Il catrame nei polmoni del Mondo: il caso Ecuador VS Chevron-Texaco

Neri il cielo e la pioggia nell’Amazzonia dell’Ecuador. Neri il suolo, l’acqua, le strade, i muri delle case. Neri come il petrolio estratto nella provincia di Sucumbios dalla compagnia Texaco dal 1972 al 1992. Durante questi 20 anni, le operazioni di estrazione produssero 64 miliardi di litri di acque reflue contaminate che la compagnia riversò nei fiumi e in circa 1000 fosse a cielo aperto scavate nel suolo senza rivestimenti isolanti. Anche la pratica, a basso impatto ambientale, della reimmissione nel sottosuolo dei gas derivati come sottoprodotto dall’estrazione non venne attuata, preferendo la costruzione di 300 torri di combustione (mecheros) che ancora oggi continuano ad avvelenare l’aria. A questo si aggiungono circa 650.000 barili di greggio versati lungo le strade per creare una sorta di asfalto low-cost lungo le rotte di trasporto. La motivazione di tale comportamento è di chiara natura economica. La messa in atto di tecniche di protezione ambientale hanno e avevano un costo, stimato successivamente di circa 3 dollari per ogni barile estratto, per circa un miliardo e mezzo di barili estratti fino al 1990. La texaco decise deliberatamente di non assumersi questo onere, per ridurre al minimo i costi di estrazione e massimizzare i propri profitti che ammontarono a circa 25miliardi di dollari.

Nel corso degli anni però, gli effetti dell’inquinamento si ripercossero duramente contro l’ecosistema amazzonico e contro le popolazioni indigene che popolavano la zona. Dai primi anni ’80 mortalità infantile, casi di cancro e leucemia aumentarono vertiginosamente, non contando morti accidentali causate dalle fosse di scarico e dall’ingerimento di frutta e carni contaminate. L’intero territorio attorno al capoluogo della provincia, Nueva Loja, un area vasta come la Liguria, venne irrimediabilmente compromesso. Le tradizionali fonti di sostentamento delle popolazioni autoctone, caccia, pesca e agricoltura, rese completamente impraticabili. Delle cinque tribù indigene che vivevano nella foresta, due si sono estinte per sempre. Nel 1993 un gruppo di 30.000 abitanti della regione avviò quindi un’azione legale negli USA contro la Texaco, tramite l’avvocato americano Steven Donziger. L’accusa era di aver distrutto 1700 miglia quadrate di foresta pluviale e di aver causato danni permanenti alla popolazione locale. A seguito di questo primo procedimento, la compagnia petrolifera firmò nel 1995 un Piano di Riparazione, con il quale si impegnava a ripulire 264 “piscine” di scarico delle 1000 identificate. Ma a ciò non seguirono azioni concrete, circa 160 piscine vennero coperte con uno strato superficiale di terra e materiale organico, lasciandole nella loro condizione di fattori contaminanti.

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Per i successivi dieci anni, il processo venne ostacolato dalla difesa della Texaco, che sostenne l’incompetenza della corte statunitense nel giudicare i fatti avvenuti in Ecuador insistendo perché il procedimento venisse rinviato ad una corte ecuadoriana. La compagnia sperava di poter esercitare maggiore influenza sui giudici e sulle forze politiche del paese equatoriale, per poter quindi trovare la strada per un verdetto favorevole ed evitando così sentenze vincolanti in America. Dall’altro lato, la strategia del temporeggiamento fu di copertura al trasferimento della gran parte dei beni e dei capitali Texaco fuori dal paese, così da rendere macchinose e difficili le operazioni di recupero del credito, in caso di verdetto negativo. Nel 2001 Texaco venne acquisita da Chevron, colosso petrolifero erede del trust americano Standard Oil COmpany sciolto nel 1911 grazie all’azione dello Sherman Antitrust Act del 1890. Perseguendo la strategia legale precedente, nel 2002 riuscirono a far accettare la richiesta di trasferimento del processo alla corte americana che si dichiarò non competente nel caso di specie. Fu così che nel 2003 i rappresentanti legali delle vittime della Texaco dovettero presentare la causa, ex novo, ad una corte della regione di Sucumbios. Erano però passati molti anni e molte cose cambiarono in Equador e il caso assunse rilevanza e un forte supporto internazionale. La storia venne definita “la Chernobyl dell’Amazonia” e tutto il mondo aveva visto le immagini scattate in quelle zone dove dopo dieci anni, era ancora il nero del petrolio il colore dominante.

