Ricorda 1992: l’auto-golpe di Alberto Fujimori in Perù

Il 5 aprile di trent’anni fa, dopo 20 mesi al potere, Alberto Fujimori cambiò la storia politica del Perù attuando un auto-colpo di stato che diede inizio al suo capitolo autoritario. Per capirne il contesto e soprattutto per spiegare il suo governo e la sua persona, è necessario guardare agli anni precedenti del Paese.

Un decennio di crisi

Nel 1980, il Perù si lasciava alle spalle 12 anni di dittatura militare e iniziava una difficile transizione verso la democrazia. Questa fu accompagnata da una sanguinosa guerra interna tra lo Stato e formazioni di estrema sinistra, prima tra le quali Sendero Luminoso, e da una fortissima recessione economica. Il decennio si chiuse con un tasso di inflazione tra i più alti al mondo. Il Perù era sull’orlo del collasso e i partiti tradizionali non seppero reagire adeguatamente. La popolazione era fortemente delusa dalla sua classe dirigente e al ballottaggio del 1990 arrivarono due candidati indipendenti.

Le elezioni del 1990

Da un lato vi era Mario Vargas Llosa, noto scrittore e vincitore del premio Nobel vent’anni dopo, che si presentava a destra, con un programma neoliberale definito da professionisti per sanare l’economia e una campagna pubblicitaria milionaria. I sondaggi lo davano vincitore. Dall’altro lato vi era l’outsider Alberto Fujimori, detto “Chino”, che si presentava come un leader incorrotto, fuori dai giochi politici e senza ideologie né programmi definiti, al servizio delle masse disattese. Le sue proposte erano pragmatiche e tecniche.

Il ballottaggio acquisì una connotazione che sin dai tempi coloniali fa da spartiacque sia nel Paese che nel resto del subcontinente: quella di una sfida tra gli interessi dei bianchi e privilegiati da un lato, e quelli delle masse indigene, meticce e povere dall’altro. Questa dicotomia portò la sinistra e le fasce popolari a votare contro Vargas Llosa e Fujimori vinse con il 62,4% dei voti.

Chi era Alberto Fujimori

Tuttavia, Fujimori non era né meticcio né cinese (a dispetto del soprannome): era nato a Lima nel 1938 da genitori immigrati quattro anni prima dal Giappone. I flussi dal Paese asiatico iniziarono nel 1899 e oggi si contano oltre 100.000 discendenti in Perù.

I discreti affari della famiglia Fujimori furono interrotti dallo scoppio della Seconda Guerra mondiale, quando il governo filostatunitense confiscò tutti gli averi dei giapponesi residenti nel Paese. Educato con dei forti valori legati al lavoro e all’auto-miglioramento, Alberto si laureò in ingegneria agraria. Continuò la sua carriera accademica e diresse alla fine degli anni Ottanta un programma televisivo che trattava di temi nazionali, grazie al quale si avvicinò a poco a poco alla politica.

La sfida terroristica

Dal 1980, il Paese visse un intenso periodo di conflitto interno, quando la formazione maoista Sendero Luminoso iniziò la lotta armata con l’obiettivo di instaurare uno Stato socialista in Perù. Nello stesso periodo, iniziò le sue rivendicazioni anche il Movimiento Revolucionario Tupac Amaru (MRTA), di ispirazione marxista-leninista e guevarista. Le forze di sicurezza rispondevano alle offensive di questi gruppi con altrettanta brutalità. In poco più di 10 anni, il conflitto causò quasi 70.000 morti e mise in ginocchio il Paese, che viveva nel terrore.

Il governo di Fujimori incentivò i comitati di autodifesa nelle comunità rurali per arginare il fenomeno dal basso e potenziò i gruppi paramilitari, veri e propri squadroni della morte che dichiararono una guerra spietata contro i terroristi e tutti coloro sospettati di collaborare. Furono responsabili di numerose violazioni dei diritti umani, che all’inizio vennero trascurate dinanzi ai successi ottenuti, come la cattura nel 1992 di Abimael Guzmán, fondatore e leader di Sendero Luminoso. L’estrema dipendenza della formazione dal culto della sua persona fece sì che il gruppo non sopravvisse al suo arresto.

