Ricorda 2002: Bush e l’asse del male

Riccardo Barelli - Remix Lo Spiegone - Eric Draper/Wikimedia Commons

Il discorso del presidente Bush sullo stato dell’Unione del 29 gennaio 2002 è passato alla storia come il discorso sull’”asse del male” successivo agli attacchi terroristici dell’11 settembre e all’invasione dell’Afghanistan dell’ottobre 2001. Questa espressione divenne un mantra negli ambienti neoconservatori negli anni della “lotta al terrore” e stava a indicare il collegamento tra il terrorismo internazionale e quegli Stati definiti “canaglia” poiché considerati conniventi con le entità terroristiche. Tre Paesi vennero identificati in questo asse del male: l’Iran, l’Iraq e la Corea del Nord, considerati una minaccia per la sicurezza nazionale statunitense. Fra questi, l’Iraq venne in seguito colpito, con un’escalation di eventi che portò gli Stati Uniti a impantanarsi in Medio Oriente.

Gli antefatti e l’attacco alle Torri Gemelle

Gli eventi dell’11 settembre vanno considerati come il principale antefatto di tale discorso. Lo sconvolgimento generale dovuto all’attacco sul suolo nord-americano generò la necessità per l’amministrazione di allora di dover rispondere sul campo con azioni dure e di forte impatto. Tuttavia, questo produsse disastri strategici, attacchi al diritto internazionale e situazioni difficili che avrebbero in seguito indebolito e colpito la politica estera statunitense nei successivi due decenni. Ma andiamo per gradi.

Segnali di una minaccia incombente prima dell’11 settembre ci furono già alla fine degli anni Novanta. In particolare, nel febbraio del 1993, quando un’autobomba esplose in un parcheggio sotterraneo dello stesso World Trade Center che sarebbe stato poi colpito nel 2001. L’attentato aveva lo scopo di far implodere le Torri Gemelle, ma l’esplosione non produsse danni alle strutture portanti. Tuttavia sei persone rimasero uccise e i feriti furono più di 1000. 

Nell’agosto del 1998 poi, vi furono due attentati ad opera di al-Qaida contro le sedi delle ambasciate statunitensi a Nairobi, in Kenya, e a Dar es Salaam, in Tanzania, ai quali l’allora amministrazione Clinton rispose con raid aerei contro presunte basi terroristiche in Sudan e Afghanistan.

Questi eventi, in seguito considerati premonitori, vennero tuttavia sottovalutati dall’intelligence statunitense, nonostante alcuni richiami giunti da diversi settori dei servizi segreti. Una qualsiasi possibilità di attacco in patria venne sottovalutata ed esclusa.

Questo fiino appunto all’11 settembre 2001, quando due aerei di linea statunitensi si schiantarono contro le Torri Gemelle di New York provocandone l’incendio e il rovinoso crollo. Un terzo aereo, carico di passeggeri, si schiantò invece sul Pentagono. Tutti e tre gli aerei vennero sequestrati e dirottati sui bersagli designati da kamikaze debitamente addestrati. Tutti i dirottatori erano provenienti da Paesi arabi e di alcuni di loro si accertò la militanza in al-Qaida, la stessa organizzazione che aveva colpito in Kenya e Tanzania in precedenza. La principale base operativa dell’organizzazione, ispirata dall’integralismo islamico, si trovava nell’Afghanistan dei Talebani. A capo di al-Qaida (“la base”, in italiano) c’era il miliardario saudita Osama Bin-Laden, uno degli eredi dell’omonima famiglia a capo della Saudi Binladin Group, multinazionale del settore edile molto vicina alla famiglia reale saudita.

Il trauma dell’Occidente e la risposta degli Stati Uniti

L’attentato al World Trade Center e al Pentagono colpì indubbiamente nel profondo il mondo occidentale causando un vero e proprio trauma, con le immagini riprese in diretta dello schianto di uno degli aerei e le migliaia di vittime civili. Per la prima volta gli Stati Uniti subirono un attacco sul continente nord-americano. Nel caos naturalmente derivato, la prospettiva di quello scontro di civiltà teorizzato per la prima volta da Samuel Huntington nel 1993, era spinta fortemente dall’ala politica dei neoconservatori. 

