L’India in protesta: perché gli agricoltori non abbandonano le piazze

Le proteste degli agricoltori in India
Le proteste degli agricoltori in India. Fonte: Randeep Maddoke; CC0, via Wikimedia Commons

In occasione della celebrazione della Festa della Repubblica tenutasi il 26 gennaio, le strade di tutta l’India sono state nuovamente invase da agricoltori in protesta, provenienti da ogni angolo del Paese. A esattamente due mesi da quello che probabilmente è stato lo sciopero generale più grande della storia, con la partecipazione di circa 250 milioni di persone, il Paese sembra trovarsi intrappolato in una situazione di stallo. Facciamo il punto sulle controverse riforme agrarie contro le quali milioni di cittadini indiani sono scesi in piazza, paralizzando il Paese e portando avanti per mesi le proprie rivendicazioni senza mostrare alcun segno di cedimento.

Da dove nascono le proteste

Grazie a una mobilitazione di massa così estesa l’India è riuscita ad attirare i riflettori internazionali su di sé, ma i disordini andavano già avanti da mesi e non accennano a smettere. Dal 26 novembre – data dello sciopero generale organizzato da alcuni sindacati con l’appoggio dei principali partiti di opposizione – sono stati organizzati nove tentativi di dialogo tra i leader delle associazioni contadine e il governo. In realtà, si è trattato di messe in scena che non stanno portando da nessuna parte, dato che entrambe le parti sono determinate a non cedere. Inoltre, l’atteggiamento di Modi, che ha ripetutamente etichettato gli agricoltori in protesta come “anti-nazionalisti” o “terroristi”, diminuisce ulteriormente le possibilità di instaurare un dialogo conciliatorio.

Il motivo di scontro riguarda principalmente il contenuto di tre riforme agrarie promulgate dal governo Modi a settembre, senza avere precedentemente consultato i leader delle organizzazioni contadine:

  • The Farmers’ Produce Trade and Commerce (Promotion and Facilitation) Act, che svincola la vendita dei prodotti agricoli dalle attuali restrizioni. Infatti, al momento gli agricoltori indiani possono vendere esclusivamente all’interno di mercati locali controllati da specifiche commissioni, le Agricolture Produce Market Committes (APMCs). Questi organi tutelano i produttori dal rischio di un eccessivo divario tra il prezzo a cui vengono acquistati i loro prodotti e quello al quale vengono rivenduti sul mercato. La riforma permetterebbe la vendita al di fuori della propria APMC, anche tra diversi Stati del Paese, senza nessun controllo né tutela di fronte alle conseguenze della maggiore concorrenza che ne deriverebbe.
  • The Farmers (Empowerment and Protection) Agreement of Price Assurance and Farm Services Act, che consente agli agricoltori di stringere accordi sulla produzione in anticipo direttamente con i compratori interessati, i quali sarebbero liberi in questo modo di imporre le loro condizioni.
  • The Essential Commodities (Amendment) Act, che dà al governo la possibilità di regolare il commercio di alcuni beni considerati essenziali – come cereali, legumi e oli alimentari – solo in caso di gravi crisi, guerre o disastri naturali.

Governo contro agricoltori

Secondo il Primo ministro Narendra Modi queste riforme daranno un forte impulso alla crescita del settore agricolo, attrarranno maggiori investimenti privati e permetteranno di aumentare la produttività attraverso il miglioramento di infrastrutture e tecnologie. Presentate come necessarie per uscire dalla crisi agraria in cui il Paese si ritrova da anni, costituiscono una spinta decisiva verso l’applicazione di un neoliberismo sempre più sfrenato, in linea con le tendenze predilette dal governo Modi.

Sono molti però gli economisti che hanno espresso la loro perplessità sui presunti benefici che tali riforme apporterebbero. Probabilmente ne gioverebbe solo un ristretto numero di produttori, quelli più forti e in grado di reggere la competizione. Tali misure rischiano dunque di sacrificare la maggioranza della popolazione contadina in nome di una crescita del settore agricolo nemmeno certa, finendo per aumentare le profonde disuguaglianze che già caratterizzano il Paese.

La preoccupazione principale degli agricoltori riguarda il Minimum Support Price (MSP), sistema che garantisce loro un reddito minimo. Il governo acquista una quantità prestabilita da ciascuna delle migliaia di APCM sparse per il Paese, per venderla a prezzi agevolati alle famiglie che si trovano al di sotto della soglia di povertà. Il ministro dell’Agricoltura Narender Tomar ha assicurato più volte che il sistema dell’MSP resterà in piedi, ma è chiaro che gli agricoltori sono scettici al riguardo. Se l’obiettivo è infatti quello di liberalizzare il commercio agricolo, lo Stato comprerà sempre meno tramite questo sistema per lasciare più spazio al settore privato.

