La soluzione alla globalizzazione risiede nel Welfare State

@TheDigitalArtist - Pixabay - public domain

Un toolkit sulla globalizzazione

Nell’anno appena trascorso abbiamo analizzato un fenomeno assai complesso, che attorciglia le economie mondiali, così come le popolazioni e le loro culture. Seppur percepito come tema legato al commercio, la globalizzazione è piuttosto un fenomeno multidimensionale. La sua storia, il suo effetto su diverse categorie di Paesi e di individui, i suoi aspetti legali e sociali e i possibili sviluppi legati al processo tecnologico sono stati al centro dell’analisi e hanno dato un quadro generale del fenomeno globalista. Per concludere la serie di articoli sulla globalizzazione è necessario analizzare un ultimo elemento, che viene colpito in modo diretto dalla globalizzazione, prevalentemente in modo negativo, ma che al tempo stesso può essere l’unico tassello capace di regolarla: il welfare state.

Che cosa significa “welfare state

Per welfare state si intende un tipo di governance in cui i policy makers giocano un ruolo chiave per la promozione della sicurezza socio-economica dei propri cittadini. Se analizzato in relazione alla globalizzazione, un welfare state efficace è spesso sinonimo di un mercato del lavoro dinamico che riesce a mitigare le distorsioni dovute alle dinamiche di mercato create da essa. Le principali due funzioni di un welfare state efficiente sono: combattere la povertà e trasferire alcuni rischi individuali (o di un gruppo circoscritto di individui) alla collettività. Il welfare state non è un fenomeno omogeneo e definibile perfettamente, perché evolve nel tempo e nei differenti contesti geopolitici. Tuttavia, le missioni di ridurre le diseguaglianze e di offrire sicurezza ai gruppi affetti negativamente dal fenomeno globalistico, sono imprescindibili in ogni contesto storico, politico e geografico.

L’effetto della globalizzazione sul welfare state

La globalizzazione scompiglia le economie domestiche, aumentando la pressione sugli obblighi redistributivi e sulla sicurezza socio-economica del welfare state. Oltre a meccanismi prettamente economici, il welfare state è corroso anche da decisioni politiche. È convenzionale che la larga maggioranza di Stati, indipendentemente dalle loro composizioni partitiche e dalle loro differenze nazionali, adottino politiche neoliberali per mantenere la competitività internazionale in un mondo sempre più globalizzato. Di conseguenza, la scomparsa del welfare state è prevista per due motivi: 

  • in primis, politiche assistenzialiste sotto forma di benefici sociali previsti da un welfare state sviluppato non sono considerati come buoni elementi di disciplina del mercato del lavoro, che è strettamente collegato alla nozione di welfare state. Infatti, si ritiene che sia le risultanti pressioni sull’incremento del costo del lavoro che gli effetti di smorzamento degli incentivi al lavoro influenzino negativamente la competitività delle esportazioni;  
  • inoltre, la globalizzazione scoraggia i governi dall’aumentare le entrate. Il footloose capital, ovvero il capitale, sia produttivo (forza lavoro) che finanziario, che è “sciolto” e quindi trasferibile con maggiore facilità, ha reso più complesso per i governi nazionali generare entrate attraverso la tassazione. Tale fenomeno è inasprito ancora di più dalla corsa al ribasso delle aliquote fiscali indotta dalla competizione internazionale per attrarre investitori e prevenire la fuga di capitali. Allo stesso modo ciò costringe gli Stati a indebitarsi, innalzando i tassi di interesse e scoraggiando ulteriormente gli investimenti.  

Il nesso tra una piena globalizzazione e un florido welfare state è quindi posto in dubbio da un paradosso evidente: la globalizzazione richiederebbe da un lato l’espansione delle politiche sociali atte a tutelare chi ne è negativamente colpito, dall’altro tuttavia ne erode le dimensioni e ne limita le possibilità di rifinanziamento.