Il presidente George W. Bush, eletto poco tempo prima dopo la vittoria contro Al Gore, non era certamente apparso un politico di spessore e spesso si era caratterizzato da una debole capacità oratoria e un certo impaccio generale. Tuttavia, egli era affiancato da personalità forti e navigate all’interno della politica nazionale e l’amministrazione ritenne di dover reagire dichiarando una generica guerra al terrore (“war on terror”). Si fece quindi appello all’art. 5 del trattato Nord Atlantico chiedendo aiuto agli alleati e ponendosi l’obiettivo di catturare Bin Laden.

L’Afghanistan tuttavia si oppose alle richieste americane di consegnargli Bin Laden, il quale aveva rivendicato l’attacco alle Twin Towers. Col sostegno britannico, accordato da Tony Blair, gli Stati Uniti diedero quindi avvio nell’ottobre 2001 all’operazione Enduring Freedom, col supporto di una risoluzione dell’ONU. All’inizio del 2002, l’occupazione a guida americana fece passare Kabul e la maggior parte del territorio afgano sotto il controllo degli oppositori dei talebani, tuttavia Bin Laden e il leader talebano, il mullah Omar, trovarono rifugio tra il Pakistan e la frontiera afgana. L’occupazione dell’Afghanistan si prolungherà in seguito per un ventennio, lasciando gli Stati Uniti impantanati e alla fine obbligati ad una indecorosa ritirata dopo il fallimento dei piani di nation building.

Il pensiero e l’influenza neocon

Già dagli anni Ottanta il pensiero conservatore subì una frattura fra due fazioni e fu proprio Ronald Reagan a portare i cosiddetti neoconservatori al governo. Le parti erano sempre d’accordo su alcuni dei tradizionali pilastri del pensiero conservatore: l’individualismo, il libero mercato, la guerra a qualsiasi statalismo etc. Tuttavia, i neoconservatori, a differenza della componente più tradizionale concentrata su un certo isolazionismo e su quel modello di città sulla collina che aveva caratterizzato la nascita degli Stati Uniti, erano maggiormente favorevoli all’interventismo sul piano internazionale.

Se i primi neoconservatori, quelli della prima generazione restarono fuori dalla politica attiva, quelli di seconda generazione si ritagliarono uno spazio sempre più importante acquisendo esperienza nell’era Reagan per poi entrare nel governo di George W. Bush. Nel corso degli anni vennero fondati think tank e organizzazioni di pressione, di cui questa destra si servì per il suo assalto al potere. L’Heritage Foundation, il Project for the American Century, l’Hudson Institute e il Center for Security Policy sono alcuni esempi.

Di questi neocon di seconda generazione fanno parte Paul Wolfowitz, futuro vicesegretario della Difesa, il sottosegretario alla Difesa Michael Leden, l’ambasciatore all’ONU John Bolton e il membro del National Security Council per l’Africa Settentrionale Elliott Abrams. Ma i “pezzi da novanta” neocon dell’amministrazione Bush Jr. dell’epoca furono il segretario della Difesa Donald Rumsfeld, il vicepresidente Dick Cheney e la consigliera per la Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice, affiancati dal segretario di Stato Colin Powell che nel secondo mandato venne sostituito dalla stessa Rice.

Il manifesto del pensiero neocon fu un documento del 1992 noto come Defense Policy Guidance, scritto fra gli altri da Wolfowitz e Cheney, allora segretario alla Difesa dell’amministrazione Bush padre. Con tale documento si sosteneva il dominio assoluto degli Stati Uniti nel mondo post Guerra Fredda, la necessità di ostacolare ed evitare l’ascesa di ogni nazione ostile e si promuoveva l’utilizzo della guerra preventiva contro quegli Stati sospettati di produrre ordigni nucleari e armi di distruzione di massa. Per tutto il decennio i neocon proseguirono nell’elaborare queste teorie, basandosi sull’unilateralismo e la superiorità militare a stelle e strisce superando l’aiuto delle organizzazioni internazionali, con la volontà di ignorare il diritto internazionale.

Ricette che trovarono applicazione appunto durante gli anni dell’amministrazione Bush, con molti esponenti neocon che vi trovarono posto. Così, in seguito all’11 settembre, la lotta tra il bene e il male trovò la sua trasfigurazione nella realtà internazionale nello scontro tra gli Stati Uniti e gli “Stati canaglia”.