Se Modi resta irremovibile nelle sue posizioni, anche gli agricoltori non danno segni di voler accettare un compromesso. Devinder Sharma, economista specializzato in agricoltura e politiche del cibo, suggerisce di aggiungere una quarta legge che definisca l’MSP come un diritto degli agricoltori. La paura di essere privati di uno dei pochi meccanismi di tutela di cui possono ancora beneficiare, all’interno di un settore critico in India come quello agricolo, è infatti troppo grande. Senza un controllo sui prezzi e sulle modalità di commercio i piccoli produttori sarebbero presto soppiantati dai gruppi più grandi e più organizzati.

Gli agricoltori temono l’asimmetria del potere contrattuale nel commercio con le grandi corporazioni, la vulnerabilità e lo sfruttamento a cui sarebbero esposti . Sanno che senza un controllo sui prezzi saranno costretti a svendere i loro prodotti pur di non essere tagliati fuori dal mercato, poiché data la sovrabbondanza di forza lavoro impiegata nell’agricoltura la concorrenza sarà spietata. In questi giorni i leader delle proteste hanno ribadito ancora una volta la loro posizione di assoluta intransigenza: o la revoca totale delle tre riforme o le proteste non si fermeranno.

Donne in piazza, protagoniste insolite

Sono accorse da ogni angolo del Paese, dandosi il cambio all’interno della propria comunità in modo che ognuna di loro, a turno, restasse a badare ai figli di tutte mentre le altre andavano a manifestare. La grande novità di queste proteste è l’afflusso inaudito di manifestanti donne, che si sono accampate per giorni lungo le strade principali, sia con i mariti che sole. Associazioni femministe come la All India Democratic Women Association si sono unite a sindacati e organizzazioni contadine, dando voce a una fetta della popolazione che svolge più della metà del lavoro agricolo in India ma è invisibile agli occhi del governo.

Il mancato riconoscimento del ruolo delle donne nell’agricoltura le priva di qualsiasi diritto. Quasi nessuna possiede ufficialmente le terre che lavora, poiché i titoli di proprietà sono comunemente riservati agli uomini. Non possono accedere a benefici e tutele, perché la maggior parte di loro lavora in modo informale o sotto forma di auto-impiego, ricevendo salari di gran lunga inferiori a quelli degli uomini. A tutto ciò si somma l’annosa questione dei contadini suicidi, le cui mogli si ritrovano da un giorno all’altro il peso della famiglia interamente sulle proprie spalle e i debiti del marito da saldare. Inoltre, rimaste vedove, incontrano difficoltà nel vedersi riconoscere ufficialmente la proprietà delle terre che sono costrette a lavorare al posto dei mariti. Le riforme di Modi potrebbero solo affossare ulteriormente la precaria condizione di queste donne.

Quale via per una riconciliazione?

Iniziate come manifestazioni pacifiche, il 26 gennaio le proteste sono sfociate in scontri aperti con la polizia. L’inflessibilità di Modi rischia di far degenerare una situazione già critica, di cui potrebbe perdere il controllo. Le paure fondate dei contadini necessitano di essere ascoltate, sia per uscire dall’impasse in cui si ritrova il Paese che per evitare conseguenze irreparabili sulle vite di milioni di persone. Il settore agricolo ha bisogno di profonde riforme strutturali, che tengano conto della particolare situazione indiana. Tuttavia, tali riforme non possono essere imposte con la forza, senza il coinvolgimento di chi ne vivrà le conseguenze sulla propria pelle.

 

Fonti e approfondimenti

Kriti Upadhyaya, India’s New Farm Laws: Reform, Resistance, and the Road to Reconciliation, The Diplomat, 25/12/2020.

Mohamed Zeeshan, On Economic Reforms, Modi’s Strenght is His Weakness, The Diplomat, 02/12/2020.

Prabhash K Dutta, What is there in farm laws that make them so contentious?, India Today, 15/12/2020,

Neeta Lal, India’s Invisible Women Farmers, The Diplomat, 14/01/2021.

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

Be the first to comment on "L’India in protesta: perché gli agricoltori non abbandonano le piazze"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: