Israele torna alle urne: cosa cambia?

Dopo meno di sei mesi, in Israele si torna alle urne. Netanyahu non è riuscito a formare un governo ed è stato costretto a chiedere un nuovo voto per evitare che il mandato venisse affidato al leader dell’opposizione, Binyamin Gantz. Secondo gli ultimi sondaggi, la situazione rimarrà pressoché invariata con la Blue and White List di Gantz e il Likud di Netanyahu a contendersi la premiership sul filo del voto. Vi sono però degli elementi di discontinuità che potrebbero influenzare il verdetto finale.

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I risultati del 9 aprile.

Nuove coalizioni

La prima novità importante è il ritorno dei quattro partiti arabi sotto l’egida della Joint List dopo che in aprile avevano corso in due liste separate.  Il capolista Ayman Odeh ha anche ventilato la possibilità – nelle giuste circostanze – di sostenere una maggioranza di centro-sinistra guidata da Gantz. Sarebbe la prima volta nella storia del Paese, dal momento che finora i partiti arabi sono sempre rimasti fuori dalla coalizione al governo. In alternativa, la Joint List potrebbe supportare un governo di minoranza rimanendo all’opposizione.

La sinistra invece rimane spaccata, nonostante il rientro in campo dell’ex premier dei Labor Ehud Barak. Barak, assieme al partito di sinistra Meretz e a Stav Shaffir, stella nascente dei Labor, ha formato l’Unione Democratica. Allo stesso tempo, il Labor ha cercato di risollevare il profilo del partito dopo l’umiliante risultato di aprile, sostituendo alla leadership Avi Gabbay con Amir Peretz. La decisione di preferire un’alleanza con il partito di centro Gesher – rimasto fuori dalle ultime elezioni – a una con l’Unione Democratica potrebbe però demotivare alcuni elettori, come ha dimostrato la defezione di Shaffir.

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Ehud Barak. Fonte: Wikimedia Commons

Spostandosi a destra, si nota la volontà di correggere alcuni degli errori fatti nella scorsa tornata, per evitare di perdere voti vitali. Lo scorso aprile Ayelet Shaked e Naftali Bennet avevano lasciato il partito Jewish Home per formare la Nuova Destra, che però non è riuscita a superare la soglia del 3,25%. Alla vigilia delle nuove elezioni hanno dunque annunciato una nuova lista, Yamina. Questa includerebbe i vecchi alleati di Jewish Home e Tkuma – che si erano uniti per le elezioni di aprile 2019 nella lista Union of the Right-Wing Parties. L’alleanza ha cercato di capitalizzare la popolarità di Shaked, nominandola capolista. Rimane da vedere quanti voti riusciranno a strappare al Likud.

Il partito più controverso di queste elezioni è Otzma Yehudit. Nato nel 2013 e ispirato all’ideologia ultranazionalista del rabbino Meir Kahane, si è contraddistinto per le invettive razziste e l’incitamento alla violenza. Lo scorso aprile Netanyahu ha pensato bene di legittimare il partito spingendolo verso una lista, la Destra Unita, con i più moderati HaBayit HaYehudi e National Union. In vista della nuova corsa elettorale, Otzma ha deciso però di lanciare una campagna indipendente, e alcuni sondaggi iniziali l’hanno proiettato con quattro seggi nella Knesset. Sebbene le ultime previsioni smentiscano la possibilità che il partito riesca a raggiungere il minimo richiesto, il ritiro del partito Zehut dalla competizione potrebbe favorirne l’ascesa.

Affluenza

La grande incognita rimane l’affluenza dell’elettorato arabo. In aprile, anche a seguito delle scissioni interne alla compagine politica, le comunità arabo israeliane – circa il 20% della popolazione – hanno per lo più boicottato il voto. Con il 49,2% si è registrata l’affluenza più bassa di sempre. Quindi, nel tentativo di motivare la propria base, la Joint List araba è tornata in gara come un unico blocco sperando di riprodurre e migliorare i risultati del 2015, quando, correndo unita, si era aggiudicata 13 seggi su 130.

Al di là della performance degli elettori arabi, si teme un’affluenza più bassa anche da parte dell’elettorato israeliano di tendenza secolare. I numeri giocherebbero in tal caso a vantaggio degli ultraortodossi che di solito riescono a mobilitare le loro comunità in massa con percentuali che si aggirano attorno all’80%.

