Da Bush a Trump: la guerra di Washington contro Al Qaeda in Yemen

di Francesco Maria Faliero

Il “calderone” yemenita vede coinvolti numerosi attori nazionali e internazionali in una serie di conflitti, le cui dinamiche s’intrecciano le une con le altre, andando a delineare il complesso quadro della guerra civile in corso. Uno dei conflitti è quello promosso dagli Stati Uniti contro Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQPA), al fine di eliminare la sua presenza in Yemen. Secondo alcuni funzionari statunitensi, la lunga campagna di anti-terrorismo ha ridotto sensibilmente la capacità del gruppo di condurre attacchi su suolo USA. Tuttavia, guardando alla realtà sul terreno, emerge come questa non sia riuscita a sradicare completamente l’organizzazione, ma anzi, per alcuni versi, ne abbia favorito l’espansione sul territorio yemenita.

Diciotto anni di antiterrorismo USA in Yemen

Lo Yemen è stato fin dagli anni Ottanta un importante bacino di reclutamento per i movimenti islamisti radicali. Le necessità da parte di Washington di difendere i propri confini nazionali dagli attacchi di Al-Qaeda e di prevenire l’instabilità regionale nella Penisola Arabica spinsero l’allora presidente Bush ad avviare una collaborazione con il governo yemenita per combattere le cellule locali di Al-Qaeda. Gli USA si limitarono a fornire intelligence e ingenti finanziamenti, lasciando il nucleo centrale delle attività antiterrorismo all’esercito yemenita, per evitare un diretto coinvolgimento delle truppe statunitensi in operazioni terrestri. L’impegno da parte del governo di Sana’a nella lotta al terrorismo, però, non fu sempre costante. L’allora presidente Saleh, infatti, da una parte sfruttò la presenza di Al-Qaeda per assicurarsi un flusso costante di aiuti dagli Stati Uniti, dall’altra usò i militanti del gruppo terroristico per attaccare i suoi avversari politici e rafforzare la propria posizione politica.

Il 3 novembre 2002 gli Stati Uniti condussero il primo attacco aereo in Yemen. Questo si concluse con l’uccisione di Qaed Salim Sinan Al-Harithi, ritenuto essere l’ideatore dell’attacco nel porto di Aden contro il cacciatorpediniere USS Cole nel 2000. In seguito all’uccisione di Harithi, gli USA non condussero nessun altro attacco aereo fino al 2009, anno d’insediamento di Barack Obama alla presidenza. L’ingresso di Obama alla Casa Bianca segnò un’evoluzione sostanziale della strategia in Yemen, denominata dallo stesso presidente come “modello Yemen”. Questa prevedeva la combinazione di attacchi aerei, principalmente attraverso l’uso di droni, e di attacchi da terra, da parte del governo locale e delle forze speciali statunitensi, contro le cellule di Al-Qaeda. Due furono i fattori che convinsero il presidente a intervenire in modo più massiccio: l’espansione territoriale di AQPA e l’affermarsi, nei ranghi più alti del gruppo, della figura religiosa di Anwar al-Awlaki, abile reclutatore. Quest’ultimo era stato collegato a una dozzina di attentati terroristici su suolo USA, tra cui la sparatoria di Fort Hood (2009).

Durante il suo mandato, dal 2009 al 2016, gli Stati Uniti condussero circa 185 attacchi aerei. L’aumento del numero delle operazioni aeree fu reso possibile anche grazie al benestare del presidente Hadi. Il nuovo presidente, salito al potere nel febbraio del 2012, necessitava del supporto degli Stati Uniti per bilanciare la mancanza di sostegno politico interno, perciò lasciò ampi margini di manovra agli USA. Lo scoppio della guerra civile nel 2015 e la caduta del governo di Hadi decretarono la fine del “modello Yemen” nella lotta al terrorismo. Nonostante ciò, gli Stati Uniti continuarono la propria campagna militare e trovarono nell’Arabia Saudita, appena entrata nel conflitto insieme a una coalizione di Stati arabi, un nuovo partner, al quale fornire diversi sistemi d’arma e supporto logistico per le operazioni militari.

Questa collaborazione, iniziata con l’amministrazione Obama, prosegue tuttora sotto la presidenza Trump.  L’ingresso nella Casa Bianca del tycoon ha segnato un ulteriore inasprimento dei raid, anche se il loro numero preciso è ignoto, a causa della segretezza di molte operazioni. Secondo i dati forniti dal U.S. Central Command (CENTCOM), solo nel 2017 sono stati condotti 131 attacchi aerei, un numero impressionante se comparato con il totale degli attacchi sferrati durante il periodo delle amministrazioni precedenti. Fonti interne al Pentagono, inoltre, hanno confermato la presenza di truppe americane “sul campo”, per lo più impiegate in operazioni speciali, senza tuttavia specificare il loro numero effettivo. Le ragioni dietro un tale incremento delle operazioni sono riconducibili sia alle conquiste territoriali di AQPA che alla comparsa dell’ISIS nel Paese.

I costi della strategia statunitense

Il portavoce della Casa Bianca, James Carney, nel febbraio del 2013, sostenne pubblicamente che gli attacchi aerei via droni fossero legali, etici e saggi.  Dal punto di vista legale, il loro uso contro Al-Qaeda venne giustificato dall’amministrazione Obama attraverso l’esercizio del principio di auto-difesa, ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Inoltre, i droni vennero difesi come etici perché in grado di colpire i bersagli con maggiore precisione: si eviterebbe così un numero elevato di “danni collaterali” in termini di vittime civili e, trattandosi di velivoli del tutto autonomi, anche la sicurezza del pilota sarebbe maggiormente salvaguardata. L’uso dei droni, in aggiunta, comporta un minore costo sia economico che politico, poiché un drone abbattuto è molto più semplice da giustificare di fronte all’opinione pubblica rispetto a un aereo con pilota.

Tuttavia, l’utilizzo di questo tipo di operazioni è stato largamente criticato. Numerose organizzazioni umanitarie, tra cui Human Rights e Oxfam, hanno denunciato come gli attacchi aerei statunitensi abbiano causato un elevato numero di vittime civili. Ad esempio, il 12 dicembre 2013 la US Air Force effettuò nei pressi di Al-Bayda un attacco con drone contro un convoglio nuziale, causando la morte di dodici civili. L’attacco fu il frutto di un’erronea valutazione dei bersagli, che erano stati identificati come membri di AQPA. Infatti, se da una parte il livello di sviluppo tecnologico dei droni permetterebbe di colpire i bersagli con estrema precisione, dall’altra si è notato come l’individuazione dei bersagli sia stata spesso fonte di errori fatali. È il caso, soprattutto, delle cosiddette operazioni di “target dinamico”, in cui la selezione dei bersagli non è pianificata e avviene in un lasso di tempo molto breve e sulla base di informazioni spesso limitate.

L’utilizzo dei droni ha anche un impatto notevole a livello psicologico. I raid contro i civili hanno creato una condizione di malessere e insicurezza generale, sommandosi ad altre fonti di estrema crisi, come la carestia e la diffusione del colera, che hanno aggravato la situazione umanitaria in Yemen. Gli USA, inoltre, sono responsabili del sostegno incondizionato nei confronti della coalizione a guida saudita, che si è resa protagonista di numerosi crimini di guerra attraverso l’utilizzo di armi di provenienza anche statunitense. Questo ha alimentato la narrazione secondo cui gli Stati Uniti prendono di mira le tribù sunnite del Paese, accrescendo un sentimento anti-statunitense e favorendo AQPA nelle sue attività di proselitismo e reclutamento. Le bombe degli Stati Uniti, tant’è, hanno contribuito a peggiorare le condizioni economiche e sociali del Paese, abilmente sfruttate da AQPA, che si è presentata agli occhi della comunità sunnita martoriata dalla guerra come una valida alternativa allo Stato.

La necessità di un nuovo approccio

L’eccessiva focalizzazione su un approccio strettamente militare, il supporto verso partner inaffidabili e la mancata attenzione verso quei fattori economici e sociali che hanno permesso ad AQPA di svilupparsi all’interno dello Yemen, sono tra le cause del fallimento della strategia USA in Yemen. Dal 2002, gli Stati Uniti hanno fornito al governo yemenita circa 1,83 miliardi di dollari, di cui solo una minima parte è stata indirizzata all’assistenza economica, mentre il resto è stato usato a fini politici, per allargare le reti di patronato e acquistare nuove armi. Ciò che ne è scaturito è un aumento della corruzione e del numero di armi presenti sul territorio, contribuendo a innalzare i livelli di violenza nel Paese.

Nonostante gli Stati Uniti abbiano eliminato numerosi leader di AQPA, tra cui Qasim al-Raymi lo scorso 6 febbraio, è necessario un nuovo tipo di strategia che non abbia solamente come obiettivo quello di ridurre la capacità materiale di AQPA, ma che sia in grado di considerare anche tutti quegli aspetti chiave grazie ai quali AQPA ha potuto prosperare in Yemen. Finché gli effetti dell’attuale crisi umanitaria non saranno mitigati e i raid aerei continueranno a provocare vittime civili, AQPA rimarrà una seria minaccia per gli USA.

 

Fonti e approfondimenti

Butcher M., “La violenza delle armi esplosive sulla popolazione civile in Yemen”, Oxfam, 2019.

Shima, D. Keene, “Lethal and Legal? The Ethics of Drone Stirkes“, US. Army War College, 2015.

Kagan, F. W., “Targeted killings can’t be total strategy to defeat al-qaeda“, AEi Critical Threats, 2011.

Al-Dawsari, N. “Foe not friend: Yemeni tribes and al-Qaeda in the Arabian Peninsula“, POMED, 2018.

Purkis J., Serle J., “Obama’s convert drone war in numbers: ten times more strikes than Bush“, The Bureau of Investigative Journalism, 2017.

Zimmerman, K. “A new model for defeating al Qaeda in Yemen“, AEI Critical Threats, 2015.

The war in Yemen, America’s Counterterrorism Wars: https://www.newamerica.org/international-security/reports/americas-counterterrorism-wars/the-war-in-yemen

Strikes in Yemen, The Bureau of Investigative Journalism

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