L’ombra lunga del destino negli USA

“La leadership americana sullo scenario globale si è sempre fondata non solo sul potere dei suoi ideali, ma anche sul potere del suo esempio”. Comincia con queste parole una riflessione della politica Stacey Abrams sullo stato attuale della crisi, pubblicata pochi giorni fa sulle colonne di Foreign Affairs. Nello scritto vengono messe in evidenza diverse criticità sulle mosse dell’amministrazione Trump, rea, secondo l’autrice, di avere tradito l’eccezionale identità degli Stati Uniti nella gestione della situazione sanitaria.

In realtà, a entrare in crisi – ben prima dell’attuale emergenza – sono state alcune delle grandi narrazioni che hanno storicamente contraddistinto il Paese nordamericano. Diventata recentemente un fenomeno centrale della comunicazione politica, la narrazione ha interessato tutti i popoli della storia, in quanto unico strumento in grado di soddisfare l’esigenza di significato delle società umane. Nel caso statunitense, molti degli elementi tuttora presenti nell’immaginario collettivo presentano una forte connessione con la società coloniale. 

Nascita di un mito

Dalle origini delle tredici colonie alla nascita della superpotenza, nella storia degli States è sempre stata presente una dimensione religiosa. Questa connotazione spirituale, che gode ancora di grande rilevanza nel plasmare il dibattito pubblico, ha una tradizione storica che risale alla prima parte del diciassettesimo secolo, quando i puritani iniziarono a popolare quello che divenne il New England. Come sottolineato da diversi autori, i nuovi “americani” incominciarono a concepirsi come un nuovo popolo eletto, mentre il continente rappresentava una terra promessa, “una città sulla collina”, nella quale realizzare il disegno di Dio. 

I puritani ritenevano che esistesse una forte correlazione tra il processo di rinnovamento religioso della Riforma e la rivelazione del Nuovo Mondo. Ai loro occhi, il Signore aveva inteso premiare i visibile saints, i più puri fedeli, offrendo loro una nuova casa, in cui essi avrebbero dovuto dare seguito al progetto divino, dimostrando di interpretare correttamente i segnali della predestinazione. Il destino era vincolato alla “scelta”, un altro tema fondamentale nella lettura della Bibbia offerta dai seguaci del protestantesimo: attraverso una sequenza di giuste decisioni, tanto il singolo quanto la comunità si sarebbero potuti conformare alla volontà divina, compiendo in questo modo il proprio destino. 

Lo stesso discorso era valido a livello individuale, come si può facilmente comprendere considerando la possibilità, prevista nel periodo della Riforma, di una libera e personale interpretazione delle Sacre Scritture da parte dei fedeli, capaci così di oltrepassare la tradizionale mediazione dei ministri del culto. Risulta evidente come una simile visione, in una società fortemente religiosa, finisse inevitabilmente per permeare tutte le attività umane. Per questo motivo, se a livello collettivo l’elemento spirituale si ritrova sul piano politico, a livello individuale lo si può cogliere in una dimensione apparentemente svincolata dal dettame religioso, quella legata alla realizzazione terrena. 

Nella società

Prendendo in considerazione proprio quest’ultimo punto di vista, ha avuto grande fortuna accademica l’intuizione di Weber sulla correlazione tra l’etica protestante e ciò che egli definisce “lo spirito del capitalismo”, secondo il quale i segni della grazia divina sarebbero stati trovati nel successo economico dell’imprenditore moderno. Sebbene la tesi del sociologo si sia successivamente prestata a diverse critiche, sono in molti ad avervi riconosciuto un’importante chiave di lettura per gli sviluppi intercorsi sul continente americano. 

Nel corso dell’Ottocento, l’iniziativa economica personale assunse sempre più un carattere mobile, in due direzioni principali. Verso le aree urbane del Nord, in cui era in atto un processo di industrializzazione; verso Ovest, in cui si stava assistendo alla progressiva conquista dell’immenso territorio, in un’opera di espropriazione dei territori occupati dalle popolazioni native, che vennero sterminate o, nella migliore ipotesi, segregate nelle riserve. A giustificare l’avanzata concorrevano convinzioni religiose e una fortissima dose di darwinismo sociale, in una società in cui la condizione necessaria per fare parte del “progresso” era avere la pelle bianca.

La mobilità costituì a lungo un privilegio esclusivo per gli uomini bianchi di discendenza europea, che riuscivano a espandere i propri orizzonti in una società che si narrava dinamica, ma era tutt’altro che egualitaria. È tuttavia in questo secolo, precisamente negli anni Trenta, che nacquero due concetti destinati ad avere una grande fortuna nel racconto americano, e che avrebbero pertanto inglobato in futuro anche le aspirazioni delle minoranze: self-made man e classe media. Con il primo termine, cominciò a farsi riferimento all’uomo auto-realizzatosi, il cui successo in ambito economico dipendeva quindi in via esclusiva dalla propria etica del lavoro e dalla ambizione di scalare i diversi gradini della società. La middle class corrispondeva, invece, a un obiettivo di status più limitato, riferito a una posizione sociale dai contorni talmente ambigui che ogni buon lavoratore americano, in grado di raggiungere una qualche forma di serenità materiale, avrebbe facilmente potuto riconoscervisi. 