Il fattore Lieberman

Avigdor Lieberman è emerso come il vero kingmaker di queste elezioni. L’ex-ministro della Difesa è stato la causa del flop di Netanyahu dopo le elezioni dello scorso aprile, rifiutandosi di entrare in una coalizione con i partiti ultraortodossi a meno di non avere garanzie su una legge che avrebbe imposto a questi ultimi la leva militare obbligatoria. Ergendosi a portavoce della corrente secolare, Lieberman è riuscito a piazzare il suo partito, Yisrael Beitenu, nel solco dello spinoso dibattito sul ruolo della religione nello Stato. Ci sono buone possibilità dunque che riesca ad attirare non solo il tradizionale elettorato di immigrati dall’ex-Unione Sovietica ma anche esponenti della destra moderata, frustrati dall’ingerenza religiosa nella vita pubblica. In campagna elettorale, Lieberman ha inoltre segnalato la volontà di unirsi a Gantz in “un governo secolare unito” che escluda gli ultraortodossi e raccolga possibilmente i membri del Likud, anche a costo di sacrificare Netanyahu.

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Avigdor Lieberman. Fonte: WikimediaCommons

Netanyahu e la lotta per la sopravvivenza

Dal canto suo, il leader del Likud si è lanciato in questa nuova avventura elettorale con la spada di Damocle dell’udienza di ottobre, in cui sarà chiamato a difendersi contro i tre capi d’accusa per frode, corruzione e abuso di fiducia mossi contro di lui dal procuratore generale Avichai Mandelblit lo scorso luglio. La vittoria e la nascita di un governo di destra è fondamentale per vedere approvata una legge che gli garantisca l’immunità. In campagna elettorale Bibi non ha risparmiato colpi, mantenendo la sicurezza al centro del suo messaggio elettorale.

L’immagine di un Paese sotto assedio è rimasta alla base della strategia mediatica di Netanyahu: dal confronto con Hezbollah in Libano, ai droni in Siria, ai siti nucleari nascosti dell’Iran, ad Hamas e Gaza. Vengono intanto rilanciate le amicizie internazionali. Bibi è volato a Sochi per un incontro last minute con Putin, a Londra per porgere ossequi a Boris Johnson, e perfino in Ucraina, nel tentativo di ingraziarsi gli elettori filorussi di Lieberman. Washington, invece, ha creato qualche grattacapo con il licenziamento del falco Bolton e un possibile incontro tra Trump e Rouhani. Ma l’alleanza Stati Uniti-Israele rimane solida, con il tanto atteso ‘accordo del secolo’ che dovrebbe essere reso pubblico dopo le elezioni. In dirittura d’arrivo, Netanyahu si è spinto anche a promettere di annettere un terzo della West Bank se rieletto, annuncio ricevuto con freddezza dalla comunità internazionale.

L’allarmismo ha dominato anche il fronte interno e si è prevedibilmente tradotto in attacchi contro la comunità araba. Il Likud ha cercato di far approvare una legge per permettere l’installazione di telecamere nelle stazioni di voto in modo da prevenire presunti brogli elettorali da parte degli arabi israeliani. L’iniziativa, bocciata dalla Knesset, arriva sulla scia delle 1.200 telecamere nascoste piazzate dal Likud lo scorso aprile in alcuni seggi arabo-israeliani che, secondo alcuni membri, avrebbero scoraggiato l’affluenza araba. Pochi giorni dopo, Facebook ha bloccato il chatbot della pagina di Netanyahu per incitamento all’odio in risposta a un post che avvertiva contro una vittoria di un “pericoloso governo di sinistra”, sostenitore di politici arabi ansiosi di “distruggerci tutti – donne, bambini e uomini – e permettere a un Iran nucleare di spazzarci via”.

Il futuro della 21esima Knesset dipenderà non soltanto dai risultati delle urne. E come ha dimostrato l’esperienza di aprile, nei giochi politici per raggiungere la maggioranza dei 61 seggi necessaria a governare, tutto è possibile.

Fonti e Approfondimenti

Ksenia Svetlova, Netanyahu gets little from Putin in Sochi meeting, Al-Monitor, 13 Settembre 2019

Lahav Harkov, Has enough changed to prevent a third election?, The Jerusalem Post, 13 Settembre 2019

Maayan Jaffe-Hoffman,  Ayman Odeh is poised to make history, no matter the results on Sept.17, The Jerusalem Post, 13 settembre 2019

Ruth Eglash and James McAuley, In Israeli election, a nation votes but one man could decide, The Washington Post, 13 settembre 2019

Steffen Hagemann et al., Israeli Elections 2019 – Round Two, Heinrich Boll Stiftung, 7 settembre 2019

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