La Cina e il sogno di una ‘civiltà ecologica’

In uno scenario internazionale in cui la transizione energetica verso le fonti rinnovabili è divenuta un imperativo assoluto della nostra epoca, è la Cina ad aver assunto la posizione di guida indiscussa in questa nuova sfida per l’umanità.  Un report pubblicato lo scorso 11 gennaio dalla Global Commission on the Geopolitics of Energy Transformation – un organo istituito dall’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA) – ha evidenziato come il gigante asiatico ricopra, ormai, il ruolo di leader nel settore delle energie pulite. 

Pechino è di fatto il primo produttore ed esportatore di pannelli solari, turbine eoliche e veicoli elettrici. Alla base di tale export, vi è un forte sviluppo tecnologico, con oltre 150.000 brevetti depositati (dati del 2016), i quali costituiscono il 29% del totale mondiale. Per contro, i brevetti  statunitensi ammontano a circa 100.000, mentre sono solo 75.000 quelli a marchio UE. Tali numeri costituiscono un indicatore di quanto la Cina stia investendo nel settore delle rinnovabili, avendo sorpassato la Germania già nel 2015.

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Fonte: Unsplash

Lo sforzo sistematico di Pechino, in tale direzione, è iniziato nel 2014, con l’adozione da parte del Partito Comunista dell’ Energy Development Strategy Action Plan 2014-2020, il quale ha posto come obiettivo  quello di trasformare la Cina in una ‘civiltà ecologica’. Un traguardo più che ambizioso, considerando che il fabbisogno energetico della sola Repubblica Popolare ammonta al 23% di quello totale mondiale. In tale prospettiva, la Cina continuerà ad aumentare gli investimenti nel settore delle rinnovabili, con le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia che ipotizzano l’allocamento di  ben 6 trilioni di dollari entro il 2040. 

Uno dei punti di forza della rivoluzione rinnovabile cinese è ovviamente costituita dall’energia solare. La produzione della Repubblica Popolare in tale branca ammonta a ben 125 gigawatt, mentre Stati Uniti e Germania generano rispettivamente solo 47 e 40 gigawatt. Si calcola che, dal 2008, il governo cinese abbia investito circa 47 miliardi di dollari in energia solare, tramite lo stanziamento diretto di fondi, sgravi fiscali e incentivi vari. 

Inoltre, la Cina è una dei pionieri della finanza sostenibile, o green finance. Di fatto, l’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite ha evidenziato come l’utilizzo esclusivo di finanziamenti pubblici non sia sufficiente a raggiungere, entro il 2035, la quota di investimenti in rinnovabile necessaria per evitare il disastro climatico. Da qui nasce la necessità di istituire un sistema di green finance che possa incentivare gli investimenti privati nel settore. Nel 2016, Pechino ha istituito il suo primo green bond market, il quale è già il secondo più grande al mondo per mole (31 miliardi di dollari), dopo quello degli Stati Uniti (34 miliardi di dollari). 

Energia rinnovabile come obiettivo strategico

I grandi sforzi della Cina nel settore delle dell’energia rinnovabile non sono tuttavia determinati esclusivamente dalle necessità climatiche e ambientali, ma diverse considerazioni di carattere geopolitico e valutazioni di sicurezza nazionale hanno ispirato il Partito Comunista Cinese nell’intraprendere il suo cammino ecologico

Il grande balzo economico degli anni ’90 ha aumentato a dismisura la dipendenza di Pechino dall’importazione di petrolio. La grande sete di greggio del gigante asiatico aveva portato quest’ultimo a imitare gli Stati Uniti nella loro relazioni con i Paesi esportatori di questa risorsa: vendita di armi e investimenti in questi Stati avrebbero assicurato a Pechino quel continuo flusso di petrolio necessario ad alimentare la propria crescita economica. 

Come descritto da Amy Myers Jaffe in un articolo pubblicato su Foreign Affairs, nei primi anni 2000, la Cina iniziò a focalizzare le proprie attenzioni su alcuni Paesi chiave, (Iran, Iraq, Sudan e Venezuela), poichè con questi, a causa delle sanzioni adottate dalla comunità internazionale, Pechino non avrebbe sofferto la concorrenza degli Stati Uniti e dei suoi alleati per assicurarsi l’importazione di petrolio. Tale strategia si è rivelata essere fallimentare, o almeno non capace di portare i frutti sperati. L’instabilità politica in Sudan e Iraq costituisce di fatto un rischio molto elevato per il personale cinese impiegato sul territorio, mentre Venezuela e Iran non costituiscono una garanzia adeguata per il fabbisogno energetico cinese.

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Fonte: Pixabay

Proprio il caso del Venezuela è forse quello più emblematico nello spiegare il parziale fallimento della posizione cinese. Tra il 2007 e il 2014 la Cina aveva fornito al governo di Caracas prestiti per un valore di 60 miliardi di dollari in cambio di approvvigionamenti di petrolio, ma le esportazioni di petrolio del Venezuela verso la Cina nel 2017 ammontavano solamente a 450.000 barili giornalieri a fronte dei circa 900.000 previsti da Pechino.

