Fin dal 1948, L’Egitto è stato uno dei Paesi con una posizione di primo piano nella cosiddetta questione palestinese. Tuttavia, la natura di questo ruolo è cambiata in modo significativo con il tempo e con la stessa leadership egiziana.
A fianco della Palestina dalla Nakba
A seguito della creazione dello Stato israeliano, l’Egitto prese immediatamente le parti dei palestinesi: in risposta alla Nakba, Il Cairo intervenne militarmente contro Israele, insieme a Siria, Libano, Iraq e Transgiordania (poi Giordania), occupando la Striscia di Gaza. Tuttavia, al contrario di Amman, non offrì la cittadinanza ai profughi palestinesi.
La Nakba e la prima guerra arabo-israeliana sono considerate il punto d’inizio ufficiale della causa palestinese, che sarebbe diventata uno dei pilastri del nazionalismo arabo dei decenni seguenti e uno degli emblemi della lotta anti-coloniale e anti-imperialista.
Questi temi divennero i pilastri del rapporto tra Egitto e Palestina a seguito del colpo dei Liberi Ufficiali del 23 luglio 1952, che pose fine alla monarchia, e l’ascesa al potere di Gamal Abd el-Nasser. Il nuovo Presidente, sostenitore del panarabismo e del socialismo, si autoproclamò guida contro l’imperialismo occidentale e, naturalmente, si schierò a favore della Palestina. Fu proprio lui a promuovere la fondazione presso la Lega Araba al Cairo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). La creazione di questo gruppo aveva anche uno scopo strategico: l’OLP offriva un’alternativa più panarabista e laica (e quindi in linea con gli ideali nasseriani) rispetto ad altri gruppi di resistenza di matrice religiosa.
Nasser riscosse successo anche all’estero. Uno dei suoi mezzi di propaganda principali era l’emittente radiofonica Sawt al-Arab («la Voce degli arabi»), attraverso la quale l’Egitto prometteva la sconfitta di Israele e la liberazione della Palestina.
La vittoria di Suez e la delusione della Guerra dei Sei Giorni
Proprio per le sue posizioni, Nasser era considerato un pericolo dall’Occidente e i suoi alleati, specialmente dopo la decisione unilaterale di nazionalizzare nel 1956 il Canale di Suez, un’arteria cruciale per il trasporto navale globale, togliendone il controllo a Gran Bretagna e Francia (ultimo residuo di dipendenza coloniale). Londra e Parigi organizzarono un attacco congiunto contro l’Egitto, al quale si unì Tel Aviv. Israele sperava di indebolire o quantomeno intimidire Nasser, che permetteva incursioni di guerriglieri all’interno del territorio occupato dallo Stato ebraico.
L’aggressione venne stroncata dall’intervento di Stati Uniti e Unione Sovietica; l’Egitto si era così assicurato una vittoria politica. Tuttavia, il 5 giugno 1967 Israele decise di organizzare un altro attacco “preventivo”, dando inizio alla Guerra dei Sei Giorni, contro l’Egitto. Siria e Giordania intervennero in soccorso di quest’ultimo, ma nel giro di pochi giorni Il Cairo e Amman vennero sconfitti, mentre Damasco riuscì a resistere fino al 12 giugno.
Il risultato della sconfitta fu catastrofico: Israele occupò tutta la Palestina (Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme), oltre alla Penisola del Sinai e al Golan siriano.
La Guerra dei Sei Giorni segnò la fine delle aspirazioni di Nasser, ma non portò alla capitolazione da parte dei sostenitori della Palestina. Pochi mesi dopo, mentre Israele proponeva la restituzione dei territori occupati in cambio della stipulazione dei trattati di pace, i leader dei Paesi arabi si riunirono per un vertice a Khartum (presieduto dallo stesso Nasser) e affermarono che non avrebbero riconosciuto «Nessun riconoscimento, nessun negoziato, nessuna pace».
Il tradimento di Sadat e il trattato con Israele
Con la morte di Nasser nel 1970, il potere passò al suo vice Anwar al-Sadat. Quest’ultimo era intenzionato a smantellare il sistema socialista creato dal predecessore e ad avvicinarsi agli Stati Uniti, i quali detenevano «il 99% delle carte in Medio Oriente» e potevano assicurargli aiuti economici e militari.
Il 6 ottobre 1973, in concomitanza con la festività ebraica dello Yom Kippur, l’Egitto lanciò un attacco contro Israele nella Penisola del Sinai coadiuvato dalla Siria di Hafez al-Assad. Tel Aviv venne colta di sorpresa e la risposta iniziale fu caotica; ma se Damasco approfittò del caos per avanzare nel Golan, gli egiziani si fermarono al passo di Mitla (Sinai occidentale). Sadat non sembrava intenzionato a invadere e sconfiggere Israele: piuttosto, puntava a ottenere l’attenzione internazionale ed entrare in contatto con gli Stati Uniti. Il conflitto si risolse infatti con un accordo tra Egitto e Israele mediato da Henry Kissinger: in cambio della fine delle ostilità, Tel Aviv si ritirò da Suez e la zona del canale venne smilitarizzata. Nonostante ciò, gli egiziani percepirono l’epilogo della guerra come una vittoria e Sadat guadagnò abbastanza consensi da poter avviare la cosiddetta politica dell’Infitah, ovvero dell’apertura alla liberalizzazione economica, al capitalismo e ai rapporti con l’Occidente e Tel Aviv.
Nel novembre 1977 Sadat si recò in visita in Israele, dove in un discorso presso la Knesset offrì la pace, indipendentemente dagli altri Stati arabi. Grazie alla mediazione statunitense, il 17 settembre dell’anno successivo vennero firmati gli Accordi di Camp David: Il Cairo ricevette indietro la Penisola del Sinai (ma non la Striscia di Gaza) e Tel Aviv ottenne la libertà di navigazione nel Canale di Suez. I palestinesi considerarono gli accordi un vero e proprio tradimento: la loro causa venne ridotta al semplice richiamo a una generica e ambigua “autonomia” (che poteva indicare tanto l’inizio della creazione di uno Stato indipendente quanto una semplice autonomia sotto il dominio israeliano).
Gli Accordi di Camp David, seguiti dalla firma del trattato di pace tra Il Cairo e Tel Aviv il 26 marzo 1979, costarono all’Egitto i rapporti diplomatici con gli altri Paesi arabi (seppur temporaneamente) e a Sadat la vita: il Presidente venne assassinato nel 1981 da alcuni militari durante una parata per la celebrazione della vittoria nella guerra dello Yom Kippur.
La svolta dal militare al diplomatico
La firma del trattato di pace tra Egitto e Israele fu uno spartiacque nei rapporti tra i due Paesi e, di conseguenza, nella natura del sostegno dato dal Cairo alla Palestina. I successori di Sadat hanno continuato supportare la creazione di uno Stato indipendente, ma la normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv e il progressivo avvicinamento agli Stati Uniti hanno implicato la fine del ruolo dell’Egitto come attore attivo nella questione palestinese, almeno dal punto di vista militare.
L’Egitto ha però tentato di imporsi come mediatore, sia tra Israele e Palestina che tra le varie fazioni politiche palestinesi. In particolare, Il Cairo ha tentato di riconciliare Fatah e Hamas. Quest’ultima è teoricamente avversa all’attuale Presidente Abd el-Fattah al-Sisi, in quanto collegata alla Fratellanza musulmana, a sua volta ostile al governo egiziano dopo il rovesciamento di Mohammed Morsi. Nonostante ciò, Hamas ha dovuto mantenere dei rapporti quantomeno cordiali con l’Egitto, dal quale dipende per l’ingresso di scorte (sia attraverso il valico di Rafah che tramite altre vie non propriamente lecite). Anche Il Cairo ha saputo trarre vantaggi da queste relazioni: da un lato può atteggiarsi a interlocutore di lunga data con le varie fazioni palestinesi, dall’altro ha ottenuto un supporto contro le attività terroristiche nel Sinai.
Tuttavia, all’infuori della mediazione di cessate il fuoco e di alcuni aiuti economici a Gaza, non ha intrapreso azioni concrete di rilievo. Questo declino nei confronti del sostegno attivo alla Palestina è divenuto ben chiaro dallo scorso 7 ottobre.
Bloccati a Rafah
A seguito dell’invasione israeliana della Striscia di Gaza e del genocidio in corso, il popolo egiziano ha dimostrato di essere ancora solidale con la Palestina. Frustrati dal senso di impotenza e dall’indignazione per ciò che sta succedendo ai loro vicini, molti egiziani sono passati al boicottaggio dei prodotti di compagnie occidentali note per il sostegno a Israele. La stessa percezione che gli egiziani hanno dell’Occidente è cambiata.
Tuttavia, come in molti altri Paesi, il consenso delle piazze non ha trovato riscontri nei palazzi del potere. Mentre le IDF continuano il massacro di civili, l’Egitto ha inviato alcuni aiuti, ma non sembra intenzionato ad aprire il valico di Rafah, l’unica via d’uscita rimasta. Al contrario, sta costruendo un vero e proprio muro al confine con Gaza.
Al-Sisi vuole sia scongiurare il rischio che il conflitto si riversi nel proprio territorio che per evitare di dover accogliere i profughi. Per il Presidente, la presenza di questi ultimi potrebbe attirare cittadini egiziani nei ranghi di qualche organizzazione armata palestinese.
I palestinesi che vogliono attraversare il valico di Rafah per mettersi al sicuro devono pagare sottobanco le autorità di confine del Cairo, le quali richiedono somme difficili da ottenere. Secondo un fundraising lanciato su Go Fund Me, per superare la frontiera sono necessari circa 8.000 dollari a persona. Una cifra consistente, che diventa astronomica nel caso di famiglie numerose.
Le decisioni di al-Sisi potrebbero però ritorcerglisi contro: la rabbia popolare per le sorti di Gaza è solo uno dei tanti motivi di rancore da parte degli egiziani.
Fonti e approfondimenti
Reem Abou-El-Fadl, The war on Gaza has sharpened Egyptian popular grievances – both on Palestine and at home, The Guardian, 29/10/2023.
Khaled Elgindy, Egypt, Israel, Palestine, Brooking, 25/08/2012.
Marcella Emiliani, Medio Oriente. Una storia dal 1918 al 1991, Roma, Laterza, 2012.
Maged Mandour, Egypt’s Shifting Hamas Policies, Carnegie Endowment, 26/07/2012.
Editing a cura di Beatrice Cupitò


