Silenzio stampa dall’Est Europa

Quando si parla della libertà d’espressione la si presuppone come norma per ogni Paese che abbia la matrice democratica. Effettivamente la libertà dell’opinione pubblica è uno degli indici per misurare il grado di democraticità di uno Stato. Molti sono però oggigiorno quei membri dell’Unione Europea che non hanno raggiunto una soddisfacente posizione al riguardo. In particolare sono gli ex-Stati satelliti dell’Unione sovietica che continuano a mantenere una matrice al quanto illiberale rispetto alla pubblica opinione.  Questi paesi hanno, abbandonato il sistema economico collettivista per passare ad economie di mercato, ma, allo stato attuale, nella maggior parte di loro vigono ancora sistemi politici illiberali che non garantiscono le libertà ed i diritti così come definiti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU.

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La libertà di stampa è una delle garanzie dello stato di diritto che garantirebbe ai cittadini la libertà di espressione. Tale diritto è spesso oltraggiato con molta facilità grazie gi stessi meccanismi istituzionali. Paesi come la Polonia, l’Ungheria, e molti altri che hanno visto la loro indipendenza dopo il crollo del gigante sovietico, hanno fatto parte attiva della terza ondata di democratizzazione, come affermato da Samuel Huntington, iniziata nel 1974, che si è propagata grazie al crollo del regime. Ciò però non ha fermato in alcuna maniera le ondate di reflusso che nell’area interessata, dal 1993, hanno portato le diverse neonate democrazie a svolte illiberali se non autoritarie.

Russia

Partendo dalla stessa Federazione Russa, dove lo sviluppo capitalistico ha portato all’inizio del 1991 migliaia di non professionisti nel settore dei mass media producendo il deterioramento dello stesso.  Con l’arrivo di Putin al potere (2000), il volto della Russia mutò energicamente. L’introduzione delle condizioni restrittive durante il processo di stabilizzazione interna hanno portato alla realizzazione di una verticale del potere, instaurazione di una democrazia guidata, limitazione delle libertà politiche, civili e democratiche, nonché di quelle legate ad un’informazione indipendente e libera. In certi casi, i giornalisti russi furono incarcerati (Boris Stomachin), rapiti dalle forze federali (Andrej Babickij), o finanche assassinati (Anna Politkovskaja).

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L’80% di tutta la stampa era in possesso dello Stato. Grandi compagnie come Gazprom-Media, con stretti legami con il Cremlino, s’impadronirono di media e social network, case editrici e società tipografiche, attivando il processo di monopolizzazione dell’informazione da parte dello stato. Gli emendamenti apportati nel giugno 2012 alla legge federale sulle riunioni hanno introdotto procedure d’approvazione eccessivamente gravose. Manifestazioni sono state regolarmente vietate o disperse in modo illegale. Il ritorno del reato penale di diffamazione inibisce critiche legittime nei confronti del governo e dei pubblici ufficiali. La Russia è stata attualmente classificata al 148simo posto tra i 180 paesi nel 2016 World Press Freedom Index di RSF. Dalla seconda rielezione di Putin. Inoltre sono stati approvati una serie di emendamenti alla “legge sull’informazione”, che permetteva di creare una lista nera sul web, sostenuta formalmente con la  scusa della lotta alla pedo-pornografia e i crimini on-line.

Il pacchetto di nuove leggi contro il terrorismo, ed i correttivi previsti al codice penale con Legge Federale del 6 luglio 2016 si estende il controllo delle comunicazioni di rete. Tale complesso di norme comporta una lesione dei diritti fondamentali soprattutto in riferimento alla libertà di aggregazione e di associazionismo. Il Cremlino controlla l’agenda principale della stampa nazionale e grazie all’azione progressiva di nazionalizzazione delle fonti di informazione dal lontano dicembre 1991 (redatta l’anno scorso) rischia di divenire più solida. In base a questa legge adottata dalla Duma di Stato si è vietato agli investitori stranieri di possedere più del 20% di tutte le attività dei media nel Paese.

Ungheria

Nonostante la maggior parte dei dell’ex blocco orientale ha aderito all’Unione europea nel 2004 (con la Romania e la Bulgaria con tre anni di ritardo), l’Unione europea ha iniziato a valutare gli aspetti critici della libertà di espressione in quei stati membri solo attorno al 2012. Un chiaro esempio di una tale trascuratezza è il caso dell’Ungheria. Il governo ha fatto una serie di modifiche al sistema di regolarizzazione dei media in questi ultimi anni. La vicenda ha inizio nel 2010, quando il partito conservatore Fidesz ha utilizzato la supermaggioranza parlamentare per passare una serie di leggi che hanno rafforzato il controllo del governo nel settore della regolamentazione della stampa e dei media . Il 2 febbraio 2016 la Corte europea dei diritti umani (organo del Consiglio d’Europa) ha condannato l’Ungheria per violazione della libertà d’espressione, secondo l’articolo 10 della Convenzione europea sui diritti umani.cattura-artA cominciare dalla nuova Costituzione che prevedeva un ‘trattamento speciale’ per i giornalisti e le realtà ‘politicamente squilibrate’, nel 2012 è stata costituita una apposita Commissione di vigilanza. Appena insediata aveva emesso dei provvedimenti che avevano portato alla rimozione di due giornalisti, licenziati perché dissenzienti, e alla chiusura di una radio scomoda. Un unico ente, inoltre, ha il controllo sull’attività delle telecomunicazioni: il National Media and Infocommunications Authority (NMHH), il leader dei quale presiede anche il Media Council composto da cinque persone  che hanno il compito di regolamentare  i contenuti; i membri del Consiglio sono eletti a maggioranza dei due terzi in parlamento. La legge dà al capo del Media Council il diritto di nominare i direttori esecutivi di tutti i mezzi pubblici.

