La questione linguistica nell’India di Modi: un compromesso irrisolto

@Carlo Epifanio - Luca Desideri - Agosto 2015

Di Shhiva Rajendran e Dr. Sabur Ali M, PhD, a cura di Carlo Epifanio

L’articolo 343 della Costituzione indiana riconosce l’inglese come la seconda lingua ufficiale usata dalle istituzioni del Paese. L’inglese è un elemento della quotidianità di cittadine e cittadini indiani – ad esempio, nei segnali stradali, nei foglietti informativi delle medicine e nei menù dei ristoranti. Soprattutto, l’inglese rappresenta un mezzo che apre le porte a nuove opportunità di vita, essendo un requisito fondamentale per accedere alle  posizioni lavorative più prestigiose e meglio retribuite, sia nel settore pubblico sia in quello privato.

Conoscere l’inglese dà l’opportunità di accedere a una “lingua franca” che permette di andare oltre le divisioni di casta e poter salire i gradini di una scala sociale e lavorativa che poggia su una povertà ancora molto diffusa. Le lingue e i dialetti regionali sono ancora oggi un indicatore di provenienza e di casta che stigmatizza alcuni gruppi sociali per i quali poter accedere alla lingua inglese rappresenterebbe una possibile via d’uscita dalla marginalizzazione sociale lavorativa. 

Tuttavia, secondo un censimento governativo del 2011, soltanto il 10% degli indiani è in grado di leggere e scrivere in inglese, e considera l’inglese come propria seconda o terza lingua. Infatti, negli ultimi settant’anni, soltanto le famiglie indiane più abbienti sono state in grado di far studiare i propri figli in scuole private dove si usa l’inglese come lingua principale. Mentre ciò permette loro di entrare più facilmente nelle facoltà universitarie più ambite – come medicina, ingegneria, economia, insegnate in inglese – le classi sociali più emarginate vedono crescere i propri figli in scuole gestite dal governo federale in cui l’inglese viene considerata al pari delle altre 22 lingue regionali ufficiali riconosciute dalla Costituzione. Considerando la sua funzione di spartiacque, questo sistema finisce per avvantaggiare le caste superiori. Pertanto, l’asimmetria nell’accesso alla lingua inglese è un problema sociale, in quanto va a rafforzare le già nette divisioni all’interno del Paese. 

Storia di un compromesso

La Costituzione indiana riconosce ufficialmente ben 121 lingue; tra queste, l’hindi è parlata dal 41% della popolazione, una percentuale in costante aumento dai tempi dell’indipendenza. Le altre lingue più diffuse tra i vari Stati indiani sono il bengali, il telugu, il marathi, il tamil, l’urdu, il gujarati e il punjabi. Ognuna di queste lingue ha un proprio retaggio storico, culturale, artistico e letterario, che alimenta la complessità della politica linguistica indiana. In questo contesto, la scelta della lingua principale è stata storicamente un motivo di scontro, che si è risolto con un  compromesso tra la fazione pro-hindi e quella pro-inglese.

Durante l’era del dominio coloniale britannico, l’inglese venne imposto per legge in tutto il Paese, diventando la lingua dell’élite di governo e degli affari. Tra il 1947 e il 1950, gli anni in cui l’Assemblea costituente discusse la nuova Costituzione del Paese, alcuni tra i leader dell’indipendenza erano ispirati dai Paesi europei con una sola lingua nazionale che rappresentava la loro cultura; pertanto, proponevano di eleggere una sola lingua ufficiale comune a tutta l’India. Essendo la maggior parte di questi nuovi leader di madrelingua hindi, quest’ultima venne proposta come lingua principale delle istituzioni. 

Benché parlata da quasi un terzo della popolazione, l’hindi era una lingua regionale del nord usata da meno della metà del Paese, considerata come “straniera” dagli abitanti del sud, che da millenni e ancora oggi utilizzano idiomi di ceppi linguistici diversi che differiscono dall’hindi anche per sintassi e alfabeto. L’hindi, pertanto, non poteva avere lo stesso carattere di “lingua franca” in tutto il Paese come accadeva nei Paesi europei con le lingue nazionali.

Questa proposta scatenò l’opposizione dei membri dell’Assemblea costituente provenienti dall’India meridionale, che consideravano l’imposizione di una lingua regionale come discriminante e contraria al principio di uguaglianza già allora alla base della bozza della Costituzione. Al posto dell’hindi, essi sostenevano che l’inglese avrebbe avuto un carattere più neutro perché la lingua dei coloni non avrebbe consentito di identificare e distinguere razza, religione e casta dei parlanti, e non avrebbe dato un vantaggio a una parte del Paese.

Nel 1949, l’Assemblea – memore delle agitazioni di Madras, durante le quali  gli abitanti si opposero all’hindi come lingua obbligatoria (1937-1940) – trovò un compromesso, introducendo il bilinguismo: sia l’hindi sia l’inglese sarebbero diventate le due lingue ufficiali dell’India a livello nazionale, ma dopo quindici anni l’hindi sarebbe subentrata come unica lingua ufficiale comune a tutti gli Stati. Lo scontro era stato di fatto soltanto posticipato, ma anche grazie a questo accordo la Costituzione entrò in vigore il 26 gennaio del 1950.