Fermare la globalizzazione non è una soluzione implementabile

Se la teoria neoliberista ha delle evidenti falle, l’intervento nazionale o quello sovranazionale che impone dei limiti al funzionamento dei mercati, cercando di arginare il fenomeno globalistico, non fornisce valide alternative. Frenare la globalizzazione attraverso l’uso di misure protezionistiche penalizzerebbe la maggioranza degli esportatori nei Paesi che esportano e dei consumatori nei Paesi che importano, facendo perdere ricchezza da ambedue le parti. Inoltre, verosimilmente il governo del Paese che applicasse tali misure unilateralmente, verrebbe automaticamente escluso dai mercati andando a rifugiarsi in una misera situazione di autarchia, mentre gli altri Paesi andrebbero a colmare il vuoto lasciato nel commercio mondiale ristabilendo un nuovo equilibrio. Al momento, più che ridursi a replicare modelli autarchici sul modello della Corea del Nord o a intraprendere costose e inutili guerre commerciali (si analizzino gli esiti delle guerra commerciale sino-statunitense per ricevere conferme), è opportuno seguire le regole di mercato coadiuvati da organismi sovranazionali, come ad esempio l’Organizzazione Mondiale del Commercio, per scongiurare pratiche illegali o che nuocciono in modo sproporzionato su particolari economie, Stati e/o gruppi di interesse specifici.

Rendere più efficiente il welfare state invece lo è

Urge quindi concentrarsi sulle soluzioni focalizzate sul welfare state. È importante che tali misure prendano in considerazione sia la crescita di esso che il suo orientamento alla redistribuzione e all’uguaglianza. Esse possono inoltre concentrarsi sulla struttura del welfare state stesso oppure sui “fallimenti di realizzazione”. Per l’ultima voce citata, vi sono ampi esempi trattati abbondantemente dal dibattito pubblico, in quanto tali misure vengono spesso sottintese come “riforme della pubblica amministrazione”. Per quanto riguarda invece misure che rendono più efficiente l’architettura del welfare state, rendendolo resistente alle pressioni scatenate dalle forze globalistiche, ve ne sono due principali. La prima categoria di misure in tal senso riguarda gli investimenti in capitale umano, attraverso l’istruzione e la formazione professionale. In questo caso, le possibilità di crescita aumenterebbero e la distribuzione del reddito potrebbe risultare meno diseguale. La seconda invece riguarda i sussidi, in particolare quelli all’occupazione dei lavoratori, che nella teoria economica vengono definiti come unskilled, ovvero “di bassa produttività” e che sono colpiti spesso in maniera avversa dalla competizione scaturita da una maggiore integrazione economica.

Il ruolo dello Stato

Il ruolo dello Stato, reso meno sovrano dalla globalizzazione, è quello di intervenire principalmente a livello di policy making concentrata sull’eguaglianza e sull’efficienza. Ovviamente, la questione andrebbe approfondita con maggiore ampiezza analitica poiché il problema è nei dettagli. Tuttavia, non basterebbe un’altra serie di articoli a riguardo per analizzare con cura le possibili soluzioni nel dettaglio. Ad ogni modo, i suggerimenti sopra menzionati sono sufficienti per fornire una soluzione universale. In particolar modo, l’investimento in capitale umano è una soluzione sostenibile nel medio/lungo periodo. Nel breve periodo sono invece i sussidi all’occupazione ad essere strumenti potenzialmente efficaci. Un rilevante filone di letteratura accademica prova che è empiricamente testato che una maggiore globalizzazione riduca la spesa pubblica in programmi di welfare, specialmente nei Paesi in via di sviluppo, ma che al tempo stesso essi cerchino di limitarne gli effetti aumentando la spesa assistenziale sussidiaria. I beneficiari sarebbero prevalentemente quei lavoratori unskilled, maggiormente colpiti dalla competizione commerciale internazionale, facendo coincidere la coesione sociale con l’inclusione nel processo economico. Ovviamente, nel caso dei sussidi il pericolo è che l’assistenza diventi cronica o che si tengano in vita settori economici altrimenti spazzati via dalla pressione concorrenziale. Nell’elargire sussidi è cruciale infatti dare il massimo necessario insieme al minimo incoraggiamento a fare su di esso un indebito affidamento. In tal senso i sussidi all’occupazione sono molto più apprezzabili rispetto ai sussidi alla disoccupazione, che in certi casi sono tuttavia necessari.