Il ricorso contro il governo di Budapest era stato portato ai giudici di Strasburgo dalla Magyar Tartalomszolgáltatók Egyesülete (MTE). La Corte europea ha condannato l’Ungheria per aver multato due siti internet in seguito alla pubblicazione di commenti offensivi, ma era solo l’inizio. A ottobre del 2016 è stato chiuso in Ungheria il quotidiano liberale Nepszabadsag, considerato la più autorevole voce critica del governo Orban. L’editore, la società Mediaworks, filiale di un’impresa austriaca, Vienna Capital Partners (CVP) in una nota ha parlato di perdite permanenti del giornale, che però non hanno potuto in alcun caso mascherare la pressione del Primo Ministro Viktor Orbán sull’unica voce di opposizione rimasta nel Paese. La soppressione del giornale rappresenta un’ulteriore spallata alla libertà di stampa in Ungheria.

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Polonia

Nella vicina Polonia il governo sta promuovendo una ri-polacchizzazione della stampa, seguendo l’esempio ungherese. Tale politica è promossa dai leader del PiS, acronimo che sta per “Diritto e Giustizia”, il partito che a ottobre ha stravinto le elezioni nazionali polacche. Nelle prime settimane di insediamento il nuovo governo ha modificato alcune leggi che stabiliscono il funzionamento della radio e delle tv nel Paese. Il nuovo esecutivo ha nominato i nuovi vertici della televisione e della radio pubbliche, licenziato alcuni giornalisti molto noti e chiuso alcuni programmi tv considerati critici nei confronti del nuovo establishment. Sono stati stravolti i regolamenti per quanto riguarda l’assunzione ed il licenziamento dei giornalisti: il responsabile di tale incarico ora è il Ministro del Tesoro. In questo modo il governo ha di fatto la possibilità di scegliere, assumere o licenziare i manager delle emittenti pubbliche. Comprensibilmente il nuovo modello di controllo ha suscitato la preoccupazione dell’Unione europea. L’European Broadcasting Union (Ebu) ha chiesto al Presidente polacco Andrzej Duda di non firmare il nuovo pacchetto. Si aggiungono alla stessa posizioni le voci del Parlamento europeo che ha dibattuto le scelte del governo di Varsavia riguardo i media e ha per la prima volta dato inizio a una procedura di supervisione.

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Ignorando una lettera di preoccupazione da parte dell’Unione Europea, il Parlamento eletto in ottobre 2015, ha approvato nel mese di dicembre dello stesso anno una nuova legge sui “media nazionali”. Tale potrà pone dei seri limiti al poteri del Consiglio radiotelevisivo nazionale (KRRiT). Nel mese di novembre la KRRiT ha annullato la licenza di trasmissione della radiotrasmittente di Varsavia, Radio hobby con l’accusa di propaganda.Tale trasmetteva la programmazione in lingua polacca della russa Radio Sputnik.

Il diritto all’informazione in Polonia è tutelato dall’articolo 61 della Costituzione e la legge sull’accesso alle informazioni pubbliche. Un rapporto del 2013 Polish Open Coalition ha trovato un certo numero di problemi con l’attuazione della legge, tra cui l’applicazione incoerente tra i diversi enti governativi, ritardi di elaborazione ingiustificati, e le interpretazioni vagamente regolamentati di ciò che costituisce l’informazione pubblica.000_6y7s7-1-768x400

Nel 2013, il Parlamento europeo ha stanziato un budget per un programma pilota per valutare i rischi che corre il pluralismo dei media in vari Stati membri. La responsabilità per l’attuazione del Media Pluralism Monitor (MPM) è stato assegnato al Centre for Media Pluralism and Media Freedom (CMPF), che ha selezionato Belgio, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Francia, Grecia, Ungheria, Italia e Regno Unito, come case study per il progetto. La ricerca ha selezionato una gamma di diversi aspetti dei media, compreso l’analisi del controllo ed il livello di interferenza politica nel mercato dei media. Nel valutare garanzie regolamentari per la divulgazione politica equa, equilibrata e imparziale dei canali radio e televisivi, la Bulgaria e l’Ungheria sono state entrambi considerate come Paesi “ad alto rischio“. Nell’esame delle garanzie regolamentari contro un’alta concentrazione di proprietà o controllo sui media, l’Ungheria è stato l’unico paese ad essere considerati “ad alto rischio”. La parte concernente la valutazione della indipendenza editoriale, l’Ungheria ha di nuovo avuto il traguardo.

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FONTI:

  1. http://www.occhidellaguerra.it/liberta-di-stampa-polonia-come-ungheria/
  2. https://www.euractiv.com/section/languages-culture/opinion/media-freedom-and-plurality-is-struggling-in-eastern-europe/
  3. http://www.fairobserver.com/region/europe/media-freedom-former-soviet-union/
  4. https://rsf.org
  5. https://freedomhouse.org

 

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