Negli ultimi mesi, i mass media hanno spesso riportato la roboante retorica di Recep Erdogan rispetto alla guerra israelo-palestinese.
La politica estera della Turchia tuttavia è molto meno partigiana di quanto le dichiarazioni potrebbero lasciare intendere. Anzi, la scelta di Ankara è quella di provare a ritagliarsi il ruolo di mediatrice nei conflitti della regione, secondo un approccio fortemente orientato al pragmatismo.
Un passo indietro
Nel 1949, la Turchia riconosce lo Stato di Israele. Si tratta del primo Paese a maggioranza musulmana a compiere questo passo, dovuto all’eredità kemalista nella politica estera del Paese. Fin dagli albori, la politica estera della Repubblica turca è improntata al dialogo con l’Occidente e alla neutralità nei conflitti mediorientali.
Tuttavia, la crisi del canale di Suez (1956) determina una prima frattura nei rapporti tra Ankara e Tel Aviv. Una frattura che si amplia ulteriormente quando, dopo le guerre del 1967 e 1973, la Turchia si schiera sempre di più dalla parte del mondo arabo, accusando Israele di violare i diritti dei palestinesi e riconoscendo la legittimità dell’OLP.
Turchia e Israele si riavvicinano poi negli anni Ottanta, quando diversi attacchi terroristici vengono strumentalizzati dai militari per portare a termine il terzo colpo di stato nel Novecento. La politica di repressione avviata dai militari colpisce anche le organizzazioni palestinesi, accusate di aver avuto un ruolo negli attentati.
L’era di Erdogan, tra Israele e Palestina
L’ascesa politica di Erdogan alla fine degli anni Novanta inaugura una nuova fase. L’operazione “Piombo fuso” delle IDF porta a un congelamento dei rapporti diplomatici, mentre la Turchia aumenta il proprio sostegno alla causa palestinese e a Hamas. Sostegno che aumenta dopo il 2014, quando Ankara invita l’organizzazione ad aprire degli uffici politici nel Paese.
La vicinanza ideologica con Hamas ne ha fatto l’alleato prediletto nel conflitto. Allo stesso tempo, dopo la crisi economica del 2018, la Turchia ha riaperto strategicamente le relazioni con Israele con diversi partenariati commerciali. Nonostante la retorica dura e di condanna nei confronti dei crimini israeliani, Erdogan continua oggi a giocare in due staffe, sperando di ritagliarsi lo stesso ruolo di mediatore che lo vede protagonista nel conflitto russo-ucraino.
Fonti e approfondimenti
Andrew Wilks, “Is Turkey uniquely positioned to mediate between Palestinians and Israel?”, Al-Jazeera, 22 ottobre 2023
Efraim Inbar (2005), “The Resilience of Israeli–Turkish Relations”, Israel Affairs, 11:4, 591-607, DOI: 10.1080/13537120500233664
Gallia Lindenstrauss and Süfyan Kadir Kıvam (2014), “Turkish-Hamas Relations: Between Strategic Calculations and Ideological Affnity”, Strategic Assessment, n°2, Vol. 17.
Mohammed Alsaftawi (2017), “Turkish policy towards Israel and Palestine: Continuity and change in the relations of the TurkishPalestinian-Israeli triangle under the rule of the Justice and Development Party (AKP) (2002-2016) “, Universiteit Gent Press.