Paradossalmente, queste idee contribuirono a generare, nel dibattito pubblico di una società radicalmente diseguale, una rappresentazione anti-classista. Sebbene si riferissero a concetti diversi, per non dire in aperta antitesi, concorrevano entrambi a porre le basi per una narrazione funzionale allo status quo, in cui se la promessa del benessere è aperta a tutti, quella del fallimento non può essere contemplata. Infatti, se la responsabilità  viene completamente rimessa ai singoli, abituati a leggere le condizioni di vita in termini di etica individuale, per questi ultimi diventa molto più difficile mettere in discussione la propria situazione, perché questo significherebbe ammettere apertamente le proprie colpe. 

Se nell’immaginario collettivo gli Stati Uniti hanno continuato stabilmente a rappresentare questi ideali, nel tempo non sono mancate visioni critiche del modello stereotipato del self-made man, provenienti tanto da esponenti politici quanto da autori che vi hanno rilevato le più grandi ipocrisie della società americana. Per quanto riguarda la middle class, nel racconto del Novecento e in particolare dal secondo dopoguerra, essa è stata sempre più associata ai cosiddetti “colletti bianchi”, ovvero i lavoratori dipendenti solitamente impiegati in posizioni intermedie nelle organizzazioni lavorative. Da un modello dinamico ottocentesco si è quindi passati a un modello più ancorato alla concezione di stabilità, soprattutto sul piano sociale. Il sentimento di appartenenza alla classe media, infatti, non si è mai limitato a mere considerazioni di natura economica, ma ha riguardato una ben più complicata questione di riconoscimento culturale e un’esigenza di protezione, sia per il singolo che per l’intero nucleo familiare.

Oggi e domani

Il sistema economico statunitense negli ultimi quarant’anni si è dimostrato estremamente efficace nell’accrescere le disuguaglianze. Ciononostante, e a dispetto di una contro-narrazione portata avanti in diverse epoche, nelle parole delle élite hanno continuato a prendere vita esempi di self-made man volti a dimostrare la grandiosità della nazione americana. L’attuale inquilino della Casa Bianca costituisce proprio un esempio di questo tipo; lungi dall’essere un imprenditore venuto su con le sole forze dei suoi mezzi, Trump ha costruito una narrazione ad hoc sulla sua capacità di affarista, riuscendo a convincere molti americani di una cosa semplicemente non vera.  

Sull’altro versante, se da una parte il concetto di middle class presenti tutt’oggi maglie talmente larghe che, anche se a diversi livelli, vi si identifica il 90% degli americani in una logica di riconoscimento sociale; dall’altra si sono registrati alcuni segnali di cambiamento nell’opinione pubblica proprio su questa dimensione. Sebbene il leitmotiv dominante giustifichi ancora la “regolarità dell’eccezione”, ovvero la conservata capacità dell’America di rivelarsi una terra di opportunità per i suoi cittadini, questi ultimi manifestano più di un dubbio sul fatto che l’ambizione, da sola, riesca a garantire un futuro radioso. Secondo un sondaggio effettuato dal Pew Research Center, il 55% degli americani ritiene infatti che siano le circostanze, e non una maggiore etica del lavoro, a determinare il successo del singolo nel raggiungere il successo economico. Senza volere esagerare la portata di un singolo dato, si ritiene significativo che, per la prima volta da cinque anni a queste parte, condividesse questa idea la maggior parte dei cittadini statunitensi. 

Così come risulta rilevante, per quanto riguarda il tema della sicurezza, il fatto che sentirsi parte della classe media non sembra più garantire una protezione sufficiente rispetto alle continue fluttuazioni del mercato. In questo senso, forme sempre più individualizzate di partecipazione alla vita sociale e politica potrebbero rendere ancora più fondata e diffusa la percezione che la vita sia ormai una “soluzione biografica a contraddizioni sistemiche”, come sostenuto tempo fa da Ulrich Beck. Nella nostra epoca, a rischi e contraddizioni prodotte a livello sociale le persone cercano di rispondere sempre più attraverso singoli tentativi di auto-affermazione, quando questo è diventato sempre meno possibile.

Con la situazione determinata dalla diffusione del Covid-19, che negli USA ha portato la disoccupazione a livelli paragonabili a quelli registrati nella grande depressione seguita al crollo di Wall Street nel 1929, potrebbe rendersi ancora più necessaria la fondazione di un nuovo mito americano. Soprattutto se si considera che quella attraversata dagli Stati Uniti è la seconda grave crisi economica nell’arco di poco più di un decennio. Se è vero, come sostiene Abrams, che la forza di una nazione si basa sul valore dei suoi ideali, in questo momento di passaggio la scelta sulla futura identità degli States potrebbe essere irreversibile. Anche per questa ragione, le prossime elezioni saranno decisive.

 

Fonti e approfondimenti

Abrams S. (2020), American Leadership Begins at Home, Foreign Affairs, 5/1/2020.

Beck U., Privitera W. (2006). La società del rischio: verso una seconda modernità, Roma, Carocci.

Decker J. L. (1994), The Great Gatsby’s Pristine Dream The Diminishment of the Self-Made Man in the Tribal Twenties, NOVEL 28.1 (Autumn),p. 52-71.  

McDonald J., Karol D., Mason L. (2019)Many Voters Think Trump’s a Self-Made Man. What Happens When You Tell Them Otherwise?, Politico, 1/17/2019.

Paul, H. (2014). The Myths That Made America: An Introduction to American Studies. Bielefeld, American Cultural Studies.

Weber M. (1991), L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Milano, Rizzoli.

Zaloom C. (2018), Does the U.S. Still Have a ‘Middle Class’?, The Atlantic, 11/4/2018.

 

 

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