La Rule of Law nei Balcani Occidentali: tra spinte di apertura e controllo del governo

Lo Spiegone
@LoSpiegone

Albania, Montenegro e Macedonia del Nord sono tutti e tre “Paesi candidati” a entrare a far parte dell’Unione europea, ma hanno raggiunto tale traguardo in periodi differenti. Il Montenegro ha presentato la proposta di adesione nel 2010 e ha formalmente aperto i negoziati nel 2012. L’Albania invece, dopo aver presentato la domanda di adesione nel 2009, ha dovuto attendere marzo 2020 per l’inizio dei negoziati, per via di carenze nell’applicazione della rule of law e di opposizione interna all’UE. In maniera simile, la Macedonia del Nord ha raggiunto lo status di Paese Candidato nel dicembre 2004 ma il processo si è arrestato nel 2009 per un veto posto dalla Grecia. Anche in questo caso le dinamiche tra gli Stati membri hanno ritardato l’apertura dei negoziati fino al marzo 2020

La libertà (politica) del giornalismo

Per quanto riguarda l’Albania, se da un lato le leggi costituzionali salvaguardano formalmente le libertà di stampa e di espressione, dall’altro lato due leggi del dicembre 2019 volute dal governo di Edi Rama hanno di fatto favorito la denuncia dei giornalisti per “diffamazione” da parte di singoli cittadini, istituendo delle vere e proprie agenzie di controllo sui media. I giornalisti albanesi e il Consiglio d’Europa hanno denunciato tale legislazione temendo come dirette conseguenze un inasprimento della censura e una maggiore controllo dei media. Inoltre, la concessione delle licenze radiotelevisive è anch’essa controllata dal governo, rendendo di fatto la televisione pubblica albanese “privata” e soggetta al volere dei partiti di maggioranza.

Secondo il rapporto del 2020 di Reporters Without Borders, in Albania molti giornali sono affiliati ai principali partiti di governo e in contrapposizione ai partiti di minoranza. Infatti, i giornalisti investigativi che conducevano inchieste autonome spesso sono stati vittime di abusi fisici e verbali, mentre i media online critici nei confronti del governo sono stati oscurati. Il clima di denigrazione dei media è aggravato in primis anche dal primo ministro Edi Rama che nel marzo 2020 ha invitato i cittadini a proteggersi, oltre che dal coronavirus, anche dai media e dal loro potere diffamatorio verso il Parlamento. 

In Montenegro, la prassi dell’autocensura “protegge” i giornalisti dalle intimidazioni e dalle querele, data la polarizzazione politica cui sono sottoposti i media nazionali e locali. Tuttavia, tale auto-imposizione da parte dei singoli giornalisti e dei gruppi editoriali limita fortemente la possibilità di trattare argomenti spinosi nelle inchieste riguardanti la politica montenegrina. Ai media non simpatizzanti con la linea politica del governo spesso viene limitata la possibilità di avere spazi sulla rete pubblica, mentre i giornalisti investigativi continuano a essere vittime di abusi fisici e verbali da parte della criminalità organizzata. Ne è un esempio la vicenda del giornalista d’inchiesta Jovo Martinovic, che nel gennaio 2019 ha ricevuto una condanna a diciotto mesi (poi ridotta a un anno) mentre investigava sulle connessioni tra traffico di droga nei Balcani e il ruolo delle Pink Panthers, una rete internazionale di ladri di gioielli. Il giornalista aveva già scontato 14 mesi in carcere in via preventiva dopo che nell’ottobre 2015 era stato accusato di traffico di droga e di partecipazione ad associazione a delinquere. La comunità internazionale ha condannato la sentenza e la Corte d’appello ha ordinato un nuovo processo.

Per quanto riguarda le emittenti pubbliche, la RTCG (radiotelevisione del Montenegro) rimane sotto stretto controllo del DPS, nonostante negli anni passati si sia cercato di nazionalizzarla e in ferma opposizione alle proteste della società civile. 

