Perché i minatori americani stanno con Donald Trump

Tra i molti sostenitori di Donald Trump, quello dei minatori è sicuramente il gruppo più inusuale.  La maggior parte di loro vive in stati tradizionalmente democratici, e storicamente non hanno mai votato conservatore dato che il loro sindacato era nettamente affiliato al partito della Clinton. Nell’ultimo anno, la situazione  si è capovolta e questo spostamento di voti potrebbe pesare molto sulle elezioni del prossimo 8 novembre.

Il rapporto tra i lavoratori del carbone e Donald Trump cominciò la scorsa primavera, quando il candidato chiese il voto per le primarie del West Virginia, basando gran parte della sua campagna, sullo slogan “Il carbone tornerà”, annuncio che gli valse oltre il 70% dei consensi tra i votanti conservatori. Queste dichiarazioni facevano infatti da risposta ad una dichiarazione di Hillary Clinton, in cui annunciava di voler definitivamente chiudere le miniere e offrire nuove opportunità nelle risorse rinnovabili per i loro lavoratori (quest’ultima parte sempre tagliata nelle notizie).

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Da allora è passato molto tempo, Trump ha ottenuto la nomination del partito e il voto è ormai vicino. Il legame tra i minatori e il candidato si è rafforzato, tanto che le lobby e i gruppi di interesse che gravitano intorno al settore hanno investito e continuano a investire nella campagna presidenziale.

Le ragioni del risentimento dei minatori contro i democratici derivano dalla grave crisi dell’industria del carbone degli ultimi anni, che ha depresso duramente alcune zone, un tempo ricche, che ora cercano un riscatto nelle parole del candidato repubblicano.

Dopo il 2012, questa contrazione ha colpito soprattutto l’Appalachia, una vasta regione che comprende Pennsylvania, West Virginia, Kuentucky e altri stati confinanti, dove il carbone è quasi la sola economia di molte contee. Qui l’indotto del carbone è enorme e non si limita ai minatori: ci sono le loro famiglie, i trasportatori e tutti i lavoratori di quelle cittadine nei dintorni delle miniere che dipendono da esse.

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Miniere di carbone attive negli USA

Nelle aree carbonifere il declino dell’industria viene imputato alla presidenza Obama, in particolare viene incolpata la politica di contenimento delle emissioni di carbonio, imposta dall’Environmental Protection Agency, che si concretizza in un ampio piano nazionale a favore delle energie rinnovabili. La Clinton ha annunciato di voler portare avanti questo provvedimento, al contrario del candidato repubblicano.

Questa accusa non è però supportata intermente dai dati: è ovvio che una politica ambientalista tagli pesantemente la domanda di carbone (molto più inquinante di gas e petrolio), ma anche solo guardando il dato storico qualcosa non torna. Il totale di impiegati nel settore del carbone negli USA è in calo costante dal 1985, mentre proprio durante la presidenza Obama questo indicatore aveva recuperato terreno.

Per spiegare il progressivo calo del settore è interessante valutare l’impatto del cambio nella tecnica dell’estrazione del carbone americano. In Appalachia, il minerale viene estratto nelle classiche miniere sotterranee, che sono costose e soprattutto richiedono moltissima manodopera. Questo, negli anni del boom economico del settore negli anni ’60 e ’70, aveva portato un benessere incredibile nelle zone di estrazione, dove moltissime persone, in cambio del loro duro lavoro, ricevevano uno stipendio minimo di 70.000 dollari l’anno.

La crescita delle miniere degli stati orientali però cambiò radicalmente la situazione. Là il carbone è estratto a cielo aperto, con costi molto minori e un numero necessario di addetti estremamente inferiore. Queste imprese hanno reagito meglio delle altre agli scossoni del mercato del carbone e, in generale, hanno attratto maggiori investimenti vista la loro maggior competitività.

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Una piccola inversione di tendenza si era sperimentata negli anni dopo la crisi del 2008, grazie allo stimolo alle esportazioni voluto per combattere la cresente disoccupazione. Gli USA sono infatti storicamente degli esportatori di carbone, soprattutto verso la Cina. Questo alimentò molte speranze di rinascita delle “coal counties”, ma l’entusiasmo durò molto poco.

Il primo durissimo colpo all’industria del carbone è arrivato dallo sviluppo dell’estrazione di gas e petrolio attraverso il fracking. I siti di estrazione negli stati settentrionali degli USA hanno invaso il mercato interno ed estero con idrocarburi a basso costo, più economici e preferiti dalle industrie termoelettriche perchè meno inquinanti del carbone.

Il rafforzato impegno ambientalista dei democratici, unito a quello di molti paesi una volta importatori del carbone americano, ha definitivamente  infranto le nuove speranze date al settore durante la recente crescita economica degli USA, speranze, che una volta frustrate, non hanno potuto che riflettersi sulla politica.

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L’amaro che serpeggia nelle ormai ex “coal counties” è grande: se le industrie sono riuscite a contenere le perdite, gli operai licenziati sono dovuti andare via o hanno dovuto accettare lavori pagati molto meno dei precedenti. Questo risentimento non poteva che riversarsi sui democratici, dai tempi di Al Gore, portatori degli interessi ecologisti ritenuti responsabili del definitivo declino del carbone. Proprio nel dibattito ecologista sono entrati in gioco i repubblicani, e di conseguenza Donald Trump.

Fin da quando il surriscaldamento globale divenne un argomento di attualità, i repubblicani e i gruppi di lobbisti a loro affiliati, sono la prima linea di un movimento per la derubricazione delle istanze ecologiste. Attraverso fondazioni come la Hearthland promuovono un punto di vista che nega l’esistenza di questo fenomeno e spinge per una messa in secondo piano delle poltiche ambientali, il tutto per favorire l’industria pesante in onore di un certo estremismo neoliberista. Non è difficile quindi immaginare come anche in futuro i delusi dalle politiche ambientaliste faranno appello al Partito Repubblicano e ai suoi rappresentanti.

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Si sono comunque fatti grandi sforzi negli ultimi anni in Appalachia per salvare l’economia locale: sono stati costruiti centri di formazioni e le autorità hanno tentato di dare impulso a un’economia diversificata, ma la scomparsa di posti di lavoro “working class” ben retribuiti ha intaccato profondamente lo stesso tessuto sociale dell’area, nata e cresciuta proprio grazie ad essi. Hillary Clinton sostiene di voler riassorbire gran parte dei lavoratori di carbone nell’industria dell’energia solare, che negli ultimi anni negli USA è raddoppiata di volume grazie anche ad una politica di incentivi fiscali statali, ma queste promesse non sembrano in grado di calmare il malcontento.

Nelle zone depresse dalla crisi del carbone il voto si sta polarizzando, basti pensare che alle primarie nella contea di McDowell (West Virginia), Donald Trump ha registrato la più alta percentuale di voto di tutto il paese (91,5%) e ha portato i repubblicani in testa per la prima volta dopo decine di anni.

Non è una sorpresa che un messaggio che parli di “rendere di nuovo grande il Paese” e dica chiaramente di far ripartire l’industria, fulcro della regione, riscuota un tale successo, ma quale strategia concreta ci sia dietro questi slogan è ancora del tutto da stabilire.

Fonti e Approfondimenti

http://www.nytimes.com/2016/08/20/world/americas/alienated-and-angry-coal-miners-see-donald-trump-as-their-only-choice.html?_r=0

https://www.bloomberg.com/view/articles/2015-12-04/working-in-the-coal-mine-isn-t-what-it-used-to-be

http://mediamatters.org/research/2015/11/18/conservatives-misrepresent-coal-industrys-decli/206940

https://hbr.org/2016/08/what-if-all-u-s-coal-workers-were-retrained-to-work-in-solar

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