Ricorda 1990: la Guerra del Golfo e il ruolo degli Stati Uniti

La Guerra del Golfo costituì la prima crisi delle relazioni internazionali nel mondo post Guerra Fredda ed è ritenuta da molti studiosi come un punto di non ritorno della presenza militare statunitense in Medio Oriente e, in modo particolare, del rapporto tra Stati Uniti e Iraq.

Ricordare questo conflitto è un passaggio fondamentale per comprendere l’intricata catena fattuale che da allora ha portato all’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel marzo 2003, definita anche come seconda Guerra del Golfo.

Nuove sfide internazionali per la futura potenza egemone

La crisi del Golfo Persico del 1990-91 ebbe luogo in una fase delicata della storia delle relazioni internazionali contemporanee. Solo pochi mesi prima che Saddam invadesse il Kuwait, infatti, la caduta del muro di Berlino aveva dato inizio, tanto in Europa quanto a livello globale, a un processo di cambiamento geopolitico e ideologico rivoluzionario.

Anche se la Guerra Fredda continuava a dominare il pensiero e la pianificazione strategica dell’amministrazione Bush, alla fine degli anni ’80 una serie di tendenze politiche che trascendevano il confronto Est-Ovest stava emergendo negli affari internazionali, tanto da configurarsi come possibili sfide alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. George H. W. Bush era particolarmente preoccupato per le emergenze provocate dai regimi di alcune regioni, in particolare in Medio Oriente, e le minacce non convenzionali che essi potevano rappresentare per la sicurezza e gli interessi internazionali, ma soprattutto degli Stati Uniti. Proprio per questo motivo egli ordinò, nel marzo 1989, di dedicare un’attenta valutazione su come l’acquisizione di armi a lungo raggio, testate chimiche, biologiche e nucleari, e altri sistemi avanzati da parte di Paesi come la Libia e l’Iraq avrebbero potuto minacciare gli interessi degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Con la National Security Review numero dodici la Casa Bianca ordinò una rivisitazione delle sfide che gli Stati Uniti avrebbero dovuto affrontare negli anni futuri proprio nella penisola del Golfo, dove il rischio di una proliferazione nucleare appariva allarmante.

Il rapporto tra Stati Uniti e Iraq alla vigilia della guerra

George H.W. Bush, che succedette a Reagan dal gennaio 1989, cercò di consolidare i rapporti con l’Iraq. Si trattava, come sempre, di contenere l’influenza sovietica sul Medio Oriente, anche se la Guerra Fredda entrava nella sua fase finale. Soprattutto, l’Iraq restava il migliore alleato contro l’Iran e poteva contribuire alla stabilità nella regione adottando una posizione moderata nei confronti di Israele. L’Iraq, inoltre, offriva anche un buon mercato commerciale per le esportazioni statunitensi, come sottolineava la presenza di una lobby irachena ormai molto attiva a Washington.

Le speranze statunitensi di una politica estera moderata da parte di Saddam furono però disattese. Egli, infatti, diede prova nei primi mesi del 1990 di un ritorno a una spiccata aggressività. Una serie di episodi videro l’Iraq coinvolto nell’importazione illegale di materiali militari che avevano un utilizzo nucleare, così come l’esecuzione da parte del regime di Saddam di un giornalista britannico di origine irachena sospettato di spionaggio. Contestualmente ci fu anche il discorso che Saddam pronunciò nell’aprile 1990 nel quale dichiarava di voler “bruciare metà Israele” con armi chimiche se quest’ultimo lo avesse attaccato con armi nucleari.

Hussein non dava quindi alcun segnale di voler diminuire le spese in materia di armamenti, denunciando inoltre gli Stati Uniti, che accusava di condurre una politica di occupazione in Medio Oriente. In risposta a tutti questi eventi, il Congresso degli Stati Uniti iniziò a riconsiderare la politica statunitense nei confronti dell’Iraq. Tuttavia, dall’ottobre 1989 fino all’invasione irachena del Kuwait nessun incontro del National Security Council fu organizzato per discutere dell’Iraq. Anzi, il 1 agosto 1990, il giorno prima dell’invasione, l’amministrazione Bush approvò la vendita di materiale militare statunitense per il governo iracheno in termini di 695 mila dollari. È evidente come gli Stati Uniti non avessero allora una chiara direttiva dei rapporti con l’Iraq. L’invasione irachena del Kuwait fu una sorpresa per Bush, nonostante alcune segnalazioni ricevute dalla CIA giorni prima.