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Nel 2004, assunse la guida dell’accusa Pablo Fajardo, 32 anni, un giovane avvocato dell’Equador nato e cresciuto “sotto” la Texaco. Fajardo ricorda una vita nel petrolio, con i piedi e i pantaloni macchiati di petrolio. Figlio di campesinos, studiò legge grazie ad una borsa di studio per poter difendere i suoi concittadini, dopo aver organizzato un gruppo per la difesa dei diritti umani mentre lavorava proprio per la Texaco e da questa licenziato per il suo attivismo politico. Negli anni successivi Chevron tentò di difendersi sostenendo che il Piano di Riparazione del 1995, stipulato con il governo ecuadoriano, la sollevasse da qualsiasi responsabilità oggettiva, dichiarandosi non responsabile del disastro ambientale. La difesa sostenne ogni tipo di argomentazione, che le quantità di petrolio scaricate nel terreno non erano sufficienti ad inquinare la zona (nonostante fossero circa 30 volte la quantità riversata in mare dall’esplosione della Deepwater Horizon nel 2010), che l’Amazzonia in quanto terreno con giacimenti petroliferi non avrebbe dovuto essere abitato, che il cancro era causato dalla mancanza di igiene degli indigeni e che il petrolio è biodegradabile dopo alcune settimane. Ma è dal 2009, dopo decine di ispezioni e migliaia di analisi chimiche prodotte da entrambe le parti, che si resero conto della reale possibilità di un verdetto sfavorevole. Cambiarono così strategia, passando direttamente alla delegittimazione della controparte. Fajardo, Donziger e tutti gli altri studi legali e i 30.000 indigeni rappresentati vennero accusati di associazione criminale atta a estorcere denaro alla multinazionale petrolifera, attraverso la speciale legge federale contro il crimine organizzato RICO (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations).

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Per Chevron, era fondamentale vincere il caso contro l’Ecuador. Non certo per i soldi dei risarcimenti (avendo già speso oltre 1 miliardo di dollari di spese legali), ma per il rischio di creare un precedente per le contestazioni di ogni comunità indigena nel mondo verso i danni ambientali causati da grandi e virtualmente inattaccabili corporation. Tuttavia nel 2011 il primo verdetto pronunciato dal tribunale provinciale di Sucumbios, ha condannato la compagnia al risarcimento di 9,5 miliardi di dollari alle vittime del disastro, con l’obbligo di presentare scuse formali a tutta la popolazione dell’Amazonia. Nel frattempo in Ecuador non erano rimasti beni della Chevron confiscabili dalla corte e l’azienda, rifiutatasi di adempiere agli obblighi definiti dai giudici, venne sostenuta da una Corte Newyorkese che diede ordine di non eseguire la sentenza in nessuna corte del mondo. Gli avvocati dei querelanti intrapresero così nuove azioni legali in altri stati dove l’impresa era ancora presente e impossibilitata a nascondere e spostare i propri beni. Così nel 2015 la Corte Suprema del Canada ha riconosciuto la propria giurisdizione e competenza sulla domanda avanzata dalle 30.000 vittime, esprimendosi in una storica sentenza a loro favore. In particolare la corte ha affermato che “the obligation created by a foreign judgement is universal, each jurisdiction has an equal interest in the obligation resulting from the foreign judgement, and no concern about territorial overreach could emerge”. Sottolineando come in un sistema globale in cui le transazioni finanziarie attraversano rapidamente i confini statali, limitare le possibilità di risarcimento di un creditore al paese in cui è stato commesso il crimine sarebbe irrealistico e profondamente ingiusto.

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Nonostante questa sentenza Chevron ha portato la causa all’ultimo grado di giudizio, presso la corte costituzionale Ecuadoriana. Così, dopo 26 anni di procedimenti legali e inseguimenti internazionali tra una corte e l’altra, lo scorso 13 luglio è arrivata la sentenza definitiva. La corte costituzionale ha respinto l’appello della Chevron, confermando il risarcimento di 9,5 miliardi di dollari dovuti alla popolazione indigena colpita dal disastro ambientale, causato dalla negligenza volontaria nelle operazioni di estrazione del greggio. Questa vittoria pone una pietra miliare nella storia dei procedimenti a difesa dell’ambiente da parte delle comunità indigene, che oggi stanno lottando con il nuovo costituzionalismo indigeno sudamericano, ma anche con azioni di guerriglia clandestina per la salvaguardia dell’ambiente. Per evitare che una nuova Texaco possa decidere, ancora una volta, di non curarsi della terra e della vita di popoli che non appartengano al proprio ceppo etnico e per questo considerali meritevoli di morire nei rifiuti di qualcun altro.

Fonti e approfondimenti:

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