Is there life after Brexit? Lo scenario del WTO

No deal is better than bad deal, con questo motto i sostenitori di una Hard Brexit sostengono le ragioni di una traiettoria il più possibile discontinua rispetto al passato da intraprendere nel post-Brexit. Tuttavia il tassello più radicale del composito mosaico di ipotesi legate all’uscita del Regno Unito sembra aver perso progressivamente supporto pubblico col proseguire del negoziato con Bruxelles.

Ad aggravare il tutto ha contribuito certamente un documento che traccia i possibili scenari post-Brexit. Le prospettive non sono confortanti: si va da un impatto negativo del 2% sul PIL nel caso in cui il Regno Unito rimanesse nello Spazio Economico Europeo (SEE), al 5% qualora firmasse un Accordo Economico Commerciale e Globale (CETA) sul modello del Canada, all’8% nel caso di “hard Brexit” e applicazione delle regole WTO.

World Trade Organization: le regole del gioco

In assenza di una accordo il Regno Unito si troverebbe a commerciare con l’UE secondo le regole del WTO, così come attualmente fanno Stati Uniti e Cina.

L’Unione Europea rappresenta per il Regno Unito il 44% dell’export e il 53% dell’import, a livello complessivo gli scambi UK-EU sono pari a 3,2 volte quelli tra UK-USA (suo secondo partner commerciale). Per quanto riguarda il prodotto interno lordo le esportazioni britanniche verso il continente costituiscono il 12% del suo PIL (mentre per l’Unione Europea le esportazioni verso il Regno Unito rappresentano il 3%)

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Merci e servizi

Ogni stato membro aderente all’Organizzazione applica le stesse tariffe a tutti gli altri stati, tranne nel caso in cui esista un trattato con uno o più paesi. Principio fondamentale su cui si basa il WTO è quello della “nazione più favorita”: le condizioni applicate al paese più favorito (vale a dire quello cui vengono applicate il minor numero di restrizioni) sono applicate incondizionatamente a tutte le nazioni partecipanti. In questo contesto non ci sarebbe dunque un accordo preferenziale del Regno Unito con l’Unione Europea e quest’ultima applicherebbe al primo, come fa con qualsiasi altro stato non membro, la tariffa esterna comune sulle importazioni.

Nello specifico il settore dei servizi sarebbe colpito ancora più duramente, in quanto il General Agreement on Trade in Services (GATS) offre meno possibilità di accesso a mercati stranieri per il comparto dei servizi. In sostanza le società prestatrici di servizi ad esempio finanziari, legali o di consulenza si troverebbero discriminate rispetto alle società continentali.

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Il Regno Unito sarebbe molto esposto su questo settore: basti pensare che nel 2015 l’apertura commerciale, misurata in base alla somma di export e import rapportati al PIL, era di 0,57, rispetto allo 0,28 degli Stati Uniti e allo 0,86 della Germania. I servizi costituiscono il 40% delle esportazioni britanniche nel continente.

Normativa

Le tariffe doganali costituiscono uno dei problemi immediatamente visibili, ma un problema maggiore è costituito dalle “barriere non tariffarie”. In concreto parliamo di una incalcolabile mole di norme sui prodotti e suoi servizi che possono circolare all’interno dell’unione. Difficili da calcolare in funzione di una stima del loro impatto sull’economia britannica post-brexit, queste normative potrebbero continuare a condizionare pesantemente l’economia del Regno Unito.

Pensiamo ad esempio al ritorno di contolli alle frontiere o controlli di qualità e di rispetto della normativa su un dato prodotto, tutto ciò non avveniva alle merci e ai servizi inglesi grazie al principio del “mutuo riconoscimento” o ad armonizzazioni legislative. In ambito WTO con il venire meno di questi vantaggi le merci inglesi faranno molta più fatica ad entrare nei mercati europei. Il tessuto produttivo britannico col passare del tempo potrebbe addirittura, secondo alcuni, sdoppiare la produzione tra beni per il mercato interno e beni destinati all’export verso l’UE. Ciò comporterebbe un aumento dei costi e una diminuzione della competitività.

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Ancora una volta è il settore dei servizi quello più a rischio: l’impatto delle barriere non tariffarie colpirebbe incisivamente questo ambito. Ad esempio l’accesso al mercato del trasporto aereo richiede che i quartieri generali e la maggioranza degli azionisti siano locati nell’Unione Europea. Le società britanniche in generale perderebbero quel diritto di libera prestazione di servizi e di stabilimento che per decenni aveva costituito il maggior interesse britannico verso l’integrazione europea.

Le implicazioni della Hard Brexit: i costi di un’uscita senza accordo

Con un risparmio di circa 40 miliardi di sterline, ma un costo di quasi 120 miliardi il risultato a livello di finanze pubbliche di una Hard Brexit si attesta intorno agli 80 miliardi. Ma le problematiche non si esauriscono solo nei numeri.

Le stime sulla crescita economica danno, ironia della sorte, un quadro molto negativo sulle regioni in cui il leave ha prevalso. Secondo le analisi le regioni del nord-est vedrebbero una diminuzione del 16% della crescita economica, mentre le Midlands di un 13%.

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Sul versante dei prezzi si assisterebbe a un aumento di questi sia a causa delle tariffe che a causa delle barriere non tariffarie.
Nel dettaglio le analisi parlano di un 21% di aumento dei prezzi al dettaglio, 17% di aumento nei prezzi di cibo e bevande e 14% nel settore dei veicoli a motore e dei componenti per l’industria automobilistica.

Chi vuole ancora la Brexit?

Stando a un sondaggio The Guardian/ICM su un campione di 5000 cittadini il paese resta ancora spaccato in due, anche se remainers si attestano in vantagio sui leavers con il 51%. Per quanto riguarda gli scenari post-Brexit i cittadini britannici (distinti nel sondaggio tra leavers e remainers) in generale bocciano una hard brexit definendola disastrosa per il paese.

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La parte della classe politica a favore di una hard Brexit  ritiene l’”opzione Norvegia”, ovvero l’accordo di libero scambio European Economic Space, un un accordo fortemente svantaggioso per il Regno Unito. Tale accordo che preserva la partecipazione al mercato unico ma senza l’unione doganale è considerato dai leavers più agguerriti troppo costoso in termini economici e di sovranità. Tra i sostenitori il capofila è il Segretario di Stato per gli Affari Esteri Boris Johnson.

In un momento cruciale della storia britannica, così come di quella europea, il dibattito politico intorno al tema della Brexit sembra procedere per inerzia. Se da un lato le sfide economiche che attendono il paese nei prossimi anni sono enormi dall’altro emerge una importante questione messa in ombra da numeri, stime e percentuali: i cittadini britannici a quasi due anni dal referendum del 23 giugno sono ancora divisi, ancora poco fiduciosi nei confronti della classe politica e di sicuro poco fiduciosi nel futuro che li attende.

 

 

Fonti ed approfondimenti:

https://www.politico.eu/article/uk-public-rejects-no-deal-brexit-scenario-new-poll-results-say/

https://www.theguardian.com/politics/ng-interactive/2018/jan/26/guardian-icm-brexit-poll-full-results

https://www.theguardian.com/politics/2018/feb/07/brexit-north-east-west-midlands-hardest-secret-analysis

http://ukandeu.ac.uk/wp-content/uploads/2017/09/No-Deal-The-WTO-Option-Fact-sheet-1.pdf

https://www.rand.org/randeurope/research/projects/brexit-economic-implications.html

https://www.politico.eu/article/report-uk-worse-off-in-any-likely-post-brexit-scenario-says-government-analysis/

 

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