Una situazione leggermente differente è riscontrabile in Macedonia del Nord, dove nonostante si continuino a verificare attacchi verbali e fisici nei confronti dei giornalisti, il  Sindacato Indipendente dei Giornalisti e dei Lavoratori dei Media ha denunciato a più riprese le violenze. Tali soprusi sono in continua diminuzione dal 2017 e l’allentamento della pressione del governo nei confronti dei media ha contribuito a un avanzamento del Paese nel ranking complessivo del Country Report 2020 di Freedom House, con un punteggio complessivo di 63/100 (nel 2019 era 59/100) per l’impegno nella libertà di stampa da parte del governo di Zoran Zaev. Questo perché: “[…] il governo guidato dall’Unione Socialdemocratica di Macedonia (SDSM) non si è impadronito del tempo di trasmissione dei media. La sorveglianza di massa e le intercettazioni telefoniche dei giornalisti che hanno avuto luogo sotto il governo VMRO-DPMNE non si sono ripetute.” Ciò nonostante, l’affiliazione dei giornali ai principali partiti politici permane mentre invece la diffusione di un effettivo giornalismo indipendente sta crescendo nelle pubblicazioni online. 

L’attuale governo ha eliminato la pubblicità nei media: tale modifica ha avuto un impatto molto positivo sulla libertà di stampa, limitando il controllo dei partiti sui giornali e sugli indirizzi di voto dei cittadini. 

Il miglioramento della qualità della libertà di espressione a livello nazionale è considerevole, mentre a livello locale persiste la pressione politica, in quanto la limitazione dei contenuti politici nelle pubblicità è messa in atto solo a livello delle emittenti nazionali. I sindacati dei giornalisti macedoni sono molto attivi nella difesa dei propri diritti, se rapportati a quelli di Albania e Montenegro: nel 2019 il Consiglio di Etica dei Media (CMEM) e il sindacato dei giornalisti macedoni hanno creato un Registro dei media professionali online che conta circa 70 membri.

I sistemi giudiziari: tra riforme e corruzione 

Nonostante la Costituzione albanese del 1998 preveda una magistratura indipendente, i tribunali sono sottofinanziati dallo Stato e quindi spesso soggetti a pressioni e influenze politiche. Il saggio di Brunilda Bara e Jonad Bara sottolinea come in casi giudiziari riguardanti membri del Parlamento o del governo, molte decisioni dei tribunali vengono considerate come una presa di posizione politica da parte del sistema giudiziario nei confronti del partito (di governo o di opposizione). 

Nel 2016, il Parlamento ha approvato una serie di riforme volte a rafforzare l’indipendenza e la capacità del sistema giudiziario. Queste riforme si sono tradotte in una valutazione periodica in cui vengono indagate la professionalità, l’integrità morale e l’indipendenza dei giudici e dei pubblici ministeri. Tuttavia, le garanzie costituzionali di un giusto processo non vengono messe in atto secondo il principio di eguaglianza e talvolta al pubblico viene impedito di assistere al processo. Non sempre viene fornita consulenza legale a coloro che non possono permettersi un avvocato e tale carenza acuisce la disparità di trattamento tra politici e persone comuni.

La nuova Costituzione dovrebbe, in teoria, rafforzare lo Stato di diritto e la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario albanese. Ciò nonostante, spetterebbe ai tribunali e alle istituzioni sottolinearne l’importanza e sottostare alla rule of law, garantendo il rispetto di una magistratura indipendente. 

In Montenegro, in maniera simile a quanto avviene in Albania, il sistema giudiziario è suscettibile alle pressioni del governo e la corruzione rimane un problema latente, nonostante i continui sforzi per rafforzare l’indipendenza giudiziaria.

I procedimenti sono lunghi e vengono rallentati dalla burocrazia, mentre la polizia spesso trattiene i sospetti in detenzione preventiva prolungata durante tutto il periodo delle indagini preliminari. I tribunali sono scarsamente finanziati e spesso sovraccaricati da processi lunghi e dispendiosi in termini di tempo e denaro pubblico.

