La politica estera indiana: il Myanmar

E’ del 4 ottobre la notizia del rimpatrio in Myanmar di 7 persone appartenenti all’etnia dei Rohingya, accusate di risiedere illegalmente in territorio indiano e di costituire un pericolo per la sicurezza nazionale. Questo provvedimento è stato seguito pochi giorni dopo la distribuzione di questionari identificativi all’interno di alcuni campi profughi nella periferia di Delhi, con lo scopo di raccogliere dati biometrici e verificare la nazionalità di coloro che ne occupano le tende ormai da anni; il governo di Modi, sempre più deciso a combattere l’immigrazione illegale, sembra infatti determinato a porre fine a una questione rimasta in sospeso per anni: l’indesiderata presenza birmana in India.

Rohingya refugees are seen at Thaingkhali makeshift refugee camp in Cox's Bazar

Questo dunque è attualmente il principale focus delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, che stanno cercando in questi giorni un accordo sulle procedure e le modalità del rimpatrio forzato dei 40.000 Rohingya presenti in India. Il Myanmar – che dal 1982 aveva privato della cittadinanza questa minoranza, rendendola di fatto apolide – si è dichiarato disposto a riconoscerli nuovamente come propri cittadini; questa decisione, dettata dalla volontà di migliorare i propri rapporti con l’India, ha facilitato l’avvio delle procedure di rimpatrio. Il 1 ottobre, dunque, il Ministro dell’Interno indiano Rajnath Singh ha dichiarato che (a 3 anni dall’inizio della crisi dei Rohinghya) è giunto il momento di mantenere le promesse fatte ad agosto 2017: rimandare indietro i profughi birmani, aggiungendo che “è risaputo si tratti di immigrati illegali impiegati in attività illecite e pericolose per la popolazione” -senza però precisare la natura di tali presunte attività.

mappa rohingya flows

Così facendo il governo indiano rischia di violare alcuni basilari diritti umani: dei 40.000 profughi arrivati in India in diverse ondate dal 2012 ad oggi, più di 16.000 sono già stati identificati come rifugiati dall’UNHCR. Ma il Primo Ministro Narendra Modi si è rifiutato di riconoscere tale status, forte del fatto che l’India non ha firmato la Convenzione sui Rifugiati del 1951.

Al di là della questione dei rimpatri, la posizione dell’India nel corso della vicenda Rohingya è stata piuttosto ambigua, ricevendo pesanti critiche da parte della comunità internazionale, e di attivisti e organizzazioni come Amnesty India, l’UNHCR e il South Asia Human Rights Documentation Centre. Nel 2015, quando i primi Rohingya varcarono il confine del Bangladesh e di altri Paesi confinanti, l’India dichiarò inizialmente di aver negato l’ingresso ai profughi, disinteressandosi alla questione; in realtà i dintorni di Delhi si riempirono presto di tendopoli a essi destinate, e l’India fu costretta a prendere posizione sulla vicenda. Narendra Modi decise di risolvere la questione per via diplomatiche, intensificando le relazioni bilaterali del governo indiano con il Myanmar. Così, mentre la comunità internazionale giudicava (quasi) all’unanimità gli attacchi dell’esercito birmano contro la popolazione Rohingya come un “genocidio” di cui il governo era complice, l’India si asteneva dal pronunciare un giudizio, per mantenere buone relazioni con la Cancelliera di Stato Aung San Suu Kyi.

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Il governo indiano non fu l’unico a schierarsi dalla parte di quello birmano, poiché anche la Cina si astenne dal condannare l’operato di Aung San Suu Kyi, giustificando il comportamento dell’esercito birmano in quanto risposta ad attacchi “terroristici” compiuti da alcuni miliziani Rohingya.

L’India cerca quindi di mantenere buone relazioni con il governo birmano sia per risolvere la questione del rimpatrio dei Rohingya, che per contrastare l’espansione dell’influenza cinese nella regione. Il Myanmar, dal canto suo, di fronte agli attacchi della comunità internazionale ha interesse a non perdere l’appoggio delle due maggiori potenze regionali: ecco perché si mostra così collaborativo nei confronti delle richieste di entrambi. Del resto, dopo le sanzioni imposte dalla maggior parte dei Paesi occidentali, il Myanmar dipende ormai quasi esclusivamente dai Paesi del sud-est asiatico anche dal punto di vista economico.