Il tradimento delle politiche economiche

Due settimane dopo essere salito al potere, Fujimori applicò un programma neoliberale ortodosso per far fronte alla crisi economica. Il cosiddetto fujishock sorprese tutti, in quanto la campagna elettorale del presidente era stata basata in gran parte sulla critica di un programma analogo proposto da Vargas Llosa. Gli effetti immediati sulla popolazione furono pesantissimi. Tuttavia, poco tempo dopo l’iperinflazione si abbassò.

La svolta autoritaria

Forte dei primi successi ottenuti e frustrato dai lunghi negoziati con l’opposizione e con il legislativo, il 5 aprile 1992 Fujimori attuò un auto-colpo di stato con il sostegno dell’esercito. Annunciò in televisione l’instaurazione di un governo di emergenza e la sospensione della Costituzione. Da lì in poi i principali mezzi di comunicazione iniziarono a essere manipolati a seconda dei suoi interessi. L’esercito occupò il Congresso e tutte le sedi del legislativo, le nuove cariche furono affidate a persone di fiducia e le decisioni venivano ormai da Fujimori insieme a Vladimiro Montesinos, capo del Servizio d’Intelligenza Nazionale (SIN).

Per una popolazione stanca della politica tradizionale, il fujimorazo – nome con cui si identificò l’auto-golpe -, venne venduto come l’unico rimedio possibile per ristabilire l’ordine e riscontrò un forte sostegno interno. Le opposizioni arrivarono dalla comunità internazionale, le cui reazioni si placarono in seguito alla presentazione del piano per “tornare alla democrazia” tramite il progetto costituzionale. In realtà, iniziava la cooptazione delle istanze dello Stato e la nuova Costituzione dava a Fujimori ampio margine d’azione, oltre che la possibilità di essere rieletto. La rinomina arrivò nel 1995, battendo con quasi tre voti su quattro l’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite Javier Pérez de Cuéllar.

Il secondo mandato

Con la rielezione di Fujimori, l’autoritarismo era stato legittimato e le prime denunce del suo operato rimanevano disattese. Infatti, già nel 1992, la moglie di Fujimori, Susana Higuchi, denunciò i tre cognati per appropriazione indebita di fondi arrivati dal Giappone per sostenere programmi a favore delle fasce povere del Paese. Higuchi, oltre a passare all’opposizione contro il suo ex-marito, anni più tardi denunciò di essere stata vittima di tortura da parte delle forze armate dietro ordine dell’allora presidente.

Le denunce di violazione dei diritti umani si sarebbero fatte sentire sempre di più, soprattutto come uno degli effetti del piano di salute pubblica lanciato nel 1996 dal governo. Questo prevedeva, per ridurre la povertà, campagne di sterilizzazione, soprattutto tra le donne delle fasce più povere, ossia quelle delle zone rurali e in gran parte indigene. Molte sterilizzazioni risultarono essere forzate tramite pressioni, coercizione e incentivi sotto forma di alimenti. Inoltre, le operazioni venivano svolte in condizioni insalubri. Durante l’implementazione del piano, sono state sterilizzate all’incirca 340 000 donne e 24 000 uomini. Secondo i registri giudiziari, tra questi, almeno la metà sarebbero stati forzate.

La presa di ostaggi

Il momento più mediatizzato del secondo mandato fu la presa dell’ambasciata giapponese a Lima nel 1996, per mano del MRTA. Per oltre 4 mesi, i sequestratori tennero prigioniere 72 persone. Il presidente non cedette alle loro richieste e alla fine diresse da fuori l’ambasciata, tramite radiotrasmettitore e con un giubbotto antiproiettile, l’operazione di riscatto dei prigionieri. La morte di tutti gli attentatori sollevò molti sospetti, ma la maggior parte della popolazione festeggiò insieme al capo dello Stato, e per l’ultima volta, le sue imprese. Il giorno successivo, appariva in televisione nei luoghi del sequestro, con i cadaveri ancora lì. 