Un esempio della corruzione dilagante è rappresentato dalle registrazioni audio e dai documenti ufficiali trapelati nel 2019 che hanno coinvolto il procuratore dello Stato Ivica Stanković e il presidente della Corte suprema Vesna Medenica in questioni di corruzione politica risalenti al 2017. Entrambi sono stati chiamati a giudizio a seguito di un processo caratterizzato da confusione e poca trasparenza che riguardava la condanna di Andrija Mandić e Milan Knežević, parlamentari del Fronte Democratico (DF) accusati di aver organizzato un tentato colpo di Stato nel 2016. 

In Macedonia del Nord la preoccupazione e la sfiducia nell’efficacia e indipendenza della magistratura da parte della popolazione rimangono alte. Questo ha fatto in modo che sia il governo sia l’Unione europea mantenessero viva l’attenzione sul tema. L’UE ha sottolineato come le riforme giudiziarie debbano essere una priorità chiave dell’agenda politica del governo di Zoran Zaev. A tal proposito, già nel 2018 il governo aveva adottato una serie di riforme volte a rafforzare l’indipendenza della magistratura, tra cui la riforma dei meccanismi per contrastare comportamenti scorretti e la corruzione dei giudici. Tuttavia, le interferenze politiche nel lavoro dei pubblici ministeri rimangono un problema sostanziale del sistema giuridico macedone. Persiste anche il fenomeno dell’applicazione selettiva della giustizia, ovvero la possibilità o meno di avere un processo equo e indipendente sulla base dell’appartenenza politica dell’imputato. 

Quale futuro per la rule of law nei tre Paesi balcanici? 

Pur riconoscendo i progressi rilevati dal punto di vista legislativo nella difesa della rule of law in Albania, Montenegro e Macedonia del Nord, gli EU Country Progress Reports del 2020 descrivono un quadro complesso e sottolineano la necessità di un’ulteriore supervisione e impegno da parte dei rispettivi esecutivi nell’applicazione delle leggi e nell’effettiva indipendenza del sistema giudiziario. Al contempo, i punteggi assegnati da Freedom House qualificano i tre Paesi come “parzialmente liberi” e con evidenti segni di avanzamento nel ranking, soprattutto per la Macedonia del Nord. Da un lato, il vivo interesse dell’Albania nel proseguire nel processo di integrazione europea è frenato anche dalle prese di posizione del governo nei confronti delle libertà di stampa e di espressione dei giornalisti. Dall’altro, l’apparente immobilità del governo montenegrino guidato da Milo Djukanovic fino all’ottobre 2020, nella lotta alle interferenze politiche nei processi, limita fortemente qualsiasi avanzamento nei negoziati per i capitoli 23 e 24 dell’acquis communautaire per l’adesione all’UE. Nonostante le leggi costituzionali siano adatte al fine di garantire il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, l’implementazione delle leggi sul piano pratico presenta molteplici criticità e lacune sia nel sistema giudiziario sia nei media.

 

Fonti e approfondimenti

Bara, Brunilda e Bara, Jonad, “Rule of Law and Judicial Independence in Albania, University of Bologna Law Review, Vol. 2 n°1, pp. 23-48, 2017.

Consiglio d’Europa, “Platform to promote the protection of journalism and safety of journalists, 2020. 

Commissione europea, EU Country Progress Reports, 2020.

Freedom House, Freedom in the world 2020: Albania, 2020. 

Freedom House, Freedom in the world 2020: Macedonia del Nord, 2020.

Freedom House, Freedom in the world 2020: Montenegro, 2020. 

Reporters Without Borders, Albania Report, 2020.

Reporters Without Borders, Macedonia del Nord Report, 2020.

Reporters Without Borders, Montenegro Report, 2020.

Rosà, Paola, Montenegro: condanna per Jovo Martinović”, Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa, 8/10/2020.

Tomovic, Dunsica, “Montenegro Court Sentences 13 In ‘Coup’ Case”, BalkanInsight, 9/5/2019.

 

Editing a cura di Francesco Bertoldi

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