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Myanmar import origins (source: OEC)

Sin dall’indipendenza birmana, la Cina continua a essere il principale partner commerciale del Myanmar. Ma l’India sta cercando progressivamente di aumentare il suo peso nell’economia birmana (si prevede che nei prossimi 5 anni supererà la Thailandia come percentuale di import/export), promuovendo iniziative come la Bay of Bengal Initiative for Multi-Sectoral Technical and Economic Cooperation (BIMSTEC) – un’organizzazione economica regionale nata nel 1997, che promuove la cooperazione tra gli Stati membri soprattutto in materia di turismo, trasporti, comunicazione, energia e agricoltura.

Inoltre, per stimolare gli investimenti è stato firmato un accordo di libero scambio nell’area, il BIMSTEC Free Trade Area Framework Agreement (BFTAFA).  Esso si inserisce all’interno di un più ampio progetto di rafforzamento delle relazioni bilaterali dell’India con vari Paesi del Sud-Est Asiatico, la cosiddetta Act-East Policy (AEP) che nel 2014 ha sostituito la precedente Look East Policy (LEP). Quest’ultima era entrata in vigore negli anni ’90, subito dopo la svolta neoliberista indiana, con lo scopo di rafforzare gli scambi con le economie emergenti della regione.

La nuova AEP – voluta da Modi – rappresenta la volontà di andare oltre una semplice cooperazione, verso interventi più concreti: la realizzazione di imponenti progetti comuni come la India-Myanmar-Thailand Trilateral Highway, la cui conclusione è prevista per il 2020, e un nuovo tipo di cooperazione tra India e Myanmar in campo securitario. Quest’ultima è infatti la grande novità apportata dall’AEP di Modi, che ha portato all’organizzazione di training militari congiunti, potenziamento della sicurezza al confine e aiuti militari al governo birmano. Una delle principali lotte portate avanti dai due governi è quella contro il traffico di droga: dal cosiddetto Golden Triangle (un’area al confine tra Myanmar, Tailandia e Laos) entrano in India circa 25 tonnellate di eroina ogni anno, attraverso il confine con la Birmania. I proventi finiscono in larga misura nelle tasche di gruppi terroristici locali, alimentando l’instabilità dell’area di confine; è per questo motivo, dunque, che la lotta contro il traffico di droga costituisce il perno principale delle politiche di cooperazione securitaria dei due Paesi.

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Il Myanmar – l’unico Paese a cui si rivolge l’AEP che confina con l’India – costituisce il collegamento principale con la regione del Sud-Est asiatico, e occupa dunque una posizione privilegiata all’interno di tale policy.

Dal canto suo, condannato dal resto della comunità internazionale proprio in questi ultimi anni, il governo birmano non può che contare sulle uniche due grandi potenze che lo hanno sempre appoggiato: e dunque sta cercando di bilanciare al meglio la propria politica estera – intensificando la cooperazione con l’India per ridurre l’enorme dipendenza dalla Cina.

Gli scambi commerciali tra India e Myanmar sono infatti incrementati significativamente negli ultimi decenni (dai 12,4 milioni di dollari dei primi anni ’80 a 1,6 miliardi nel 2015), e ancora più rapidamente negli ultimi anni.

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Se in passato, dunque, le relazioni tra i due Paesi erano state piuttosto tenui anche per la natura di regime militare della Birmania, la transizione democratica avviata da quest’ultima tra il 2011 e il 2012 ha favorito un reciproco avvicinamento, accelerato poi dalla volontà indiana di frenare l’espansione dell’influenza cinese nella regione (volontà ulteriormente incentivata dallo scoppio della crisi dei Rohingya).

Se però l’India ha inizialmente supportato con molta enfasi la transizione democratica del Myanmar, ha successivamente preferito chiudere un occhio sulle atrocità perpetuate dal governo  birmano contro la minoranza Rohingya, in nome delle politiche “di buon vicinato” portate avanti da Modi. Così facendo, l’India deve bilanciarsi cautamente tra i valori democratici di cui si fa promotrice nella regione  e i propri interessi economici e strategici: costantemente in bilico tra la volontà di rafforzare i legami con il vicinato, e quella di preservare la propria credibilità e la propria immagine di solida democrazia agli occhi della comunità internazionale.

 

Fonti e approfondimenti:

https://thediplomat.com/2018/03/myanmars-approach-to-india/

https://thediplomat.com/2017/09/indias-balancing-act-in-myanmar/

https://www.aljazeera.com/indepth/features/rohingya-kill-india-deport-myanmar-181014215419540.html

https://www.aljazeera.com/news/2018/10/indian-court-deportation-rohingya-myanmar-181004075619701.html

 

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