L’ultimo mandato

Dopo una campagna elettorale e un conteggio dei voti molto controversi, Fujimori venne rieletto presidente per la terza volta nel 2000, nel mezzo di proteste civili. Il suo sostegno popolare era in evidente declino. Innanzitutto, con gli anni divenne palese che gli enormi benefici generati dal nuovo modello economico non erano stati distribuiti in modo eguale tra la popolazione: ad arricchirsi oltremodo erano stati solo il presidente e la sua cerchia ristretta, mentre quasi la metà della popolazione era disoccupata. Inoltre, la celebrata vittoria sulle guerriglie era ormai datata.

Il 14 settembre, neanche due mesi dopo l’inizio del terzo mandato, venne diffuso un video in cui Montesinos consegnava 15.000 dollari a un deputato. Lo scandalo fu enorme e Fujimori si vide costretto a convocare nuove elezioni per l’anno successivo, alle quali non avrebbe partecipato. Successivamente, la giustizia peruviana scoprì che tra i tanti reati commessi, l’assessore del presidente era anche stato coinvolto in un traffico di armi verso le FARC colombiane, gruppi armati di ispirazione marxista-leninista: lo stesso tipo di formazione che aveva terrorizzato il Perù e la cui disfatta era merito anche di Montesinos stesso.

La fuga in Giappone

Il 13 novembre, Fujimori si recò in Brunei per partecipare all’VIII Vertice della Cooperazione Economica Asia-Pacifico. Dopo la conferenza, invece di tornare a casa, si diresse in Giappone. Da lì inviò un fax in cui annunciava le proprie dimissioni. Queste vennero rifiutate dal Congresso e ad aprile si tennero nuove elezioni, che sancirono la fine del periodo fujimorista.

Il Giappone accettò la permanenza di Fujimori nel Paese in quanto cittadino e non esisteva un accordo di estradizione con il Perù. Così, mentre nel Paese andino si raccoglievano le accuse contro l’ex-presidente ormai latitante, a Tokyo venivano pubblicate le sue memorie, lui partecipava alla vita delle élite giapponesi ed emetteva comunicati sulla sua volontà di tornare a governare in Perù. 

La parentesi cilena e le vicende giudiziarie

 Nell’ottobre del 2005 annunciava la sua candidatura presidenziale per aprile 2006 e a novembre atterrava a Santiago del Cile, dove venne arrestato dall’Interpol. Da lì iniziò un lungo processo tra Perù e Cile per la sua estradizione. L’imminente estradizione spinse Fujimori a tentare, invano, di essere eletto in una lista del Senato giapponese, per ottenere in tal modo l’amnistia. Nel settembre 2007, dopo 7 anni di latitanza, l’ex-presidente tornava in Perù, dove iniziarono i numerosi processi contro di lui. Alla fine venne condannato a 25 anni di carcere, ma da allora ha già ricevuto due volte la grazia per motivi di salute. La sua nuova messa in libertà a marzo 2022 ha riaperto ferite nella politica e nella società peruviana, compromettendo il fragile equilibrio dell’attuale governo.

L’eredità del fujimorismo

La figlia Keiko Fujimori è a capo del gruppo fujimorista dal 2006. Coinvolta in diversi scandali di corruzione, ad oggi è arrivata ben tre volte al ballottaggio, perdendo di pochissimo. 

Come lo è stato sin dalla sua prima apparizione nel 1990, il fujimorismo è ancora capace di polarizzare il Paese e di far cadere governi. Negli ultimi trent’anni, Alberto Fujimori ha contribuito più di chiunque altro a influenzare le vicende del Perù, che attraversa sin da allora una crisi istituzionale cronica.

Fonti e approfondimenti:

Chinochet”, Radio Ambulante, 26/11/2019

Betrò, “L’Altra America: Perù”, Lo Spiegone, 08/09/2018

Domínguez, “Recordemos el año 1990”, SER, 16/05/2021

García Montero, “La década de Fujimori”, América Latina Hoy, 06/2001

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