La strategia statunitense nella guerra

Quando, il 2 agosto 1990, Saddam Hussein invase il Kuwait con le sue truppe, l’opinione prevalente all’interno della Casa Bianca era che gli Stati Uniti dovessero assumere una posizione di leadership nel determinare la risposta internazionale nei confronti dell’aggressione irachena. L’approccio di politica estera favorito dal presidente voleva perseguire, infatti, una soluzione all’interno di una cornice di cooperazione internazionale e, per questo, fu considerato di cruciale importanza che le iniziative diplomatiche e militari promosse dagli USA fossero sostenute da un’ampia coalizione internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Dal punto di vista militare, la dottrina statunitense che guidò le operazioni fu la così detta “Powell-Weinberger”, dal nome di Colin Powell (allora a capo del Joint Chiefs of Staff) e Caspar Weinberger (segretario alla Difesa dell’amministrazione Reagan) che la elaborarono alla fine degli anni Ottanta. Secondo questa dottrina, nata soprattutto in chiave di lettura e risoluzione degli errori commessi in Vietnam, la forza militare statunitense avrebbe dovuto essere utilizzata solo per casi specifici e necessari, dando dei tempi certi alla durata del conflitto, entro i quali i militari statunitensi sarebbero dovuti essere riportati a casa. Gli obiettivi di ogni conflitto sarebbero dovuti essere chiari e le regole di ingaggio e combattimento molto stringenti: solo in questo modo la vittoria sarebbe stata certa. Questa dottrina sottolineava l’appoggio indispensabile dell’opinione pubblica statunitense alla guerra, senza il quale, da allora, gli Stati Uniti non avrebbero intrapreso alcun conflitto. Questo modello fu applicato alla lettera durante la Guerra del Golfo.

La fase iniziale della guerra fu lanciata dagli Stati Uniti con Instant Thunder, operazione aerea di bombardamenti che divenne un vero e proprio spettacolo mediatico, in cui vennero messe in risalto le abilità strategiche e tecnologiche dell’esercito USA. Dopo il primo mese dall’inizio dell’operazione Desert Shield, la battaglia divenne terrestre prendendo il nome di Desert Storm e mirava non solo alla liberazione del Kuwait, ma anche alla distruzione delle truppe corazzate della Guardia repubblicana, l’élite dell’esercito iracheno, considerata uno dei pilastri del potere interno di Saddam. L’esercito iracheno era considerato allora uno degli eserciti più potenti del mondo, quindi i generali statunitensi si aspettavano una lunga durata del conflitto. In realtà non fu così: l’Iraq infatti, piegato dalla precedente guerra con l’Iran durata otto anni, fu rapidamente sconfitto dalla coalizione internazionale a guida statunitense. Sebbene la guerra del Golfo possa essere considerata un successo come operazione volta alla liberazione del Kuwait e punizione di una violazione del diritto internazionale come quella irachena, Desert Storm non riuscì a raggiungere una serie di obiettivi fondamentali per gli USA, come la completa neutralizzazione della minaccia regionale rappresentata dal regime di Baghdad. Di conseguenza gli Stati Uniti furono costretti a lasciare un consistente numero di forze militari schierate nel Golfo, una decisione che i Paesi arabi non presero bene.

La fine del conflitto lasciò aperti dei compromessi, primo fra tutti il desiderio da parte di alcuni esponenti dell’amministrazione Bush di eliminare il regime di Saddam. Il presidente fu però subito contrario a questa ipotesi e scelse di continuare a contenere e controllare Saddam: rimuoverlo dal potere sarebbe stato un salto nel buio mai consentito dall’ONU.

Fonti e approfondimenti:

Freedman Lawrence & Karsh Efraim, The Gulf conflict 1990-1991, (Londra: faber and faber, 1993)

James Gow, Iraq, the Gulf conflict and the world community, (Regno Unito: Brassey’s editions, 1993).

Richard N. Haass, War of necessity, War of choice: a memoir of two Iraq Wars , (New York: Simon & Schuster, 2009).

Diego Pagliarulo, Who can Harness History?Americas Quest for World Order, the Gulf Crisis and the Making of the Post-Cold War Era. Tesi di dottorato in studi europei e internazionali, Università degli Studi Roma Tre, anno accademico 2010-2011.

 

Grafica: Marta Bellavia – Instagram: illustrazioninutili_

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