Favelas di Rio: tra violenza e denuncia

Esattamente un mese fa, Marielle Franco, attivista femminista, sociologa e consigliera comunale di Rio De Janeiro, è stata brutalmente assassinata di ritorno a casa da una conferenza alla quale aveva partecipato nella serata.

Marielle era nata 38 anni fa nel Complexo do Maré, un agglomerato di favelas che raccoglie circa 130 mila abitanti della città brasiliana, che non ha mai voluto abbandonare. La giovane donna aveva dedicato tutta la sua vita all’attivismo sociale e politico, denunciando le gravi condizioni socio-economiche della sua popolazione, con una particolare attenzione alle donne afroamericane e alla comunità LGBT.

La consigliera militava nel piccolo partito di sinistra PSOL (Partido socialismo e liberdade), noto per essere sempre in prima linea nella difesa dei diritti umani; al suo esordio elettorale nel 2016 era risultata la quinta consigliera più votata, con 46 mila preferenze. Il tutto in un clima particolarmente caldo, in cui le bande di narcotrafficanti e le milizie di vigilantes avevano ucciso circa 20 candidati a sindaco o consigliere a Rio prima delle elezioni di quell’anno.

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Il partito aveva recentemente annunciato un’azione di monitoraggio e denuncia permanente sull’operato dei militari che dal 18 febbraio, per decisione del Presidente, hanno preso il controllo della città in difesa della sicurezza pubblica. Al “commissariamento” è seguita un’escalation di violenza in tutta la città, aggiuntasi alla già critica situazione del post giochi olimpici. Nei giorni precedenti alla sua uccisione, Marielle aveva condannato duramente alcuni interventi della polizia militare, come l’incursione ad Acari, una favela dell’estremo nord di Rio, che aveva causato la morte di cinque ragazzi. I commenti della consigliera rientravano in una generale e dura critica verso il terrorismo psicologico e non, la violenza ingiustificata, le intimidazioni e i soprusi degli agenti di polizia.

La notte tra il 14 e il 15 marzo, una macchina si è accostata a quella che stava portando Marielle a casa di ritorno da una conferenza e con 9 colpi di pistola ha ucciso lei e l’autista, lasciando in vita solo la giovane assistente e concludendo quella che il leader del PSOL, Marcelo Freixo, ha definito “una vera e propria esecuzione”. Marielle voleva “gridare al mondo” cosa accadeva nelle favelas di Rio e, nel tentativo di silenziare questa denuncia, i suoi sicari hanno soltanto accelerato l’accensione dei riflettori internazionali sulla militarizzazione e il deficit democratico del Paese.

La violenza di Rio e i tentativi di pacificazione delle favelas

I problemi di sicurezza pubblica occupano da decenni l’agenda politica brasiliana, da sempre costretta al confronto con tassi di violenza urbana, omicidi, traffico di droga inintaccabili da qualsiasi politica messa in campo. Rio de Janeiro è la città brasiliana con la più alta presenza di favelas, che secondo i dati della prefettura sono circa 1019 e accolgono il 23% della popolazione cittadina.

Per arginare il dominio dei trafficanti di droga armati, si sono susseguite negli anni svariate “maxi operazioni” militari, portate avanti con tattiche di guerra e che hanno esclusivamente penalizzato la popolazione civile, senza riuscire ad ottenere significativi risultati. Il BOPE (Battaglione per le operazioni speciali di polizia), gruppo della Polizia di Rio de Janeiro specializzato in incursioni nelle favelas e guerriglia urbana, si è reso particolarmente noto per le sue sistematiche violenze, tanto da entrare nella cultura di massa e destare l’attenzione internazionale anche tramite il film “Tropa de Elite”, vincitore dell’Orso di Berlino come miglior film nel 2008.

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La città carioca ha approfittato, per destabilizzare i criminali, della candidatura vinta per ospitare la Coppa del mondo 2014 e i Giochi olimpici 2016. Si decise di passare dalle operazioni spot a un’azione continua, una vera e propria occupazione militare di alcune aree urbane: la strategia prese il nome di Piano di pacificazione delle favelas. Il piano era pensato per garantire l’ordine, il recupero del territorio dalla marginalità e l’integrazione nel tessuto urbano attraverso l’operato dell’Unità di polizia pacificatrice (UPP).

La presenza continua della polizia ha contribuito in un primo momento a far crollare il numero di scontri a fuoco, e quindi di morti, nell’ambito delle lotte per il controllo dello spaccio, ma il calo degli omicidi è stato accompagnato da un parallelo aumento delle sparizioni. La pacificazione, inoltre, ha portato con sé speculazione immobiliare e rincaro dei costi medi di vita che, aggiunti ai vari progetti di bonifica e costruzione in vista degli eventi sportivi, hanno costretto molti abitanti storici delle comunità pacificate, lavoratori a basso reddito, a muoversi in zone non-pacificate o fuori Rio.

