Lavoro e sindacalismo negli Stati Uniti

Bastian Greshake Tzovaras - Flickr - CC BY-SA 2.0

Tra marzo e maggio 2020, più di 14 milioni di persone negli Stati Uniti hanno perso il lavoro, in molti casi già precario anche prima della pandemia. Numeri ben più alti di quelli, già catastrofici, registrati con la crisi del 2008 – quando 8,8 milioni diventarono disoccupati, anche se suddivisi in un intervallo di quasi due anni – e anzi più simili a quelli della Grande Depressione iniziata nel 1929. La ripresa economica è stata poi veloce, ma ancora oggi siamo lontani dai livelli di occupazione di febbraio 2020.

Con la crisi si è aperta una discussione profonda, negli Stati Uniti, sul tema del lavoro. In particolare, sulla mancanza di tutele e protezioni nei confronti dei lavoratori. Complici anche diversi fattori – promesse mancate su sussidi, welfare e salario minimo da parte dell’amministrazione Biden, il rifiuto di molti privati di offrire paghe adeguate e al passo col costo della vita – la frattura tra capitale e lavoro si è riaperta e allargata in maniera molto netta negli ultimi mesi, come non accadeva da diverso tempo.

Dopo decenni di costante calo delle iscrizioni ai sindacati e perdita di potere contrattuale da parte dei lavoratori, mentre il mercato del lavoro statunitense veniva deregolamentato e il welfare state ridotto, la crisi ha dato una svolta a una dinamica che sembrava cristallizzata: i lavoratori costantemente sconfitti e incapaci di reagire in maniera collettiva. I segnali incoraggianti di una ripresa dei movimenti sociali, simboleggiati dall’esplosione delle manifestazioni di Black Lives Matter nell’estate 2020, sono continuati e si sono propagati anche nella sfera sindacale. Fino all’autunno 2021, in cui stiamo assistendo a un fiorire di conflitti nel mondo del lavoro grazie a una rinnovata energia dei sindacati e dei lavoratori.

La nascita dei sindacati negli Stati Uniti

Il movimento sindacale negli Stati Uniti ha radici lontane. Nonostante a partire dagli anni Ottanta essi abbiano perso molta forza, la storia dipinge un quadro in cui i sindacati, per buona parte del Novecento, sono stati protagonisti nella scena sociale e politica statunitense.

Le prime organizzazioni sindacali nacquero in risposta alle condizioni di lavoro inumane imposte durante la Rivoluzione industriale. Gli orari impossibili, in media 14 ore al giorno per 6 giorni la settimana; i salari da fame, attorno ai 10 centesimi l’ora; il lavoro minorile, a cui le famiglie facevano ricorso per integrare gli scarsi guadagni; l’alienazione dei processi produttivi. Tutti questi fattori crearono le condizioni per la nascita di movimenti che avevano come obiettivo una trasformazione dei rapporti di forza tra il capitale, ovvero gli industriali, e il lavoro, cioè gli operai che prestavano la loro manodopera.

La nascita dei primi sindacati di massa negli Stati Uniti risale al periodo tra la metà e la fine dell’Ottocento, quando la National Labor Union e i Knights of Labor divennero il perno del movimento dei lavoratori, mentre già da qualche decennio esistevano sindacati cittadini in alcuni centri urbani o nazionali per alcune categorie professionali. La loro creazione altro non era che la continuazione di lotte che esistevano da tempo, seppur in maniera più disomogenea e disorganizzata. I primissimi scioperi di lavoratori nel Paese risalgono infatti al XVII secolo; la loro frequenza divenne più alta già verso la fine del XVIII secolo. Successivamente ci fu la nascita dei primi collettivi dei lavoratori, la cui legalità fu sancita solo nel 1842 con la sentenza della Corte Suprema Commonwealth v. Hunt.

I primi sindacati di massa, però, erano diversi da quelli che si imposero nel  Novecento. La loro strategia era decisamente meno conflittuale, basata sull’evitare scioperi e boicottaggi, con un’impronta marcatamente riformista e che tendeva alla cooperazione tra lavoratori e capitalisti. Proprio questa identità riformista ne segnò la sorte, che fu quella di organizzazioni dalla vita breve che si spensero senza lasciare una profonda impronta sulla società statunitense.

In questo senso, la cesura avvenne nel 1886 con la creazione dell’American Federation of Labor (AFL), una confederazione di sindacati che si unirono con lo scopo di sfidare e superare il riformismo che aveva caratterizzato fino a quel momento le rivendicazioni. L’AFL derivò la propria strategia dalla cultura marxista, che vedeva il sindacalismo come un’istituzione centrale per difendere le rivendicazioni dei lavoratori salariati e, in ultima istanza, garantire la loro emancipazione. In sostanza, questo sindacalismo segnava uno stacco rispetto al passato perché basava la propria cultura politica, e le proprie azioni, sul concetto di lotta di classe contro il capitale.

Le rivendicazioni e l’organizzazione di questi primi movimenti non erano comunque esenti da posizioni problematiche. Accanto alle tradizionali proposte sindacali del tempo – cessazione del lavoro minorile, aumento delle paghe, limitazione della giornata lavorativa a otto ore – si trovavano anche posizioni apertamente xenofobe: l’AFL proponeva infatti anche un’esclusione dai contratti dei lavoratori stranieri. Negli Stati Uniti del segregazionismo i sindacati spesso escludevano le persone nere, impedendo il loro ingresso nell’organizzazione e prediligendo la mobilitazione in favore dei lavoratori bianchi. Questi sono solo alcuni dei motivi per cui per qualche decennio i successi sindacali negli USA di inizio Novecento furono frammentati e parziali e il loro impatto sulla legislazione statunitense fu relativamente basso, in un ambiente ancora molto ostile a loro e ai lavoratori.

Un cambiamento radicale avvenne con la presidenza di Franklin Delano Roosevelt e con la spinta data dal New Deal. La crisi del 1929, unita alle politiche di welfare della presidenza di Roosevelt e alla costituzione, nel 1938, di un’altra grande confederazione sindacale (Committee for Industrial Organization – CIO) crearono condizioni più fertili per il fiorire del movimento sindacale statunitense.

Tra le politiche più importanti promosse da Roosevelt ci fu il cosiddetto Wagner Act del 1935, conosciuto anche come National Labor Relations Act (NLRA). Questa legge riconobbe il diritto dei dipendenti privati di costituire un sindacato o affiliarsi a uno già esistente e garantì i diritti di sciopero e di contrattazione collettiva. La stessa legge, inoltre, bandì i cosiddetti “sindacati gialli” (company unions in inglese), ovvero quei sindacati controllati direttamente dagli imprenditori. In sostanza, Roosevelt agì per costruire un’impalcatura legislativa che potesse garantire un ribilanciamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro in favore del secondo.

Dal dopoguerra agli anni Ottanta: il Taft-Hartley Act

Il cambiamento nello scenario delle relazioni lavorative fu dirompente. In una decina d’anni dal passaggio del NLRA, il numero di lavoratori affiliati a un’organizzazione sindacale fu più che triplicato e continuò a crescere, pur se in maniera non sempre costante, fino alla fine degli anni Settanta e raggiungendo un picco di oltre venti milioni di iscritti nel 1979. I sindacati divennero anche più integrati dal punto di vista razziale, reggendo il passo di un Paese dove il movimento per la desegregazione aveva preso piede nel dopoguerra, e da allora iniziarono a giocare un ruolo anche come veicolo per l’eguaglianza sociale dei neri.

La crescita fu impressionante e trasversale, ma già prima degli anni Ottanta e prima dell’avvento del reaganismo come pensiero dominante nell’economia statunitense, il movimento sindacale fu costretto a subire qualche sconfitta che ebbe conseguenze pesanti per il movimento dei lavoratori. Su tutte, il Taft-Hartley Act del 1947, conosciuto anche come Labor Management Relations Act (LMRA).

Tra il 1945 e il 1946, più di cinque milioni di lavoratori organizzarono e presero parte a una grande ondata di scioperi, la rivendicazione più partecipata della storia statunitense. In risposta il Congresso fece passare la legge – sorpassando grazie a un sostegno trasversale anche il veto dell’allora presidente, Harry Truman – che abrogò molte delle conquiste garantite dal Wagner Act del 1935. Tra le tante previsioni, infatti, il LMRA proibì ai lavoratori di portare avanti azioni come i cosiddetti wildcat strikes (ovvero, scioperi dichiarati dai lavoratori senza il supporto del sindacato). Inoltre, sancì l’illegalità di molte pratiche di solidarietà tra lavoratori in sciopero, proibendo i cosiddetti solidarity strikes, ovvero scioperi o azioni atti a sostenere conflitti lavorativi o contrattazioni che stavano avvenendo in altre imprese.

Il provvedimento tolse anche molti poteri al National Labor Relations Board (NLRB), un’agenzia indipendente del governo federale che aveva il compito di mediare nelle dispute lavorative e agire in caso di violazioni delle leggi sul lavoro. Togliendo al NLRB il potere di agire sulle dispute relative alla contrattazione, impedì all’agenzia di intervenire nei numerosi casi di surface bargaining, ovvero contrattazione di facciata. Si trattava di una pratica illegittima ma spesso usata dalle imprese per condurre contrattazioni in cattiva fede e senza la reale volontà di raggiungere un accordo, prendendo tempo e frustrando le rivendicazioni dei lavoratori.

Infine, lo stesso provvedimento agì anche per dare la possibilità ai singoli Stati di impedire i cosiddetti union security agreements. Questi sono accordi nelle singole imprese che prevedono la possibilità di creare sindacati aziendali, stabilendo anche le condizioni di affiliazione dei lavoratori al sindacato. Di fatto, prima della legge del 1947, i sindacati potevano stipulare accordi che prevedessero l’obbligo per i lavoratori, entro alcune condizioni, di unirsi al sindacato o quantomeno contribuire economicamente. Questo secondo la logica per cui il sindacato avrebbe agito nell’interesse di tutti i lavoratori dell’azienda e non solo dei propri iscritti e quindi sarebbe stato giusto avere un sostegno da parte dei i lavoratori stessi. Con il Taft-Hartley Act, invece, fu garantito agli Stati il potere di eliminare questa pratica – molto utile per rafforzare il potere dei sindacati e dei lavoratori ma problematica per gli interessi delle imprese – aprendo la strada a una maggiore frammentazione del movimento sindacale.

Di fatto, quindi, la legge del 1947 indebolì grandemente il potere delle organizzazioni dei lavoratori, con rapporti di forza che videro il piatto della bilancia iniziare a pendere un’altra volta dal lato degli interessi industriali. Il provvedimento venne disegnato proprio con questo obiettivo e in reazione alla forza che i sindacati si stavano dimostrando capaci di mettere in campo in quegli anni.

Ciononostante, il sindacalismo negli Stati Uniti riuscì ad assorbire il colpo per qualche decennio e fino alla fine degli anni Settanta i sindacati rimasero un corpo intermedio capace di far sentire la propria voce nella politica statunitense. Poi arrivò l’elezione di Ronald Reagan nel 1980. Uno dei suoi primi provvedimenti, nell’agosto del 1981, fu quello di licenziare 11.359 controllori aerei in sciopero, primo gesto simbolico di quello che sarebbe stato l’indirizzo della sua futura politica economica.

Il reaganismo e il declino dei sindacati

La trasformazione economica che avvenne dagli anni Ottanta in poi, sia negli USA che su scala globale, assestò un duro colpo alle organizzazioni sindacali più o meno ovunque, ma in particolare negli Stati Uniti. La svolta a destra nelle politiche economiche data dal pensiero neoliberista, di cui Ronald Reagan negli USA e Margaret Thatcher nel Regno Unito furono i più feroci proponenti, gettò le basi per un radicale ripensamento delle politiche economiche e dei rapporti di forza nell’economia.

Fino a quel momento il rapporto tra industria e sindacati era stato bilanciato grazie alla presenza di Stati forti, che avevano incentrato il proprio ruolo su un interventismo deciso nella sfera economica – una scelta profondamente connessa all’azione dei sindacati. La crescita dei sistemi di welfare negli Stati occidentali dopo la Seconda guerra mondiale fu spinta dalla forza dei movimenti dei lavoratori. In uno degli studi più importanti degli ultimi decenni, il sociologo Esping-Andersen ha spiegato come lo sviluppo dei sistemi di welfare nei Paesi occidentali sia stato una funzione del potere politico dei movimenti dei lavoratori: dove questi sono stati più forti e radicati, sono emersi modelli di welfare più forti e protezioni più durevoli per la popolazione. Questo perché, per molto tempo, quando nel conflitto tra capitale e lavoro i sindacati e i lavoratori riuscivano a imporre i loro interessi tramite azioni collettive forti (come scioperi o picchetti), lo Stato era costretto a intervenire come mediatore, garantendo concessioni e assicurazioni. Queste erano, a loro volta, tanto maggiori quanto più forte era il potere esercitato dai lavoratori.

La dottrina neoliberista, esercitata da Reagan e Thatcher e diventata presto dominante, ruppe questo equilibrio sancendo una ritirata improvvisa e decisa dello Stato dagli affari economici. Affermando la volontà di non agire più come mediatore tra imprese e lavoratori, il governo si ritirava dal mercato che doveva invece essere, secondo i proponenti, il più possibile libero, ovvero svincolato da ogni forma di controllo, e garante del maggior potere possibile alle imprese. Centrale in questo senso era la teoria economica della cosiddetta trickle down economics, secondo cui l’economia avrebbe beneficiato di una maggiore concentrazione di ricchezza tra le persone più abbienti invece che di una redistribuzione dei redditi più equa; la ricchezza sarebbe poi dovuta cadere “a pioggia” sui redditi più bassi, creando benefici per tutti.

Sulla base di questi assunti gli USA hanno, da Reagan in poi, messo in atto una serie di politiche economiche che hanno deregolamentato sempre più l’economia. La flessibilizzazione del mercato del lavoro, la riduzione della tassazione sui redditi più alti, la ritirata dei provvedimenti di welfare e delle tutele furono le politiche centrali della cosiddetta reaganomics, con effetti devastanti sul potere contrattuale dei lavoratori che si trovarono mano a mano privati di molte salvaguardie e assicurazioni. In un mercato del lavoro sempre più specializzato, individualizzato, flessibile e sbilanciato a favore delle imprese, la forza delle organizzazioni sindacali diminuì per effetto della precarizzazione che piano piano investì gran parte della massa dei lavoratori.

Sindacati, disuguaglianze e benessere economico

Il reaganismo, continuato poi anche nelle politiche dei successori del suo proponente ed esportato in tanti altri Paesi, portò effettivamente a una concentrazione sempre più estrema della ricchezza nella parte più alta della distribuzione dei redditi, il cosiddetto “top 1%”. Il problema è che il meccanismo teorizzato dalla trickle down economics non si verificò. La maggior parte della popolazione statunitense si impoverì, indebitandosi o dando fondo ai propri risparmi, con conseguenze disastrose per l’economia e fondamentali per spianare la strada alla crisi del 2008. La mobilità economica della popolazione diminuì, le disuguaglianze crebbero, i salari dei lavoratori ristagnarono nonostante un forte aumento della produttività oraria. Fu prodotta ricchezza, ma solo una minima parte della popolazione, già abbiente, ne trasse benefici e in nessun Paese come negli Stati Uniti fu evidente questo trend.

Questo declino è avvenuto in ogni Paese industrializzato e ovunque è stato seguito da un aumento delle disuguaglianze, ma da nessuna parte l’aumento della concentrazione della ricchezza è stato forte come negli Stati Uniti. Ciò che ha differenziato gli USA è, non a caso, un crollo più deciso del potere contrattuale dei sindacati, unito al calo costante dagli anni Ottanta del tasso di sindacalizzazione dei lavoratori. Anche se in altri Paesi i lavoratori hanno meno forza di qualche decennio fa, infatti, i tassi di sindacalizzazione sono comunque rimasti su livelli più alti e le disuguaglianze sono cresciute più lentamente.

La situazione negli Stati Uniti oggi

Il reaganismo ha quindi spinto gli USA verso la desindacalizzazione e questo ha portato a un aumento sempre più grande delle disuguaglianze, che è emerso in maniera ancora più forte con la crisi socioeconomica portata dalla pandemia. Prima di marzo 2020, la somma della ricchezza dei miliardari nel Paese ammontava a poco meno di 3 trilioni (tre mila miliardi) di dollari; a ottobre 2021 era cresciuta di 2,1 trilioni di dollari, per un totale di 5 trilioni – distribuiti tra 745 persone. Per fare un confronto, il 50% più povero delle famiglie statunitensi ha una ricchezza complessiva di 3 trilioni.

Durante la crisi, il governo ha messo in campo qualche timida risposta per aiutare la popolazione: assegni di disoccupazione, pacchetti di stimoli all’economia, misure di contenimento per la povertà estrema. Il problema è che, sia con Trump nel 2020 che con Biden oggi, le battaglie per il passaggio prima, e il mantenimento poi, di queste misure sono state molto dure e per la maggior parte i benefici sono stati cancellati o ridimensionati dopo pochi mesi. Di contro, molte imprese private hanno ricevuto aiuti incondizionati.