Ristrutturare il welfare state è però complicato

L’analisi condotta in questo articolo conclusivo suggerisce che di fronte alle innumerevoli sfide multidisciplinari della globalizzazione, un welfare state efficiente è in grado non solo di attenuarne l’effetto, ma anche di sfruttarne i guadagni per implementare misure che ne migliorino la performance. Vi sono tuttavia ostacoli a livelli nazionale e internazionale per ciò che riguarda la ristrutturazione del welfare state. A livello internazionale, tali riforme dovranno essere conformi alle dinamiche competitive tra Stati, che come abbiamo osservato in precedenza, tendono ad assecondare le dinamiche di mercato come in una gara al ribasso, a discapito dello sviluppo sostenibile del proprio welfare state in termini di uguaglianza e efficienza. In tale contesto, l’unico modo per garantire una virtuosa omogeneità tra Paesi risiede nel coordinamento a livello internazionale delle politiche socio-economiche per garantire standard di welfare state compatibili con criteri di equità ampiamente condivisi. A livello nazionale il problema è di tipo esclusivamente politico. Come accade spesso per molte misure efficienti non adottate (o adottate con colpevole ritardo), vi è una distorsione tra i costi – visibili e concentrati – e i benefici – impalpabili, se non in uno spesso imprecisato futuro – che spesso va oltre la finestra elettorale in un sistema democratico, cosa che spinge la classe politica a ignorare riforme potenzialmente valide dal punto di vista economico ma inutili per i fini elettorali. Tuttavia, tali interpretazioni sono basate per lo più su modelli tradizionali di razionalità cari agli economisti ma non necessariamente replicabili nella realtà. I processi politici non possono essere considerati esclusivamente come una variabile endogena.

Conclusione

Gli effetti della globalizzazione sui processi della nostra esistenza, che siano essi economici, sociali, geografici, politici e legali, sono significativi. In assenza di appropriati interventi correttivi, lo saranno ancora di più, in un futuro dove nuove frontiere tecnologiche sembrano ampliare ancora di più lo spazio di manovra della globalizzazione. Ristrutturare il welfare state per come lo intendiamo adesso, verso una maggiore uguaglianza ed efficienza risulta perciò cruciale per gli Stati, sempre meno sovrani e assoggettati a dinamiche di mercato incontrollabili. Le misure particolarmente utili sul lungo periodo sono quelle che incrementano il capitale umano. Ciononostante, anche misure più rapide a tutela dei redditi dei lavoratori a bassa produttività, come sussidi all’occupazione dei lavoratori unskilled, potrebbero fare la differenza. La possibilità di avviare tali riforme deve essere contestualizzata in riferimento ai vincoli posti sia dal processo politico che dalle modalità della concorrenza internazionale. In tal modo, attraverso un welfare state ristrutturato ed efficiente gli Stati potrebbero arginare le esternalità negative e trarre beneficio dalla globalizzazione.

 

Fonti e approfondimenti

Baldwin, Peter. 1997. “The past rise of social security: historical trends and patterns.” Reforming the welfare state. 3-24.

Franzini, Maurizio, and Milone, Luciano Marcello. 1999. “Dilemma del Welfare State nell’epoca della globalizzazione” In  Acocella, N. Globalizzazione e stato sociale. Bologna: Il Mulino.

Mill, John Stuart. 1983. Principi di Economia Politica. Torino: Utet. 

Mishra, Ramesh. 1999. Globalization and the welfare state. Cheltenham: Edward Elgar. 

Phelps, Edmund. 1997. Rewarding work. Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press. 

Pierson, Paul. 1994. Dismantling the Welfare State? Reagan, Thatcher and the Politics of Retrenchment. Cambridge, UK: Cambridge University Press. 

Pierson, Paul. 1996. “La nuova politica del welfare state: un’analisi comparata degli interventi restrittivi”. Stato e Mercato. 46: 3-50. 

Rickard, Stephanie J. 2012. “Welfare versus subsidies: Governmental spending decisions in an era of globalization.” The Journal of Politics. 74(4): 1171-1183.

Rudra, Nita. 2002. “Globalization and the decline of the welfare state in less-developed countries.” International Organization. 56(2): 411-445.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

Be the first to comment on "La soluzione alla globalizzazione risiede nel Welfare State"

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: