Per raccogliere finanziamenti per le campagne elettorali statunitensi, sia democratici che repubblicani da oltre vent’anni utilizzano i cosiddetti bundlers. Candidarsi alla presidenza d’altronde è decisamente costoso, per cui i candidati si affidano a queste figure per la continua ricerca di denaro da spendere e utilizzare in campagna elettorale. I bundlers sono dei super fundraiser, dediti esclusivamente alla raccolta fondi. In pratica, persone che organizzano incontri ed eventi chiamando a raccolta i loro contatti più facoltosi.
Chi svolge quest’attività è infatti una personalità addentrata in alcuni mondi, dalla finanza all’intrattenimento, passando per i settori più disparati. Con contatti che raccolgono altre personalità disposte a investire ingenti somme di denaro in una determinata campagna. In breve: l’obiettivo di un bundler è quello di raccogliere pile di assegni elettorali da amici, conoscenti, collaboratori e contatti vari.
La nascita dei bundlers
Questo sistema fu sperimentato in maniera organizzata e ponderata da George W. Bush a partire dal 2000. All’epoca il contesto era diverso dall’attuale, ma questo non ha limitato la crescita del fenomeno. Prima della sentenza della Corte Suprema sui finanziamenti elettorali del 2010 c’erano maggiori limiti e paletti. In seguito alla decisione, non esistono di fatto più limiti di spesa per i grandi donatori. Che grazie ai PAC possono finanziare come credono i propri rappresentanti.
Inoltre per quanto riguarda questi bundlers non ci sono obblighi di trasparenza, anche se in genere un tempo veniva pubblicata la lista di quelli che avevano raccolto più di 100.000 dollari. Veniva perché l’obbligo di trasparenza su questi non c’è e oggi una coltra nebbiosa avvolge questi nomi. Un candidato può infatti scegliere se pubblicare la lista dei bundlers che lavorano per lui oppure di mantenere riserbo. Questo meccanismo sta caratterizzando anche queste prossime elezioni presidenziali.
La storia dei bundlers
I repubblicani nel 2004 e nel 2008, con Bush e McCain, avevano pubblicato la lista dei propri bundlers. Da Romney nel 2012 fino a quest’ultima campagna Trump, hanno smesso di farlo. I democratici negli stessi anni citati hanno invece sempre pubblicato i nomi e quanto denaro avessero portato nelle loro casse, da Kerry a Clinton, passando per Obama. In questi casi i nomi sono stati sempre pubblicati già da un anno prima delle elezioni.
Nel 2020 Biden ha interrotto questo modus operandi rilasciando la lista solo nell’ultimo fine settimana di votazioni, dopo che già 90 milioni di elettori avevano votato. Ai bundlers che avevano raccolto più di 2 milioni e mezzo nel 2020 sono stati poi regalati dei bottoni d’oro. In questa tornata elettorale, il presidente non li aveva resi pubblici. Kamala Harris ha per ora scelto di continuare su questa via. In ogni caso i candidati potranno rivelarla fino all’ultimo se lo vorranno. Le campagne di Trump e Harris del mese scorso hanno rivelato un solo bundler ciascuna. Un lobbista repubblicano, Jeff Miller, che ha raccolto 84.000 dollari per Trump; e il JStreetPAC, che ha raccolto 83.000 dollari per le campagne di Biden e Harris.
Nella corsa alla Casa Bianca per la prima volta da vent’anni, a oggi, né Harris né Trump hanno pubblicato la lista dei loro bundlers. Gli elettori quindi non sapranno con certezza chi sono le persone che aiutano i candidati a raccogliere e accumulare grandi contributi finanziari per le campagne presidenziali. Agli occhi dell’opinione pubblica, queste persone esercitano un potere significativo nelle campagne elettorali e nelle amministrazioni presidenziali. Non sapere chi siano rappresenta un vulnus democratico.
I bundlers: un vulnus democratico?
Tutto questo infatti rappresenta una mancanza di trasparenza. Gli elettori meriterebbero di sapere chi si spende per le campagne dei candidati. E molte voci si sono infatti alzate in tal senso. In una lettera ai candidati, 14 grandi associazioni impegnate nella tutela dei cittadini in diversi ambiti, hanno chiesto di pubblicare le liste e operare in trasparenza. “I bundler spesso raccolgono ingenti somme di denaro per i candidati, spesso centinaia di migliaia, se non milioni, di dollari, che possono aiutarli a ingraziarsi quei candidati”, hanno scritto nella lettera.
I candidati però, in mancanza di obblighi, fanno i loro calcoli politici. Alcuni dei bundlers di Harris, in conversazioni private, sostengono che rivelare i loro nomi significherebbe concedere uno svantaggio competitivo nel rivelare i loro nomi. Con Trump che, visti anche i precedenti, non ha intenzione di comunicarli.
Fonti e approfondimenti
Combs, C., “Crosspartisan coalition calls on presidential candidates to reveal their campaign ‘bundlers‘”, Issue One, 23/01/2024
Giorno, T., “Watchdogs urge presidential candidates to disclose top campaign fundraisers“, The Hill, 23/01/2024
Kirkpatrick, D., “Use of Bundlers Raises New Risks for Campaigns“, The New York Times, 31/08/2024
Overby, P., “Explainer: What Is a Bundler?“, NPR, 14/09/2007
Schleifer, T., “Harris and Trump Shield Their Big Campaign Fund-Raisers From the Public“, The New York Times, 21/08/2024