Il discorso sull’asse del male e l’invasione dell’Iraq

«Stati come questi, e i terroristi loro alleati, rappresentano un asse del male, che si arma per minacciare la pace nel mondo. Nel ricercare armi di distruzione di massa, questi regimi rappresentano una crescente e grave minaccia. Potrebbero fornire quelle armi ai terroristi, dando loro i mezzi per soddisfare il loro odio. Potrebbero attaccare i nostri alleati o tentare di ricattare gli Stati Uniti. In ogni caso, il prezzo dell’indifferenza sarebbe catastrofico».

Il brano qui sopra è un estratto del discorso sullo stato dell’Unione già citato nel paragrafo introduttivo. L’espressione “asse del male” divenne quindi uno slogan chiave poi più volte citato nel corso degli anni, una probabile fusione di riferimenti fra l’asse nazi-fascista, affrontato durante la Seconda Guerra Mondiale, e l’espressione di “impero del male” data da Reagan all’Unione Sovietica. Fra i Paesi, considerati parte di quest’asse, figurava l’Iraq, il quale divenne quindi un obiettivo dopo il mancato regime change nella Prima Guerra del Golfo. I rapporti fra Saddam Hussein, dittatore iracheno, e gli Stati Uniti non furono d’altronde mai particolarmente buoni, per usare un eufemismo.

Alla seduta plenaria cui Bush tenne il discorso,  alla quale partecipò anche l’allora nuovo presidente afghano Hamid Karzai, il presidente continuò dicendo che: «Quello che abbiamo trovato in Afghanistan conferma che, siamo lontani dalla fine, la nostra guerra contro il terrorismo è solo all’inizio». Appiglio al concetto di attacco preventivo teorizzato dai neocon. La decisione di invadere l’Iraq, secondo la pubblicistica, venne presa già all’inizio del 2002. Il pretesto era che l’Iraq disponeva di armi di distruzione di massa e chimiche e che aveva avuto rapporti di collaborazione con al-Qaida.

Le ispezioni avviate dall’ONU a partire dal novembre 2002 non portarono però a nulla e in Iraq non venne trovata alcuna arma di questo tipo. Tuttavia, nonostante le differenze di vedute con gli alleati europei e la spaccatura in seno alla NATO, gli Stati Uniti, col solo appoggio della Gran Bretagna decisero di bypassare l’ONU ottenendo l’autorizzazione all’attacco dal Congresso. Venne così aperta una breccia nel diritto internazionale con l’inizio dell’invasione nel marzo del 2003 senza passare dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e senza nessuna chiara risoluzione di appoggio.

Le ragioni dell’attacco possono essere varie. Per alcuni neocon, come Wolfowitz, l’eliminazione di Saddam favoriva la politica di Israele, di cui era notorio il loro strenuo appoggio. Per altri, come il vicepresidente Cheney, anche ragioni economiche furono poste sul tavolo, specialmente riguardanti l’industria petrolifera. Il vicepresidente tra l’altro, nel suo periodo fuori dalle istituzioni, era stato vicepresidente della Halliburton, multinazionale dell’impiantistica del settore petrolifero, e a lui stesso venne affidato il compito di elaborare un piano per lo sfruttamento del petrolio iracheno. L’amministrazione Bush decise comunque di esporsi molto a livello mediatico all’opinione pubblica con la questione dell’esistenza delle armi (mai trovate) di distruzione di massa, desiderosa di vendicare i morti di Ground Zero e giustificandosi con le efferatezze del dittatore iracheno. 

Il discorso di Bush è ora ricordato come una pietra miliare importante sulla via della guerra in Iraq, che come la guerra del Vietnam ha lasciato una lunga ombra sugli Stati Uniti. Sta di fatto che quella stagione per l’alto costo umano, economico e di immagine sul piano internazionale ha fortemente contribuito a polarizzare il dibattito interno, danneggiando inoltre le istituzioni internazionali.

 

Fonti e approfondimenti

Frum, David, The Enduring Lessons of the ‘Axis of Evil’ Speech, The Atlantic, 29/01/2022.

Glass, Andrew, President Bush cites ‘axis of evil,’ Jan. 29, 2002, Politico, 29/01/2019.

Mammarella, Giuseppe, 2016, Europa e Stati Uniti dopo la guerra fredda, Il Mulino, Urbino.

Sabbatucci, Giovanni, Vidotto, Vittorio, 2014, Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi, Editori Laterza, Bari.

Varsori, Antonio, 2018, Le relazioni internazionali dopo la guerra fredda – 1989-2017, Il Mulino, Bologna.

Wright, Lawrence, 2019, Le altissime torri, Adelphi, Milano.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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