A un atteggiamento del governo apparentemente più disponibile nei confronti del benessere delle aziende si è unita l’indisponibilità di queste ultime a rispondere alle esigenze di molti lavoratori, che da tempo chiedono più diritti e salari più alti. Dal canto suo, il Congresso a maggioranza democratica ha bloccato il passaggio di provvedimenti promessi da Biden e molto attesi come quello sull’innalzamento del salario minimo a 15 dollari l’ora.

Alla luce di questo, negli ultimi mesi qualcosa ha iniziato a muoversi nella società statunitense a livello sindacale. Dal 10 agosto al 18 settembre, uno sciopero in cinque impianti della Nabisco ha costretto l’impresa a cedere dopo la firma di un accordo sindacale; tra ottobre e novembre diecimila lavoratori manifatturieri della John Deere hanno interrotto le attività per più di un mese, riuscendo alla fine a ottenere gran parte delle richieste nella contrattazione con l’impresa. Altri scioperi importanti si sono verificati alla Kellogg Co. – dove sono ancora in corso – e nell’impresa Frito Lay Inc., mentre in diverse città i lavoratori del settore sanitario hanno interrotto le proprie attività. In altri casi, come quello dei dipendenti di Hollywood, lo sciopero è stato evitato solo tramite il raggiungimento di un accordo in extremis. Tutto questo mentre un numero record di statunitensi – 4,4 milioni – ha abbandonato il proprio lavoro nel mese di settembre 2021, sull’onda delle proteste contro i salari bassi e inadeguati offerti da molte imprese. Non è un caso, inoltre, che la maggior parte degli abbandoni e delle carenze di personale si registrino nel settore dei servizi, in particolare nella ristorazione, nell’alberghiero e nella vendita al dettaglio. Qui i salari sono spesso bassi e le condizioni di lavoro molto stressanti, così che molti lasciano la posizione per cercarne altre più remunerative.

Qualcosa si muove insomma, come simboleggiato anche dai sondaggi che vedono l’approvazione della popolazione nei confronti dei sindacati al massimo dal 1965, con il 68% degli intervistati che ne ha un’opinione positiva – quando solo nel 2016 l’approvazione era solo al 56%. La percezione degli statunitensi nei confronti dei sindacati migliora, mentre la tolleranza nei confronti delle politiche inadeguate delle imprese e del governo pare diminuire rapidamente. Gli ultimi mesi hanno quindi dato una scossa al movimento dei lavoratori, che da tempo non dava segnali di vita così forti: per capire se i sindacati riusciranno a invertire il trend iniziato con Reagan bisognerà comunque aspettare. Determinante sarà anche la capacità delle associazioni sindacali di guadagnare nuovamente forza nel settore privato, dove solo il 6,3% dei lavoratori era iscritto a un sindacato nel 2020, contro il 34,8% del settore pubblico.

 

Fonti e approfondimenti

Armstrong, D., “Jake Rosenfeld explores the sharp decline of union membership, influence”, UW News, 12/02/2014.

Brenan, M., “Approval of Labor Unions at Highest Point Since 1965”, Gallup.com, 02/09/2021.

Cassidy, J., “America’s Workers Are Fighting Back: Can They Win?”, The New Yorker, 18/10/2021.

Crain, C., “State of the Unions”, The New Yorker, 15/08/2019.

Eidelson, J., “Suicide Shifts,’ 7-Day Weeks Fuel Rare Flare-Up in U.S. Strikes”, Bloomberg.com, 25/10/2021.

Esping-Andersen, G. 1990. “The Three Political Economies of the Welfare State”. International Journal of Sociology. 20(3), pp. 92–123.

Green, T. V., “Majorities of adults see decline of union membership as bad for the U.S. and working people”, Pew Research Center, 15/04/2021.

Labor Movement”, history.com.

Meyerson, H., “Why the Strikes, and What Might They Lead To?”, The American Prospect, 08/11/2021.

Schweitzer, J. and Khattar, R., “It’s a Good Jobs Shortage: The Real Reason So Many Workers Are Quitting”, Center for American Progress, 07/12/2021.

Updates: Billionaire Wealth, U.S. Job Losses and Pandemic Profiteers” .2021. Inequality.org.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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