

Tuttavia, proprio a causa di queste dinamiche, non è possibile identificare nelle autorità imperiali l’unico mandante dei pogrom attraverso i secoli. Il sentimento antisemita univa nella violenza persone appartenenti alle fazioni più disparate: monarchici, reazionari, nazionalisti ucraini, ma anche esponenti di gruppi d’interesse economico concorrenti, membri dell’Armata bianca e gli stessi bolscevichi che pubblicamente condannavano questi atti di violenza.

Nello specifico caso di Kyiv, poi, la situazione era resa ancora più tesa dal periodo di transizione che l’Ucraina stava attraversando, avviandosi verso la sua guerra d’indipendenza (1917-1921). I cani e i lupi, ambientato nel 1914, richiama la terribile ondata di pogrom che devastarono la Kyiv ebraica nel periodo che va dal 1918 al 1921, che massacrarono decine di migliaia di ebrei e ne lasciarono sfollati più di mezzo milione.

I pogrom e la diaspora

I pogrom sono stati fra i fattori determinanti della diaspora ebraica russa da fine Ottocento in poi. Già da metà Ottocento aveva preso piede in Europa il movimento sionista, di cui gli ebrei dell’impero russo furono una componente fondamentale e tra le più radicali. A partire da quel periodo vi furono dunque diverse aliyah, o ondate di emigrazione, verso la Palestina allora ottomana, che si intensificarono ulteriormente nei primi decenni del Novecento.

Tuttavia, lo stato di Israele, a cui gli ebrei russi sono storicamente legati, non fu l’unica meta della diaspora. Molti ebrei russi e sovietici furono costretti a cercare riparo a ovest: in Europa occidentale, come testimonia il romanzo di Nemirovsky e il trascorso familiare della stessa autrice, o in America settentrionale.

 

 

Fonti e approfondimenti

Natan M. Meir, Kiev, Jewish Metropolis, Indiana University Press, 2010.

Elias Hiefetz, The Slaughter of the Jews In the Ukraine In 1919, 1921.

Yaacov Ro’i, Jews and the Jewish Life in Russia and the Soviet Union, Routledge, 1995.

 

 

Editing a cura di Elena Noventa

Copertina di Simone D’Ercole

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