L’eccessiva dipendenza della Repubblica Popolare dalle importazioni di greggio costituisce quindi un grave problema di sicurezza agli occhi dei dirigenti del Partito Comunista. Tale situazione è ancora più aggravata dal recente aumento della produzione petrolifera e di gas naturale da parte degli Stati Uniti. Una maggiore indipendenza di Washington nel settore petrolifero, potrebbe infatti portare gli USA a disinteressarsi delle crisi future in Medio Oriente, aumentando in questo modo il rischio di instabilità politica in una regione fondamentale per gli approvvigionamenti di greggio della Cina. 

Un altro fattore di rischio è costituito dal controllo esercitato dagli Stati Uniti con la propria flotta sulle arterie marittime del commercio mondiale di petrolio. In uno scenario internazionale in cui Washington e Pechino si trovano più che mai in una situazione di confronto, è negli interessi della Repubblica Popolare ridurre la propria dipendenza dalle risorse che passano per tali rotte. Allo stesso modo anche il rafforzamento delle forze navali di rivali regionali come Giappone e India, possono costituire un fattore di rischio aggiuntivo.

Con i suoi ingenti investimenti nel rinnovabile la Cina mira, non solo a divenire autosufficiente dal punto di vista energetico, ma anche a proporsi come punto di riferimento del mercato mondiale dell’energia pulita. Lo sviluppo di un’economia globale sostenibile rappresenta una grande opportunità per la Cina, nonché un’occasione per alterare gli equilibri geopolitici dello scenario internazionale. 

Un ulteriore incentivo è costituito dalla rinuncia dell’amministrazione Trump alla sfida delle rinnovabili. Gli Stati Uniti, uscendo dall’ accordo di Parigi del 2015, hanno di fatto ceduto il ruolo di leadership nel settore alla Repubblica Popolare. La Cina utilizzerà questa sua superiorità per instaurare legami duraturi con potenze regionali e globali, basati per l’appunto sull’ esportazione di infrastrutture e tecnologie legate alla transizione alle rinnovabili

Piccoli passi indietro

Nonostante gli enormi sforzi fatti dalla Cina per favorire la transizione verso un’economia sostenibile, la strada per il gigante asiatico sembra essere ancora in salita. Nel 2016 l’ energia generata da carbone e petrolio costituiva ancora il 71% della produzione totale, mentre le fonti rinnovabili rappresentavano solo il 25%. Inoltre, la guerra commerciale intrapresa dagli Stati Uniti contro la Cina ha determinato una tassa del 30% sulle importazioni americane di pannelli made in China, provocando una contrazione del settore dell’energia solare nella Repubblica Popolare. D’altra parte, il costo relativamente più basso del carbone continua ad essere un fattore di forte attrazione per gli investimenti privati.

In aggiunta, un problema non trascurabile è costituito dall’incapacità della rete elettrica cinese di assorbire tutta l’energia generata dalle fonti rinnovabili. Nel 2016, la quota di energia non assorbita ammontava al 17%, mentre nel 2018 tale percentuale è scesa al 7%, una quota ancora troppo consistente della produzione considerate le ambizioni di Pechino. Non basta quindi per la Repubblica Popolare investire in rinnovabile, ma un’opera di adattamento della rete energetica del Paese è necessaria al fine di sfruttare al massimo il nuovo potenziale acquisito

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Fonte: Unsplash

Altro ostacolo è rappresentato dalla decentralizzazione del processo di valutazione e approvazione dell’impatto ambientale dei nuovi impianti energetici, il quale è stato riallocato a livello provinciale piuttosto che centrale. Tale devoluzione è di fatto risultata in un alleggerimento della regolamentazione volta a disincentivare gli investimenti con impatto ambientale negativo. Infine,  la perdita di posti di lavoro dovuta alla futura chiusura di miniere di carbone e impianti di estrazione petrolifera, rappresenta un trade-off di cui Pechino dovrà tener conto.

Conclusioni

La Cina sembra oramai aver intrapreso il suo cammino verso la creazione di una ‘civiltà ecologica’. Tale iniziativa, oltre a essere guidata dalla necessità di evitare un disastro climatico globale, è stata determinata anche da imperativi  strategici e di sicurezza non trascurabili. Le ambizioni di potenza globale di Pechino hanno portato il Partito Comunista cinese a perseguire un percorso di autosufficienza energetica, con obiettivo ultimo quello di dominare il mercato globale delle energie rinnovabili. Il successo della Cina in tale impresa porterebbe giovare al mondo intero, in quanto ne conseguirebbe una riduzione del costo delle tecnologie rinnovabili  e dunque un incentivo alla transizione energetica anche in altri Paesi. D’altro canto, tale rivoluzione determinerebbe un riassestamento dell’asse geopolitico, caratterizzato dalla diminuzione dell’influenza esercitata dai Paesi esportatori di petrolio e molto probabilmente da un esponenziale restringimento delle economie di questi Stati.

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