L’Alleanza degli Stati del Sahel: un peso crescente nella regione

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Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Il 6 luglio 2025 si è celebrato un anno dalla creazione della Confederazione degli Stati del Sahel. Un passaggio che ha ampliato e rafforzato gli obiettivi dell’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), istituita il 16 settembre 2023 da Mali, Burkina Faso e Niger.

A seguito di colpi di stato, infatti, le giunte militari di questi tre Paesi avevano rotto con la Comunità economica dell’Africa occidentale (Ecowas), l’organizzazione regionale, e dichiarato la nascita dell’Aes. L’intento era difendersi militarmente da percepite ingerenze neocoloniali degli Stati stranieri (soprattutto occidentali) e dell’Ecowas (definita il loro “burattino”) e sostenersi reciprocamente nella lotta al terrorismo.

Con la Confederazione, i tre Paesi hanno fatto un passo ulteriore, istituendo un patto politico oltre che militare, con un forte focus sullo sviluppo socioeconomico dei membri, che si collocano tutti ai gradini più bassi dell’Indice di sviluppo umano.

Questo approccio mira a rafforzare la fiducia della popolazione nello Stato, riducendo il rischio che si rivolga a gruppi armati o terroristici. A tal proposito, il presidente del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, ha dichiarato: «Abbiamo ritenuto necessario ampliare l’architettura dell’Aes. L’unione attuale deve consentirci di agire anche in settori come finanza, economia, infrastrutture, sanità ed educazione».

I colpi di stato in Mali e Burkina Faso

La nascita dell’Aes, dunque, si inserisce nel contesto dei colpi di stato che, tra il 2020 e il 2023, hanno interessato diversi Paesi del Sahel. Tutti i golpe sono stati accomunati da medesime motivazioni di natura politica e ideologica.

Di fronte all’incapacità delle autorità nazionali e della comunità internazionale di contenere la minaccia jihadista nel nord del Mali, il 18 agosto 2020, il Paese ha inaugurato la stagione di colpi di stato nella regione. Infatti, la missione Minusma delle Nazioni Unite, l’operazione francese Barkhane, il coordinamento regionale G5 Sahel e le iniziative di sicurezza locali si erano rivelate tutte inefficaci. Riflettendo i limiti di un intervento internazionale progettato e guidato su una linea euroatlantica.

Il 24 maggio 2021 poi, il colonnello Assimi Goïta ha compiuto un “colpo di stato nel colpo di stato”. Già protagonista del golpe del 2020 – che aveva deposto il presidente Ibrahim Boubacar Keita – Goïta era stato nominato vice del presidente di transizione Bah Ndaw. Ma, insoddisfatto dalle politiche (soprattutto securitarie) intraprese dalla nuova leadership, un anno dopo, ha assunto il pieno controllo dello Stato maliano, autoproclamandosi presidente.

Una dinamica analoga si è verificata in Burkina Faso, con due colpi di stato nel 2022 (gennaio e settembre). Entrambi sono stati giustificati dai militari con l’incapacità del governo di arginare la minaccia jihadista, presente in ampie zone del Paese.

A prendere il potere è stato Ibrahim Traoré, diventato – a 34 anni – il più giovane capo di Stato al mondo. In un clima di insicurezza e sfiducia generalizzata, la popolazione ha accolto favorevolmente l’avvento dei militari, ritenendo inefficace la precedente leadership democratica sul piano della sicurezza.

Il colpo di stato in Niger

Ma l’evento cruciale, che ha decretato una svolta nelle dinamiche politiche del Sahel occidentale, è stato il colpo di stato in Niger tra il 26 e il 28 luglio 2023.

Il golpe ha portato all’arresto di Mohamed Bazoum, presidente eletto democraticamente nel 2021 e già vittima di un tentato colpo di stato pochi giorni prima del suo insediamento. Al potere, si è installata la giunta militare del Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria, guidata dal generale Abdourahamane Tchiani. Anche in questo caso, fattori come l’instabilità politica, la debolezza istituzionale e la crescente minaccia jihadista hanno giocato un ruolo decisivo, permettendo ai militari di giustificare la propria salita al potere.