Oltre alle questioni pratiche ed economiche, il grande limite dell’operazione è stato quello di non aggredire il crimine, perseguendo i criminali ovunque si trovassero, ma normalizzare la situazione del narcotraffico, senza poterlo (o volerlo) abbattere, in alcune zone specifiche della città. Inoltre, nella pratica, l’operato delle UPP si è distaccato dall’idea originaria e alternativa di “polizia di prossimità”, riproducendo schemi di comportamento e preconcetti tipici della storica contrapposizione tra forze dell’ordine e abitanti delle favelas.

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I tentativi di tranquillizzare atleti, comunità internazionale e cittadini in vista degli eventi sportivi è sicuramente fallito: con l’avvicinarsi delle date di inizio e in particolare all’alba dell’apertura dei giochi olimpici, si è assistito a un’escalation di violenza da parte delle forze di polizia, in particolare ai danni di giovani e afroamericani. Amnesty International ha denunciato chiaramente l’eccessivo uso della violenza e della forza, puntando il dito anche contro l’impunità per gli agenti colpevoli, il tutto sintetizzato nella politica del “spara prima, chiedi dopo”. Dal 2005 al 2014 si sono registrati nello Stato di Rio de Janeiro 8471 casi di omicidi da parte di agenti di polizia, di cui circa 5000 nella sola capitale; di 220 indagini aperte dal 2011, nel 2015 solamente una era stata effettivamente conclusa.

Il rapporto realizzato da Human Rights Watch nel 2016, “I poliziotti buoni hanno paura: l’impatto della violenza da parte della polizia a Rio de Janeiro”, conferma questa denuncia. I dati riportati da HRW dipingono un quadro desolante, con 645 persone uccise dalla Polizia nello Stato di Rio nel 2015, di cui 1/5 nella città e ¾ ai danni di afroamericani. L’agenzia sottolinea come le uccisioni vengano giustificate dal principio di legittima difesa e, seppur spesso le forze dell’ordine si trovino di fronte a veri pericoli, come molti dei casi possano essere sicuramente ascrivibili ad esecuzioni extra-giudiziali seguite da veri e propri insabbiamenti che portano all’impunità dei colpevoli.

La situazione non è migliorata nel periodo successivo ai grandi eventi sportivi, ma anzi, a riflettori spenti la violenza sembra peggiorare. Il numero delle vittime di “omicidi decorrenti dall’opposizione a un’operazione di polizia” (i cosiddetti atti di resistenza) sono in costante crescita e nel primo trimestre del 2017, con 581 morti, si è registrato un aumento del 45,3% rispetto allo stesso periodo del 2016. Stando ai dati dell’Istituto di pubblica sicurezza dello Stato di Rio, ogni 8 ore muore una persona uccisa dalla polizia e complessivamente il 20% degli omicidi registrati in città nel primo semestre dell’anno sono riconducibili a questa categoria.

La commissione per le esecuzioni sommarie ed extragiudiziarie delle Nazioni Unite si è occupata più volte del dossier Brasile, stilando relazioni in particolare sulla condotta degli agenti della polizia militare di Rio. Anche la Corte interamericana dei diritti umani, dopo alcune condanne, ha chiesto allo Stato spiegazioni e soluzioni più incisive in merito e la svolta si è ottenuta all’inizio del 2018.

La svolta autoritaria del Governo federale

Il 17 febbraio 2018, il Presidente brasiliano Michel Temer del Partito per il Movimento democratico (PMDB, centro-dx), ha annunciato la creazione di un Ministero speciale per la pubblica sicurezza. Ciò è avvenuto parallelamente alla firma di un decreto in cui affidava all’esercito la gestione della sicurezza dello Stato di Rio de Janeiro: a guidare il Ministero speciale è José Mariano Beltrame, ex segretario di Stato alla sicurezza di Rio e principale ideologo della “politica di pacificazione” fallita. Il nuovo Ministero nasce per “coordinare e promuovere l’integrazione della sicurezza pubblica in tutto il territorio nazionale, in cooperazione con gli altri enti federali” oltre che per “pianificare, coordinare e amministrare la politica penitenziaria”.

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A capo dell’operazione speciale nello Stato di Rio è stato assegnato il Generale dell’Esercito Walter Souza Braga Netto (Comando militare di Leste), che comanderà fino al 31 dicembre 2018 la Segreteria di sicurezza, la Polizia civile e militare, il Corpo dei vigili del fuoco e il Sistema carcerario dello Stato. Nella pratica il tutto si traduce in un mandato alle Forze armate in tutte le aree a rischio sicurezza pubblica dello Stato di Rio.