Negli anni che seguirono, il governo promosse l’hindi attraverso politiche linguistiche ufficiali, ampliando una divisione linguistica e politica tra le regioni di lingua hindi e quelle non di lingua hindi. L’apice della tensione si raggiunse con l’avvicinarsi della scadenza dei quindici anni di estensione dell’inglese come lingua ufficiale: il 26 gennaio 1965, a Madurai nel sud dello Stato di Tamil Nadu – ancora oggi epicentro dell’opposizione ai governi pro-hindi come quelli di Modi –  si scatenarono le proteste degli studenti, meglio note come agitazioni anti-hindi. La sola azione capace di calmare le proteste fu un emendamento costituzionale che abolì la clausola dei quindici anni e salvaguardò il diritto degli Stati di adottare l’inglese come lingua ufficiale.

Nazionalismo religioso e politiche nazionali

Oggi, la questione linguistica rimane un argomento sensibile e irrisolto, che si lega anche alle politiche di nazionalismo religioso dell’attuale Primo ministro Modi. La riforma dell’istruzione introdotta nel 2020 (NEP), non include alcuna misura specifica o  fondo affinché il 90% della popolazione indiana possa migliorare la propria padronanza della lingua inglese. Al contrario, la nuova NEP considera l’inglese al pari delle altre lingue indiane, e non una lingua ufficiale. 

La NEP promuove la politica del multilinguismo: negli Stati non-hindi gli studenti imparano la propria lingua regionale e possono scegliere tra le altre lingue ufficiali, tra cui hindi, sanscrito e inglese. Tuttavia, mentre l’hindi è in realtà già insegnato negli istituti di tutto il Paese, non esiste alcun supporto accademico o finanziario per l’insegnamento delle altre lingue al di fuori della loro regione. Di fatto, ciò costituisce un vantaggio per l’hindi e la sua lingua radice, il sanscrito.

La diffusione di queste due lingue viene rafforzata da una serie di misure ad hoc, tra cui la costituzione di università o l’accesso a posti di lavoro dirigenziali limitato per i quali è richiesto il sanscrito per fare domanda. Questa politica rientra nella visione nazionalista dell’attuale Primo ministro, nonostante il contrasto con i principi cardine della Costituzione. Estendere la diffusione dell’hindi e del sanscrito a discapito dell’inglese legittima indirettamente la cosiddetta “sanzione divina” (divine sanction), la credenza induista su cui si regge il sistema delle caste.

Le conseguenze di uno scontro irrisolto

Il divario tra la visione pro-hindi della classe governativa e un India che fa sempre piú uso dell’inglese non fa che aumentare la spaccatura tra classi sociali e Stati indiani. Nonostante l’inglese si sia affermato come lingua “cerniera”, milioni di persone non sono in grado di accedervi e non hanno quindi le capacità per comprendere, ad esempio, un processo legale o le informazioni mediche di base. E la divisione tra nord e sud, in special modo quella con lo Stato di Tamil Nadu, non fa che aumentare. 

L’attuale NEP, promuovendo il multilinguismo, favorisce indirettamente l’hindi e il sanscrito e non l’inglese come lingua degli affari nazionali. Il calcolo politico di Modi va letto attraverso le lenti di un sistema politico in cui i partiti spesso coincidono con un elettorato di una specifica lingua e casta. In un contesto di multilinguismo, rafforzare una lingua sulle altre offre un vantaggio politico a certi attori, è questo il caso del Bharatiya Janata Party (BJP), il partito di Modi, che è costituito per tre quarti da rappresentanti di caste superiori.  

Oltre alle fazioni pro-hindi e pro-inglese, una grande porzione di India parla lingue e dialetti regionali. La varietà linguistica indiana è un prisma attraverso cui poter osservare la grande ricchezza culturale e il gioco politico del sub-continente, nonché una dimensione chiave per comprendere le contraddizioni di questa società. In questo quadro generale, marcato da un acceso dibattito politico rafforzato dalla stagione di nazionalismo culturale di Modi, alcune associazioni, come Citizens for Law and Democracy (CLAD), cercano di aiutare cittadini e cittadine ad accedere alla lingua inglese, ritenendo che sia un mezzo necessario per migliorare i diritti dei meno abbienti che aspirano a una condizione sociale migliore.  

 

Fonti e approfondimenti

Amarnath K. MenonAnti-Hindi agitation in Madras state, 1965: Forked tongue”, India Today, 26 dicembre 2021. 

Census 2011,Data on language and mother tongue”, Ministry of Home Affairs, Government of India.  

Chentihil Nathan, The history of anti-Hindu imposition movements in Tamil Nadu”, The News Minute, 4 giugno 2019.

Christophe Jaffrelot, “Modi’s India”, Princeton University Press, 3 agosto 2021. 

Divya, “The unkown and untold story of manual scavengers”, Kakoos Documentary film, 14 giugno 2017.

Germano Franceschini, India: diritto commerciale, doganale e fiscale”, IPSOA, 2006. 

Jagruti Gala,How to Teach the Language of Aspiration in India”, Unreasonable, 10 maggio 2018.

Karti P. Chidambaram, English is an Indian Language”, The Hindu, 5 ottobre 2020. 

Oriente Moderno, “Riassunto della Costituzione indiana entrata in vigore il 26 gennaio 1950”, gennaio – marzo, 1950.

Prathima Nandakumar, The other side: Does draft education policy favor mother tongues more?, The Week, 4 giugno 2019.

Ruhi TewariWe analysed 1000 BJP leaders & found the party remains a Brahmin-Baniya club”, The Print, 1 agosto 2018.

Sahith Aula,  “The Problem With The English Language In India”, Forbes, 6 novembre 2014.

Somak Adhikari, “Dominion Status – India’s Position Between Being Independent And Becoming A Republic”, India Times, 26 gennaio 2021.

 

Editing a cura di Elena Noventa

 

Be the first to comment on "La questione linguistica nell’India di Modi: un compromesso irrisolto"

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: