Luci e ombre sull’attentato di Istanbul

Istanbul_Lo Spiegone
@G Da - Wikimedia Commons - CC BY-SA 3.0

Alle 16:13 di domenica 13 novembre, un pacco bomba esploso in via Istiklal, vicino piazza Taksim, una delle aree più frequentate di Istanbul, ha causato 6 morti e 81 feriti – ad oggi 50 sono stati dimessi, mentre due rimangono in condizioni gravi. Il capo dello Stato Recep Tayyip Erdogan ha subito parlato di attentato, mentre il giorno seguente, il ministro dell’Interno Souleyman Soylu ha annunciato l’arresto di 46 persone coinvolte nell’azione. Tra di loro Alham Albashir, una 23enne di nazionalità siriana, esecutrice materiale dell’attentato, apparsa poche ore dopo l’operazione delle forze anti-terrorismo sui principali media turchi, ammanettata e con il volto tumefatto. Secondo le prime indiscrezioni rilasciate dalle autorità, la donna, immortalata da alcune videocamere di sicurezza nei pressi della zona dell’esplosione mentre depositava una borsa sospetta, sarebbe entrata nel Paese passando per Afrin, nord-est della Siria, e avrebbe ricevuto istruzioni da Kobane, il quartier generale delle Ypg/Ypj (Unità di difesa dei popoli e Unità di difesa delle donne), due gruppi armati attivi nel Paese arabo e legate al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) – considerato da Ankara, Washington e Bruxelles un’organizzazione terroristica. Tuttavia, le accuse delle autorità turche hanno destato diversi dubbi.

Perché l’ordine non poteva venire da Kobane

Le accuse mosse da Ankara al Pkk non hanno convinto parte degli analisti internazionali, persuasi dell’inutilità politica e strategica dell’attentato. Se infatti dovesse rivelarsi vera la notizia di un ordine arrivato dai piani alti dell’organizzazione curda nell’esecuzione dell’attentato, ciò rappresenterebbe un brusco cambio di strategia. In seguito all’arresto di Abdullah Ocalan nel 1999, fondatore del partito e ideatore della dottrina politica alla sua base, il partito ha dichiarato il cessate il fuoco unilaterale – poi interrotto e ripreso più volte. Da quel momento, ha aperto alla possibilità della risoluzione del conflitto con lo Stato turco tramite trattative diplomatiche con l’obiettivo di raggiungere l’autonomia del Bakur (il Kurdistan settentrionale, l’est della Turchia) e la cessazione delle ingerenze di Ankara negli affari intra-curdi in Rojava (Kurdistan occidentale, nel nord-est della Siria), in Bashur (Kurdistan meridionale, coincidente con la Regione autonoma del Kurdistan iracheno) e nel Rojhilate (Kurdistan orientale, nell’ovest dell’Iran). Tali colloqui sono iniziati in via ufficiosa nel 2013, anche se sono stati interrotti dall’aumento delle tensioni tra le due parti, soprattutto in Siria. 

Parallelamente, negli ultimi due decenni, il Pkk ha avviato una vasta campagna di sensibilizzazione, soprattutto in Europa, per farsi riconoscere internazionalmente come organizzazione politica legittima e non terroristica, pubblicando a inizio anni duemila una nuova dottrina politica che escludeva gli obiettivi civili dalla propria strategia militare, limitandosi al confronto armato con le forze armate turche e i propri proxies nelle aree di attrito, in linea con i principi della resistenza armata. Recentemente, inoltre, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha sancito che il Pkk è stato inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Ue dal 2014 al 2018 erroneamente, in quanto la decisione fu presa basandosi su sentenze dei tribunali turchi che non prendono in considerazione il nuovo approccio ideologico-strategico dei curdi al conflitto. Un vizio di forma dal momento che gli osservatori internazionali considerano, ovviamente, la Turchia parte belligerante nel conflitto con il Pkk. Un tale risultato legale, che agli occhi dei curdi appare più che una mera speranza di normalizzare il proprio status e le proprie rivendicazioni, verrebbe perso se si constatasse la reale partecipazione dei vertici del Pkk nell’attentato. Di fatto, il giorno dopo le accuse ricevute da Ankara, Nouri Mahmoud, portavoce ufficiale delle Ypg – seguito poi dai colleghi delle Forze democratiche siriane tutte e delle entità politiche del nord-est della Siria (anch’esse legate al Pkk) – ha smentito le accuse tramite comunicato ufficiale. 

Va inoltre specificato che risulterebbe difficile per una donna araba muoversi dalla Siria alla Turchia passando per Afrin. Non solo perché il confine tra i due Stati è chiuso e blindato da anni se non per unità militari e aiuti umanitari, ma anche perché la stessa Afrin, da cui Albashir sarebbe passata, è sotto il controllo delle forze paramilitari islamiste sostenute da Ankara, che hanno avuto proprio il compito di esercitare ferrei controlli sull’area e sulla popolazione locale, spingendola anche ad abbandonare la città, in quanto la regione, nei piani di Ankara, servirebbe al rimpatrio e al ricollocamento dei quasi 4 milioni di rifugiati siriani (stime UNHCR, febbrao 2022) giunti in Turchia sin dal 2011

Perché non c’era bisogno di un ordine da Kobane

Il fatto che i vertici militari e politici del Pkk non avrebbero mai dato l’ordine di un attentato non nega tuttavia la possibilità che l’organizzazione curda abbia giocato un ruolo nella sua esecuzione: nello studio delle cellule terroristiche, che siano di stampo islamista, nazista o marxista-leninista, è stato appurato che si tratta quasi sempre di piccole unità che agiscono con un ampio grado di indipendenza, pur rifancendosi a un’organizzazione più vasta, o addirittura singoli individui, soprattutto quando sicurezza statale e frammentarietà politica non permettono l’accentramento gerarchico delle organizzazioni terroristiche. Ad ogni modo, un ordine diretto da Kobane verso una persona non sul posto – appunto, la Turchia sostiene che Albashir sia arrivata dalla Siria – avrebbe solo reso l’operazione ancor più difficile, viste le possibilità di venire intercettata sul confine o in viaggio verso Istanbul (peraltro le autorità non hanno menzionato eventuali documenti turchi, veri o falsi).

Se l’attentatrice dovesse effettivamente rivelarsi legata al Pkk, potrebbe aver agito in solitaria o sostenuta dalla propria ristretta cerchia nelle operazioni di preparazione ed esecuzione. Come nel caso dei jihadisti che hanno colpito in Europa nel decennio scorso – radicalizzatisi con materiale reperito su internet tramite brevi contatti con la rete più lontana dell’organizzazione di riferimento o affiliati (in questo caso lo Stato islamico) e procurandosi le armi sfruttando reti locali della malavita – Albashir avrebbe potuto ottenere l’esplosivo dalla criminalità istanbuliota e appoggio logistico da cellule curde dormienti e quasi prive di legami diretti con l’apparato politico di Kobane e del nord-est della Siria in generale. Il conflitto tra Turchia e Pkk è iniziato negli anni ‘80, poco dopo la fondazione del partito curdo (ufficialmente 1978), ma dal 1979 il nucleo politico-decisionale si è trasferito in Siria, lasciandosi alle spalle cellule numericamente limitate in tutta la Turchia ma soprattutto nell’est del Paese. Cellule divenute sempre meno numerose e meno attive con il passare dei decenni e la soppressione delle reti da parte delle forze di polizia. Questi rami, a Istanbul e in altre grandi città, si sono trovati costretti a limitare le proprie attività alla logistica e alla propaganda, visti i ferrei controlli statali e l’isolamento dal nucleo politico e militare del partito. Quelli localizzati nell’est del Paese invece, si sono trovati ad agire in ambienti limitati come alcuni quartieri di città come Merdin, Diyarbarkir e Gazintep – dove esercito e intelligence di Ankara sono attivi e ben visibili e dove vige uno stato d’assedio più o meno permanente – o nei villaggi di montagna, dove il Pkk risulta essere l’autorità de facto e la Turchia è scoraggiata dall’intervenire militarmente a causa delle perdite subite in aree considerate altamente ostili per composizione geografica ed etnica. Ciò non nega ed esclude che dagli anni ‘80 al primo decennio del 2000 tali cellule non abbiano eseguito azioni in Turchia – solitamente dirette a forze di polizia o militari – ma si tratta spesso di azioni indipendenti non inquadrate in una più ampia strategia orchestrata dagli organi politico-decisionali del partito, anche se in diversi casi riconosciute da tali organi.

Infine, va fatta un’ultima considerazione: diversi analisti hanno provato a smentire la logica dell’inutilità dell’attacco da un punto di vista strategico menzionando l’ondata di terrore perpetrata nel 2015-2016-2017 dal Teyrêbazên Azadiya Kurdistan (Falchi della libertà del Kurdistan, Tak), riconducendo le azioni di tale organizzazione a quelle del Pkk in virtù della loro alleanza anti-turca. Tuttavia, va specificato che il Tak si è scisso dal Pkk proprio a causa del cambio di strategia voluto da quest’ultimo (il Tak rinnega qualsiasi possibilità di confronto diplomatico con la Turchia, ed è quindi espressione delle frange più estremiste del Pkk pre-2000). Di conseguenza, negli ultimi due decenni, il Tak si è dotato di una struttura politica e militare parallela e in diverse occasioni rivale a quella del Pkk. 

Puzza di terrorismo e puzza di bruciato

Nonostante sia da escludere, quasi a priori, la possibilità che l’attentato di Istanbul sia stata una messa in scena dello Stato turco, ci sono altre considerazioni da fare. Le modalità dell’arresto di Albashir sono alquanto particolari: si tratta di una 23enne che ha lasciato una borsa sospetta nel centro di Istanbul, coperta da un hijab (velo che copre il capo ma non il volto), in mimetica militare, priva di occhiali da sole e, soprattutto, si è fermata per circa 40 minuti su una panchina vicino al luogo dove l’esplosivo è poi detonato, in vista delle varie telecamere di sicurezza dei negozi di una delle aree più frequentate e frenetiche della città. Potrebbe trattarsi di un errore da aspirante terrorista priva di esperienza, eppure, sembra ancora più strano che a diverse ore dall’attentato, Albashir sia stata arrestata nella sua abitazione a Kucukcekmece, sempre sulla sponda europea di Istanbul, con indosso ancora gli stessi vestiti con i quali si era aggirata per la città ore prima. Una modalità di arresto non in linea con le accuse della gendarmeria turca, che ha dichiarato che l’attentatrice era pronta a lasciare il Paese per rifugiarsi in Grecia, Stato con il quale Ankara ha una relazione turbolenta. Inoltre, nonostante Albashir sia stata mostrata dalla gendarmeria di Stato davanti alle telecamere con il volto leggermente tumefatto (con un occhio socchiuso e leggeri lividi all’altezza degli zigomi), sembra strano che una terrorista abbia percorso i 1190 chilometri che separano Kobane da Istanbul per confessare tutto a poche ore dall’arresto.

A rigor di logica, si tratta quindi di una persona non addestrata a compiere certi tipi di attentati. Di conseguenza sarebbe stato inutile o addirittura controproducente farla partire da Kobane con simili ordini. Sembra sempre più probabile l’opzione che Albashir abbia agito da sola sfruttando suoi contatti personali e la propria ideologia – ancora da verificare se riconducibile al Pkk o, come emerso negli ultimi giorni, all’Asala (Armenian secret army for the liberation of Armenia) – poi smentita in quanto il gruppo non è più attivo dal 1991 secondo l’intelligence turca – o ai nazionalisti turchi. In questo caso però, la questione sembra più contorta: nonostante la gendarmeria turca abbia rivelato contatti telefonici tra Albashir e Devlet Bahceli, tra i leader del Partito del movimento nazionalista (Mhp), quest’ultimo ha dichiarato che la scheda telefonica a suo nome coinvolta era illegalmente intestata a lui da terzi che, in qualche modo, sono riusciti a ottenere una copia di un suo documento – modus operandi riscontrato in altri attentati di diversa matrice. Tuttavia, il Mhp rimane il braccio politico dei Lupi grigi, gruppo militante di estrema destra turco considerato da molti un’organizzazione terroristica che in passato ha pianificato e messo in atto diversi attentati in Europa e in Turchia.

Perché l’attentato è utile a Erdogan

Se tra morti e feriti ci sono molte vittime, c’è effettivamente un possibile vincitore. Si tratta del presidente della Turchia stesso, Erdogan. Alla luce dell’attentato, Erdogan è stato nuovamente capace di puntare il dito contro il Pkk, il nemico di sempre odiato da tutti i turchi, che siano kemalisti, islamisti o nazionalisti. Il Pkk, allo stesso tempo nemico interno ed esterno, è il capro-espiatorio perfetto per compattare un Paese sull’orlo del baratro a causa della crisi economica iniziata nel 2018 che ha portato la valuta nazionale (la lira turca) a superare le 18,6 unità nel tasso di cambio con il dollaro statunitense, il tutto mentre l’inflazione ha superato l’80% a inizio ottobre. La situazione economica che lo stesso apparato di potere creato da Erdogan non riesce ad arginare è la principale causa del crollo dell’apprezzamento del popolo turco nei confronti del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), in netto svantaggio nei confronti del Partito popolare repubblicano (Chp), erede del kemalismo tanto osteggiato da Erdogan, in vista delle elezioni del giugno 2023. 

Inoltre, come già fatto in passato, Erdogan sta sfruttando tutte le occasioni possibili per polarizzare lo scontro ideologico con l’Occidente, tema caro a una Turchia sempre più impegnata a dipingersi come paladina dell’Islam e rappresentate dei Paesi in via di sviluppo. Non solo Ankara ha sostenuto che Albashir era in procinto di fuggire in Grecia, Stato limitrofo con il quale la Turchia ha relazioni a dir poco turbolente e tese, ma ha anche respinto, per voce di Farhettin Altun – portavoce della presidenza -, le condoglianze giunte da Washington: i rapporti tra Stati Uniti e Turchia sono infatti tesi da anni soprattutto a causa del sostegno del Paese nordamericano alle Fds e alle Ypg/Ypj in Siria, rami militari del Pkk. Di fatto, questo attentato sembra, da un lato, giustificare agli occhi dell’opinione pubblica turca le operazioni militari lanciate dal governo in Iraq e in Siria negli ultimi anni, proprio per combattere il Pkk; dall’altro, potrebbe risultare una valida motivazione per avviare un’ulteriore offensiva nel nord-est della Siria, opzione annunciata nei mesi scorsi da Erdogan e mai lanciata anche a causa della pressione internazionale contrariata dalle prospettive di un’ennesima intensificazione del conflitto siriano.

Infine, non va sottovalutata la possibilità che già in passato Erdogan è stato in grado di sfruttare: una nuova ondata di terrore potrebbe aprire la strada a un ennesimo accentramento del potere, a una limitazione dell’uso dei social network e di internet in generale e alla chiusura preventiva di giornali vicini all’opposizione. Il tutto a meno di sette mesi dalle elezioni.

 

 

Fonti e approfondimenti

Agenzia Nova, “L’attentato a Istanbul acuisce le tensioni tra Turchia e gli Stati Uniti”, 14 novembre 2022.

Daily Sabah, Top Turkish official slams countries for supporting terrorist groups”, 14 novembre 2022.

Michaelson R., “Kurdish militants deny Turkish claims they carried out Istanbul attack”, The Guardian, 14 novembre 2022.

Ufficio informazioni del Kurdistan in Italia, “Corte di Giustizia Europea: il PKK era sulla lista della organizzazioni terroristiche ingiustamente”, 15 novembre 2018.

UNHCR, “Turkey fact sheet”, febbraio 2022.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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