Il dilagare dei colpi di stato nella regione ha favorito l’ascesa russa, soprattutto in ambito militare. Nel frattempo, dopo il golpe in Niger – che era rimasto uno degli ultimi avamposti occidentali nel Sahel contro l’avanzata di Mosca – l’Ecowas ha imposto dure sanzioni.

Sulla scia di quelle già gravanti su Mali e Burkina Faso e della loro sospensione dall’organizzazione regionale, l’Ecowas ha chiuso le frontiere anche con il Niger, sospeso i voli commerciali, bloccato le transazioni finanziarie e congelato gli asset di Niamey. Ha persino valutato l’ipotesi di un intervento militare.

La nascita dell’Aes

Di fronte alla minaccia di un intervento militare da parte dell’Ecowas per ristabilire l’ordine costituzionale in Niger, Burkina Faso e Mali hanno espresso solidarietà al nuovo governo di Niamey.

Il 16 settembre 2023, i tre Paesi hanno formalizzato la nascente cooperazione con la firma della Carta di Liptako-Gourma, che ha istituito l’Aes. Fondata sui principi di difesa collettiva, assistenza reciproca e rispetto della sovranità, la Carta stabilisce che ogni aggressione contro uno dei membri dell’Alleanza è un attacco a tutti, prevedendo una risposta comune.

Le sanzioni imposte dall’Ecowas, il paventato intervento militare della stessa organizzazione, la fallimentare presenza francese e i mutamenti negli assetti geopolitici regionali hanno esercitato una notevole pressione politica, militare, economica e ideologica sui Paesi del Sahel. Questa pressione esterna ha rappresentato il catalizzatore dell’atto fondativo dell’Aes.

La creazione dell’Aes ha scongiurato un intervento militare dell’Ecowas, ma non è bastata a proteggere il Niger dalle conseguenze economiche delle sanzioni internazionali.

Secondo la Banca Mondiale, il Pil nominale del Paese, cresciuto dell’11,9% nel 2022, ha subito un netto rallentamento nel 2023, fermandosi al 2,5%. Anche la situazione del debito pubblico è peggiorata. Nel 2024, Moody’s ha declassato il rating sovrano del Niger da stabile a negativo, segnalando un rischio di insolvenza significativamente maggiore e rendendo più difficile l’accesso al credito per il Paese saheliano.

Nel frattempo, Mali, Burkina Faso e Niger sono andati ancora oltre. Il 28 gennaio 2024, hanno annunciato congiuntamente il ritiro dall’Ecowas, denunciando le “sanzioni disumane”, cui erano soggetti. Nonostante diversi tentativi di mediazione, soprattutto di Senegal e Ciad, e la successiva revoca delle sanzioni per motivi umanitari, i tre Paesi hanno confermato l’uscita dall’organizzazione nel 2025. La crisi ha segnato una sconfitta politica per la linea dura inizialmente adottata dall’Ecowas.

L’Aes nello scacchiere globale

Interagendo con dinamiche regionali e globali, il golpe in Niger ha rappresentato un punto di svolta nel processo di frammentazione e polarizzazione dell’Africa occidentale, già avviato dai precedenti colpi di stato in Mali e Burkina Faso.

Ma a determinare l’andamento di questa frattura non sono stati solo gli attori locali. In un contesto sempre più multipolare, il ruolo delle potenze extra-africane si è rivelato decisivo, tra interessi geopolitici, logiche di sicurezza e strategie di riposizionamento internazionale. In prima fila Francia, Stati Uniti e Russia, seguiti da Cina, Iran, Emirati Arabi Uniti e, più in ombra, anche dall’Italia.

La Francia, negli ultimi anni, ha progressivamente perso ogni avamposto militare in Africa occidentale, vedendo il tramonto della Françafrique e del suo storico ruolo nel Sahel. Dopo l’espulsione dei militari francesi dal Mali (2022) e dal Burkina Faso (2023), il ritiro forzato dal Niger nel dicembre 2023 ha rappresentato il culmine di questo processo. Proseguito poi con lo smantellamento delle basi in Senegal, Costa d’Avorio e Ciad tra la fine del 2024 e il 2025. 

