Lo scontro tra “Land grabbing” e diritti delle comunità

Negli ultimi anni il fenomeno del land grabbing si sta intensificando in Africa, Asia e America Latina. Moltissime aree di questi continenti sono gestite collettivamente dalle comunità che le abitano, il tutto seguendo norme consuetudinarie spesso non riconosciute legalmente dagli stati. Questa situazione si traduce in una mancanza di tutele per le comunità, la cui terra rischia costantemente di essere espropriata e venduta. Senza un riconoscimento, infatti, le comunità risultano per la legge poco più che occupanti abusivi della terra in loro possesso, anche quando vi risiedono da decenni e la rendono produttiva.

Land Grabbing

Definire esaustivamente a quali fenomeni ci riferiamo parlando di “land grabbing” non è semplice, vista la quantità di aspetti che li caratterizzano. In generale possiamo chiamare così la presa di possesso di grandi appezzamenti di terra da parte di individui, governi stranieri o aziende (interne o transnazionali). Questi processi, soprattutto quando si concentano in aree specifiche, minacciano la conservazione dell’ambiente, la sicurezza  alimentare e, nel nostro caso, i diritti delle popolazioni locali.

 

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Paesi destinatari di investimenti sulle terre

 

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Paesi che investono nelle terre

 

Il land grabbing non è un fenomeno nuovo, ma dalla crisi globale del prezzo del cibo del 2007-2008 si è assistito ad un rapido aumento dell’interesse verso l’accaparramento di terre. L’agri-business e i paesi ricchi ma privi di risorse naturali (come le Monarchie del Golfo) puntano su questa dinamica per assicurarsi migliori profitti e garantire la propria sicurezza alimentare e energetica. Questa tendenza è spesso accolta favorevolmente dai paesi destinatari degli investimenti, soprattutto tra quelli in via di sviluppo che intravedono nei progetti su larga scala legati al land grabbing delle opportunità utili alla loro crescita economica.

Dal 2000 a d oggi la piattaforma Land Matrix quantifica questo fenomeno in 70 milioni di ettari tra trasferimenti di terra avvenuti e pianificati, un’area più grande della Francia. Lo scontro con le comunità sorge proprio dalla dimensione del fenomeno, che espandendosi a questo ritmo mette sempre più a rischio questi soggetti. Nei paesi interessati dal land grabbing la terra non è sempre regolata da sistemi di proprietà privata e, quando le comunità sono prive di titoli legali, risulta facile per aziende o governi appropriarsi delle loro risorse.

 

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Le comunità locali e l’uso comune della terra

Con “comunità locali” intendiamo solitamente tutte le formazioni sociali direttamente dipendenti dalle terre che abitano, con un’attenzione particolare per le popolazioni indigene. Queste ultime sono più di 5.ooo diversi gruppi sociali tradizionali che si autoidentificano in questo modo, ottenendo solitamente un riconoscimento ufficiale di questo status. Ciò che accomuna questi gruppi è la rivendicazione di una sorta di interconnessione tra la comunità e un dato territorio, da essa ritenuto importante per la cultura, l’identità ma soprattutto la sopravvivenza e il reddito.

Soprattutto nei paesi che furono oggetto della colonizzazione la gestione delle terre combina i sistemi legali di diritto con una vasta gamma di pratiche comuni che regolano la vita quotidiana delle zone rurali. Nelle aree in cui l’attività principale è la piccola agricoltura è raro imbattersi in titoli individuali di proprietà privata della terra, la quale invece è spesso gestita collettivamente.

Solitamente queste terre sono gestite in regime di commons, ossia di proprietà condivisa all’interno della comunità. Alcuni gruppi locali e indigeni usano tutta la loro terra in maniera collettiva mentre altre preferiscono un sistema interno di allocazione a singoli individui di terreni delimitati.
Il tratto comune risiede quindi nel fatto che la giurisdizione su tutta la terra, in entrambi i casi, appartenga alla comunità nella sua interezza, che poi decide a seconda di un sistema interno come amministrare le sue risorse.

Le terre comuni sono le più esposte ai fenomeni di land grabbing e questo è riconducibile alle ambiguità legislative che spesso pendono sui regimi di proprietà comune della terra. Le norme consuetudinarie e tradizionali sono infatti ritenute vincolanti solo dai membri della comunità stessa, quindi se non interviene una qualche forma di riconoscimento statale non si può procedere all’accatastamento dei terreni che solo a quel punto possono essere difesi dal land grabbing.

Una soluzione sperimentata da alcuni paesi per tutelare i gruppi locali è la cosiddetta community-based land tenure.

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Alcune soluzioni: la community-based land tenure

Con questo termine ci si riferisce a tutte quelle situazioni in cui le risorse naturali sono gestite al livello della comunità, alla quale lo stato attribuisce un valido titolo di proprietà o una concessione. Esiste quindi una duplice dimensione di questo fenomeno: una interna e una esterna. Internamente sarà quindi la comunità stessa, nel suo insieme e secondo le sue regole, ad amministrare la sua terra, riconosciuta dagli attori esterni come appartenente alla comunità nella sua collettività.

Questa tutela può essere garantita in due modi. Il più efficace è quello di garantire un titolo di proprietà valido, che comprende tutti gli aspetti giuridici della proprietà privata. Molto spesso però si parla di terre “riservate” per le comunità, delle quali è lo stato a garantire alcuni diritti ma non c’è pieno controllo dei soggetti sulla terra.
Quest’ultima posizione è particolarmente diffusa in Africa, soprattutto in quei paesi ex-socialisti in cui tutta la terra appartiene per Costituzione allo Stato, che poi attribuisce diritti di uso invece che di proprietà privata.

In un’indagine della Rights and Resources Initiative risulta come nel mondo il 65% delle terre sia posseduto da comunità che ne amministrano la proprietà attraverso sistemi consuetudinari: significa che 1,5 miliardi di persone nel mondo gestiscono i loro diritti di proprietà fondiaria secondo queste forme. Solo il 18% di queste però gode di una qualche forma di protezione legale. Di queste il 10% appartiene ufficialmente alle comunità locali e il rimanente 8% è riservato alle stesse.
L’enorme estensione di terra rimanente è quindi contesa tra le rivendicazioni delle comunità che le possiedono di fatto e le rivendicazioni su base legale di governi o attori privati in possesso di una concessione.

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Il dibattito sulle terre comuni

Negli ultimi dieci anni l’opportunità di riconoscere i diritti sulle terre delle comunità locali ha ricevuto molta attenzione a livello internazionale. Recentemente è stata la Banca Mondiale a sostenere l’importanza della certezza dei diritti fondiari per conseguire buoni livelli di sviluppo, anche se i passi più importanti si sono avuti in ambito Nazioni Unite. Nella United Nations Declaration of Rights of Indigenous People (UNDRIP) si sottolinea come il diritto di accesso alle terre sia necessario per l’esistenza delle popolazioni indigene e si stabilisce come nessuna loro ricollocazione possa avvenire senza il consenso libero delle popolazioni coinvolte. Questo principio è sempre più spesso esteso anche alle comunità locali ed è alla base delle battaglie con cui le popolazioni senza un diritto di proprietà sulla terra cercano di evitare l’espulsione dalla stessa in caso di esproprio.

Non tutti però sono d’accordo con questa posizione, tanto che possiamo individuare favorevoli e contrari alla proprietà comune della terra; che basano le loro posizioni sugli stessi punti cardine: validità economica del modello, rapporto con le dinamiche di sviluppo e capacità di conservare le risorse naturali; giungendo però a conclusioni divergenti.

Tra i detrattori è molto popolare la teorie della cosiddetta “tragedia dei comuni”, secondo la quale i beni comuni sono destinati alla distruzione a causa della competizione tra gli individui che li condividono, che porta quindi ad un loro sfruttamento eccessivo. Un territorio frammentato tra piccoli produttori di sussistenza, poi, fatica a veder crescere la propria resa, soprattutto a causa dell’incapacità dei suoi possessori di introdurre con efficiacia migliori tecnologie. Gli stessi diritti collettivi sulla terra, infine, a causa della loro negoziabilità legata alla consuetudine, sono da molti ritenuti lacunosi nel rendere sicura la proprietà e così attrarre investimenti.

Il pessimismo di questa posizione si è concretizzato nel supporto a politiche di privatizzazione e razionalizzazione delle terre comuni. Alcuni governi di paesi in via di sviluppo si sono basati su questo assunto per appropriarsi di territori prima gestiti in maniera comune, approfittando della mancanza di un titolo di proprietà e stabilendo legalmente l’incapacità delle comunità di gestire correttamente quelle terre, ad esempio accatastandole come “disabitate”, “improduttive” o “desolate”.

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La “tragedia dei comuni” è stata però ampiamente contestata da molti autori
, in particolare da Elinor Ostrom, che nella sua ricerca giunge alla conclusione che le comunità sono in grado di gestire correttamente e sostenibilmente le risorse comuni, riuscendo a rendere i beni condivisi molto produttivi e al tempo stesso a conservarli. La relazione tra sicurezza dei diritti fondiari e sviluppo economico è stata poi provata empiricamente, e i titoli di proprietà sono solitamente ritenuti funzionare meglio nei contesti di cui stiamo parlando nell’assicurare la proprietà quando usano formule collettive.

Nella comunità internazionale sembra essere questa l’opinione più diffusa. Secondo queste posizioni la conservazione delle terre comuni è fondamentale perché lo stile di vita delle comunità possa rimanere inalterato, oltre che per far fornte al cambiamento climatico, combattere la povertà estrema e l’insicurezza alimentare e offrire la capacità di preservare la diversità culturale e la biodiversità. Questa posizione è quindi correlata ad un’idea molto connotata di conservazione dei cosiddetti “stili di vita tradizionali” delle comunità rurali, che però si scontra con l’insostenibiità dell’agricoltura di piccola scala come modello utile allo sviluppo economico.

Molti governi dei paesi in via di sviluppo preferiscono quindi perseguire progetti agricoli di vasta scala basati su massicci investimenti interni o stranieri, ritenendoli più efficaci in molti aspetti dello sviluppo come l’accumulazione di valuta straniera, l’aumento del’occupazione e la sicurezza alimentare. Bilanciare queste ambizioni di sviluppo (e il conseguente land grabbing) con la resistenza delle comunità che non vogliono ancora trasformarsi è difficile, doloroso e al momento privo di un consenso generale su quali siano le politiche migliori per avere successo.

Trovare nuove pratiche o migliorare quello oggi in uso è cruciale perché sviluppo e conservazione possano convivere e, soprattutto, per evitare che i gruppi e gli individui più potenti possano beneficiare di questo scollamento nei diritti per un accaparramento personale delle risorse comuni.

 

 

Fonti e Approfondimenti:

Almeida F. (2017) Legislative Pathways for Securing Community-Based Property Rights, Washington, DC: Rights and Resources Initiative

Oxfam, International Land Coalition & Rights and Resources Initiative (2016)
Common Ground. Securing Land Rights and Safeguarding the Earth. Oxford: Oxfam –  https://d1tn3vj7xz9fdh.cloudfront.net/s3fs-public/file_attachments/bp-common-ground-land-rights-020316-en_0.pdf

Rights and Resources Initiative (2015) Who Owns the World’s Land? A global baseline of formally recognized indigenous and community land rights. Washington, DC: Rights and Resources Initiative –
https://rightsandresources.org/wp-content/uploads/GlobalBaseline_web.pdf

 

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