Temer ha giustificato la decisione con la “minaccia alla sicurezza del popolo brasiliano” da parte del crimine organizzato che “si è quasi appropriato dello Stato di Rio de Janeiro”. Per questo il decreto, che arriva subito dopo un Carnevale segnato da numerosi e gravi episodi di violenza, è stato dichiarato immediatamente esecutivo, pur dovendo passare per l’approvazione del Parlamento.

“No podemos seguir aceptando pasivamente la muerte de inocentes. Es intolerable que estemos enterrando madres y padres de familia, trabajadores, policías, niños y niñas, y que veamos barrios enteros sitiados, con sus escuelas bajo la mira de fuziles”

È la prima volta dall’entrata in vigore della Costituzione nel 1988 che in casi di crisi securitarie si procede con un meccanismo diverso rispetto a quello del GLO (Garanzia della legge e dell’ordine), che risulta essere molto meno invasivo nell’autonomia politica e amministrativa degli Stati destinatari. Tuttavia, almeno formalmente, non si tratta di un intervento militare poiché l’operazione federale è stata decretata dal Presidente della Repubblica, autorità civile, e non da autorità militari, ipotesi non prevista dalla Costituzione e configurabile come un golpe.

Il decreto delimita alla pubblica sicurezza l’intervento federale, perciò non vengono sospesi il potere legislativo ed esecutivo dello Stato di Rio. Di fatto, però, si mettono alle dirette dipendenze del Presidente della Repubblica tutti i corpi di polizia, i ministeri e i suoi dipendenti, con la mediazione del Generale Braga Netto che non dovrà rispondere del suo operato al Governatore eletto dello Stato.

La denuncia di Marielle

Marielle Franco aveva assunto il ruolo di relatrice della commissione della Camera dei consiglieri di Rio, che doveva monitorare le azioni delle truppe incaricate dell’intervento militare decretato da Temer.

Franco aveva da sempre lottato contro la violenza delle forze dell’ordine nelle favelas, a partire dalla sua tesi di laurea in pubblica amministrazione, una ricerca proprio sulla UPP intitolata “La distruzione delle favelas in tre lettere”. Ha lavorato in organizzazioni della società civile come la Fondazione Brasil e il Centro per le azioni solidali di Maré (Ceasm). Ha coordinato la Commissione per la difesa dei diritti umani e la cittadinanza dell’Assemblea legislativa di Rio de Janeiro (Alerj), insieme a Marcelo Freixo. Proprio insieme all’amico e leader del suo partito, nel 2008 aveva collaborato ad una Commissione parlamentare di inchiesta contro le milizie, al termine della quale furono individuati 226 responsabili.

La notizia dell’uccisione di Marielle ha sconvolto la comunità brasiliana e internazionale.  Uniti al grido di “Marielle vive” sono scesi in piazza a Rio migliaia di manifestanti per protestare contro un vero e proprio attacco alla democrazia e libertà di espressione. Anche “O Globo”, quotidiano notoriamente conservatore, ha condannato fermamente l’omicidio dichiarandolo “inammissibile in uno Stato di diritto”.

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Non è ancora stato individuato alcun colpevole per quanto accaduto, per quanto alcuni esperti segnalano notevoli convergenze con i metodi utilizzati dai gruppi paramilitari. Pur non esistendo prove che facciano pensare a un coinvolgimento delle forze dell’ordine, il caso ricorda molto quello dell’imboscata alla giudice Patricia Acioli, che indagava sugli abusi delle forze dell’ordine e fu uccisa con 21 colpi nel 2011.

Alcuni cronisti hanno definito l’accaduto come uno spartiacque della democrazia brasiliana, tra l’altro nell’anno delle elezioni presidenziali, con un Presidente che gode di bassissima popolarità e l’ipotesi di una futura vittoria del candidato estremista e reazionario, Jair Bolsonaro. Michel Temer, ha promesso giustizia per la morte di Marielle, definita come “attentato alla democrazia”, ma al momento sembrano non esserci state svolte significative nelle indagini e le responsabilità sono ancora ignote. Se nulla ancora sappiamo sui colpevoli, sicuramente possiamo affermare che questo episodio dimostra come la militarizzazione di uno Stato, tramite un’occupazione de facto dei militari, non è una strategia che funziona. Che l’ordine e la sicurezza dei cittadini non possono che essere assicurati in un contesto in cui lo Stato di diritto opera a pieno e ciascun cittadino possa godere liberamente dei suoi diritti e doveri.

La speranza di tutti è sintetizzata dal giornalista Leonardo Sakamoto: “Che la vita di Marielle Franco possa servire da esempio a nuove forme di resistenza e ricordarci che, senza l’indignazione, non siamo diversi dalle bestie”.

 

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