Anche gli Stati Uniti nel 2024 hanno abbandonato le proprie installazioni militari in Niger (circa 1.000 elementi distribuiti tra le basi di Niamey e Agadez). Il ritorno alla Casa Bianca di Trump – che nel 2018 aveva definito questi Paesi “shithole countries– ha accelerato il disimpegno americano, con la chiusura di numerosi programmi di cooperazione e un minor interesse per la regione saheliana.

L’Italia invece ha ricoperto a lungo un ruolo marginale e subordinato nella regione. Tuttavia, questa posizione defilata le ha permesso di essere percepita dalle forze locali come un attore meno intrusivo. Ancora oggi, l’Italia mantiene una presenza con una missione militare che contribuisce alla formazione delle forze di sicurezza locali impegnate a contrastare il jihadismo.

L’ascesa di Cina, Russia e Medio oriente

Nel vuoto lasciato dal ritiro occidentale, Russia e Cina hanno consolidato la loro presenza nel Sahel occidentale con strategie diverse ma complementari.

Mosca ha stabilito legami diretti con le giunte militari di Mali, Burkina Faso e Niger, offrendo supporto militare senza imporre condizioni politiche.

Inizialmente questo compito è stato svolto unicamente dai mercenari del Gruppo Wagner. Dopo il loro ridimensionamento, seguito alla morte del leader Evgenij Prigožin e al fallito ammutinamento del 2023, le attività del Gruppo sono state in parte assorbite dagli Africa Corps, corpo paramilitare statale che risponde direttamente al ministero della Difesa russo. Questo approccio, unito a una retorica antioccidentale e anticoloniale, ha fatto presa sulle élite militari locali, rafforzando l’immagine della Russia come alleato strategico.

Pechino punta invece su una cooperazione economico-commerciale, mantenendo la propria influenza attraverso investimenti e infrastrutture.

Anche gli attori mediorientali si stanno muovendo per colmare il vuoto lasciato dalle potenze occidentali. L’Iran ha avviato un dialogo strategico con la giunta del Niger, rafforzando la cooperazione soprattutto sul piano militare, con l’obiettivo di affermarsi come nuovo attore di peso nel complesso scacchiere saheliano.

Ancora più incisivo è l’attivismo degli Emirati Arabi Uniti, che stanno sviluppando una rete di partnership bilaterali in Africa occidentale, combinando assistenza economica e supporto militare. Abu Dhabi mira a ritagliarsi un ruolo di garante della stabilità e dello sviluppo, proiettando la propria influenza in una regione che assume crescente rilevanza anche per gli equilibri del Golfo persico.

Vista la sua centralità energetica e strategica, l’Africa occidentale è infatti diventata uno snodo cruciale e un nuovo teatro di competizione tra i paesi del Golfo. I quali sono intenzionati a rafforzare la propria presenza nella regione attraverso relazioni economiche e commerciali sempre più strette.

 

Fonti e approfondimenti

Africa Center for Strategic Studies, “Understanding Burkina Faso’s Latest Coup”, 28/10/2022

Africanews, “Le Burkina, le Mali et le Niger scellent la Confédération des États du Sahel”, 13/08/2024

Al Jazeera, “Assimi Goita: Mali’s army commander who seized power twice”, 07/06/2021

Bancherau, Mark, “Wagner Group leaving Mali after heavy losses but Russia’s Africa Corps to remain”, Associated Press, 06/06/2025

BBC, “Mali names coup leader Col Assimi Goïta as transitional president”, 29/05/2021

Châtelot, Christophe, “Au Niger, la junte joue la division entre la France et les Etats-Unis”, Le Monde Afrique, 15/08/2023

Demuynck, Méryl; Bohm, Mathis, “Unravelling the Niger coup and its implications for violent extremism in the Sahel”, International Centre for Counter-Terrorism, 04/08/2023

FX Empire. Niger Credit Ratings

Raineri, Luca, “Niger: cosa è cambiato a un anno dal golpe”, ISPI, 24/09/2024

Taylor, Adam, “West African bloc says it is ready for ‘D-Day’ intervention in NigerThe Washington Post, 18/08/2023

World Bank Group Data. GDP growth, Niger.

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